Super cinici e iconoclasti:
gli anti eroi di The Boys

Eric Kripke (ideatore)
The Boys
Seconda stagione
Otto episodi
Cast principale:
Antony Starr, Karl Urban,
Jack Quaid, Giancarlo Esposito
Produzione: Sony, Amazon Studios
Distribuzione: Prime Video, 2020

Eric Kripke (ideatore)
The Boys
Seconda stagione
Otto episodi
Cast principale:
Antony Starr, Karl Urban,
Jack Quaid, Giancarlo Esposito
Produzione: Sony, Amazon Studios
Distribuzione: Prime Video, 2020


The Boys è la serie tv sui supereroi fatta su misura per quelli che non amano le storie con i supereroi. Del resto è basata su un fumetto di Garth Ennis (2020), autore che non ha mai fatto segreto del suo rapporto problematico con il concetto di supereroe. Parodiando Avengers e Justice League, qui si intravede un universo in cui qualunque eroe Marvel/DC Comics ha una controparte malvagia. Protagonisti sono i ragazzi capitanati da The Butcher (il Macellaio), una specie di cellula anarchica della CIA che si assume il compito di combattere I Sette, un gruppo di supereroi finanziati dalla multinazionale Vought. Questi sono apparentemente dediti a proteggere l’America dai super-terroristi e dai criminali ma hanno in realtà il solo scopo di conservare potere e centralità mediatica a qualsiasi costo. Nonostante l’immaginario e la società facciano sempre più fatica a generare epica credibile, il ballo in maschera dei supereroi non sembra voler finire grazie a nuovi punti di vista e nuovi modi di smontare il canone supereroico fino a renderlo irriconoscibile.
Amazon (Eric Kripke showrunner, Seth Rogen e Evan Goldberg produttori) è riuscita a portare lo spirito anarchico di Ennis nel piccolo schermo senza rinunciare alla necessaria dose di sangue, botte e violenza sessuale. Curioso come l’autore nord-irlandese abbia scritto fumetti oltre i limiti della censura ma come abbia anche vinto premi mainstream e il tributo di un paio di serie televisive (c’è anche Preacher) di successo. Certo The Boys non sarà la prima serie all’attacco della santità degli eroi, ma colpisce la perspicacia con cui mette in parallelo l’autoritarismo dell’eroe con l’istintualità di mostri e villain tipici della tradizione hollywoodiana. The Boys si distingue così in quel territorio aperto da Kick-Ass e poi ampliato da Deadpool.

La spina dorsale dello show è Patriota, il capo dei supereroi super-cattivi, interpretato da un gigantesco Antony Starr che divora la scena candidandosi al titolo di villain del decennio. (Questo in uno show in cui figura tra i villain un certo Giancarlo Esposito.) Patriota si presenta al pubblico come il classico Superman, bello e moralmente inossidabile. In realtà è una summa satirica di tutti i supereroi della prima metà del Novecento, di quell’“immaginario audiovisivo nel pieno del suo delirio di potenza” (Frezza, 1999) che seduce perché “tiene depositati nelle sue incoscienze, nel dispiegamento delle sue caratteristiche atletiche, tutti i meccanismi di una fase propulsiva della cultura di massa” (ibidem). Dagli anni Sessanta in poi, la backstory di ogni superuomo o superdonna Marvel (così come dei tanti epigoni) si edifica a partire dalla miscela evento fatale/esperimento scientifico degenerato.
The Boys prende di mira proprio questa matrice, focalizzando con cinismo la possibilità di partorire personaggi concepiti accoppiando scherzi della natura a visioni pazze della scienza. Il Composto V (una sostanza che può trasformare chiunque in un essere speciale dotandolo di uno specifico superpotere) è un espediente narrativo con il quale il fumetto di Ennis si inserisce con intenti satirici nel solco della tradizione del Super Siero (o Siero del Supersoldato) di Capitan America. Ma il contesto politico e mediatico nel quale la serie televisiva cala il liquido azzurro strizza l’occhio alla trovata del Cortexiphan, sviluppata nella serie tv Fringe di J.J. Abrams, Roberto Orci, e Alex Kurtzman, più o meno nello stesso periodo del fumetto di Ennis (2006-2012). Non a caso nella seconda stagione di The Boys c’è un cameo di John Noble, il Walter Bishop scienziato pazzo e padre del Cortexiphan e di tutto ciò che ne consegue.

Diversamente però rispetto a tutte le narrazioni fantascientifiche citate sopra in The Boys non c’è mai alcun cenno a squarci interdimensionale o a scontri tra mondi. Si resta ben piantati nel nostro universo azzerando qualsiasi romanticismo. Tant’è che nella serie tv il Composto V resta un’esclusiva dei super e i ragazzi del Macellaio non ne fanno uso (diversamente dal fumetto originario). Ciò rende le fughe e le rimonte degli umani sfavoriti ancora più sorprendenti e spettacolari. E rende anche più affilata la critica alla contemporaneità. L’esaltazione dei superman costituisce una critica al sistema della visibilità basata sui social network e su un’apparente democratizzazione del dibattito pubblico che invece di produrre sostanza politica tende solo a premiare influencer populisti che sostituiscono i classici opinion leader televisivi. Sul piano della comunicazione pubblica la correttezza politica sembra il bersaglio preferito, in pieno stile Garth Ennis. Patriota sempre in prima fila con la sua sessualità estremamente specifica: straordinario quando arriva quasi a fare sesso con se stesso con l’aiuto di Doppelganger, un super-mutaforma. Ma anche Abisso non scherza quando fa body shaming verso se stesso guardando le proprie branchie o quando viene coinvolto a vario titolo in un paio di situazioni davvero oltraggiose in quanto a violenza contro pacifici cetacei. Per non parlare di Love Sausage, dotato di un super-pene retrattile simile a un pitone gigante in grado di strangolare. Ma in The Boys la dissolutezza ha sempre uno scopo: dietro ogni abuso c’è sempre una metafora intrigante.

L’immagine a figura intera di Patriota in cima alla Torre che si masturba al chiaro di luna gridando alla skyline di New York “I’m the Homelander. And I can do whatever the fuck I want” è una proposta di rilettura del King Kong sulla cima dell’Empire State Building. Così come la Grande Scimmia hollywoodiana richiamava l’attenzione su “i modelli e i conflitti socioculturali che l’industrializzazione della vita quotidiana andava producendo” (Abruzzese, 2013) allo stesso modo Patriota arrabbiato ci ricorda che nella fase di digitalizzazione del mondo che stiamo vivendo risulta tutt’altro che risolto quel “cortocircuito tra Sovranità e Socializzazione” (ibidem) che i media del Novecento avevano evidenziato.
Proprio come il più scontato dei tycoon novecenteschi, Patriota vuole essere amato da tutti. Ma con l’arrivo di Stormfront qualcosa è cambiato. Come dice lei stessa, l’arma di propaganda più potente è costituita da “cinque tizi con un computer che scrivono meme”. E quando lei spiega a Patriota come fare per trasformare i suoi follower in soldati invasati sembra riemergere la storica frattura novecentesca tra cultura d’élite e cultura di massa. Questa volta però è la cultura “bassa” a stare sopra e a dettare i ritmi della comunicazione. Nell’episodio 2×07 un breve ponte narrativo riassume gli effetti della retorica dei Sette sulla gente. Viene mostrata la routine di quello che sembra un bamboccione incel che vive con la madre. Il montaggio giustappone frammenti della sua quotidianità. Come colonna sonora la televisione e le tirate razziste di Stormfront. Come pane quotidiano chat e meme scambiati nelle profondità del web che odia. Fino allo sbrocco finale con sparatoria ai danni del povero negoziante immigrato, forse la persona che al giovane solitario era più familiare dopo la madre.
Le vie del populismo pompato dai Sette sembrano davvero infinite. C’è spazio anche per istanze pseudo-femministe rivolte al pubblico femminile: quello slogan “Girls Get it Done” con cui si presentano le tre eroine del gruppo, nonostante le controparti maschili continuino a disseminare la loro mascolinità tossica. In fondo i supereroi come influencer sono tanti piccoli King Kong, ciascuno con la sua fetta di pubblico, la sua sfera simbolica, la sua dimensione estetica. Se è vero che The Boys tende a parodiare l’immaginario superomistico novecentesco è anche vero che sembra mostrare come le logiche di sopraffazione e di colonialismo culturale proprie di quella arena mediologica non sono certo superate e si ripresentano con abiti nuovi nel mediascape contemporaneo.

Letture
Visioni
  • J.J. Abrams, Roberto Orci, Alex Kurtzman, Fringe, Warner, 2015 (home video).
  • Merian C. Cooper, King Kong, Dynit Rko, 2014 (home video).
  • Tim Miller, Deadpool, 20th Century Fox, 2016 (home video).
  • Matthew Vaughn, Kick-Ass, Eagle Pictures, 2017 (home video).