Un impero di segni,
sogni e soldi

Il documentario di Philippe Guedj e Philippe Roure, La rinascita della Marvel, proposto insieme a L’universo Marvel (dedicato al fandom che ruota intorno al brand) sotto il titolo comune di Marvel Stories, racconta gli ultimi turbolenti decenni della Marvel: dalla crisi dell’industria fumettistica anni Novanta all’odierno trionfo al box-office cinematografico, passando per l’acquisizione da parte della Disney nel 2009. Ma il vero nucleo del documentario è una domanda molto semplice: è possibile quantificare economicamente il patrimonio narrativo targato Marvel? Negli schemi capitalistici contemporanei, cosa succede quando entra in crisi un’azienda che, con i suoi albi, ha contribuito a plasmare una parte importante dell’immaginario planetario? Insomma: quando un poderoso sistema di sogni multi-generazionali deve essere smembrato, quotato e infine venduto, è davvero possibile calcolarne un prezzo e condensare in un numero la complessità degli intrecci implicati?

Cultura pop e Vendicatori tossici
Col senno di poi, conosciamo la direzione giusta per sopravvivere, crescere e infine dominare ogni piega dell’intrattenimento domestico. Ma prima che Marvel arrivi a prendere possesso di quel complesso universo espressivo e tecnologico che Henry Jenkins chiama “transmedia storytelling” (cfr. Jenkins, 2014) c’è stato un momento molto buio per i supereroi. Un po’ cinicamente sembra suggerirlo il film del 1984 The Toxic Avengers, una parodia del supereroe americano targata Troma Entertainment. Questa perla trash coglie il fumetto Marvel in una fase critica: lo schema eroico appare usato e abusato; il mostro diventa più sexy del patriota americano e la parodia sembra più stimolante. Il concetto di tossicità è nell’aria: in finanza un rischio può essere sottostimato e la scommessa fallace diventare un “titolo tossico”. Ma la Marvel, la casa editrice che ha fondato un impero trasformando in supereroi individui emarginati e segnati dalle radiazioni come Spider-man (cfr. Lee e Ditko, 2016) o dalla fanta-genetica come gli X-men, ha sempre amato l’azzardo.
A ben vedere, nella sua prospettiva schiettamente industriale, questo è sempre stato lo spirito di creativi come Stan Lee e Jack Kirby: mai perdere contatto con il target, ma provare anche a giocarci, a rendere remunerativo qualsiasi esperimento, anche quelli considerati collaterali perché troppo stravaganti, magari bozze recuperate dal cestino della carta straccia.
Come diceva proprio Jack Kirby: “le idee non possono essere ricondotte a un punto d’origine. Rimbalzano da una persona all’altra finché non entrano in gioco i responsabili e scelgono quella che ritengono una formula di successo” (Sean Howe, 2013).
Idee tossiche possono apparire danneggiate, prive di valore se non pericolose. Ma proprio nella radioattività derivante da un’aberrazione della scienza può celarsi la nascita di un nuovo supereroe oppure la magia della contaminazione creativa, della ricodifica postseriale. Una voglia di contaminarsi che ha preso creativi come il regista James Gunn: a proposito di intuito nel riciclare idee, proprio con le sue parodie per conto della Troma Entertainment ha forgiato quel gusto e quella voglia di divertirsi che lo avrebbero portato ai Marvel Studios, dove attualmente sta dirigendo la saga dei Guardiani della galassia. Tra l’altro James Gunn ha anche scritto la sua ricetta per rendere interessanti demenzialità splatter e rifiuti tossici: All I Needed to Know About Filmmaking I Learned from the Toxic Avenger, la biografia di Lloyd Kaufman (scritta a quattro mani insieme a Kaufman stesso) regista e fondatore della Troma. Un carico di battute, ricordi e fantasie sul set preceduto da un’introduzione del re dei b-movie Roger Corman.

Marvel giocattolo rotto e poi riparato
La prima parte del documentario salta coraggiosamente qualsiasi discorso sul lato creativo e sulle implicazioni simboliche delle vicende dei vari Peter Parker e Tony Stark. Niente spezzoni di film e spazio invece alle interviste, magari intercalate con disegni. Viene aggredito l’aspetto finanziario in tutti i passaggi che hanno portato alla grande transizione verso il cinema e verso Disney. Proprio nel momento della svolta audiovisiva è risultato chiaro a tutti gli interessati quanto il valore del patrimonio culturale Marvel fosse legato contemporaneamente al passato e al futuro. La storica casa editrice di fumetti si lancia all’inseguimento della nostalgia dei suoi antichi lettori ma è anche a caccia dell’attenzione dei giovanissimi con app mobile e accordi con i mattoncini Lego. In tal senso è fondamentale l’entrata in scena della figura di Avi Arad, amministratore tra i fondatori dei Marvel Studios e produttore cinematografico che ha legato il suo nome ai primi cinecomics di successo targati Marvel. Arad veniva da un’esperienza come amministratore di un’azienda di giocattoli e il documentario punta bene l’attenzione su quanto abbia intuito la problematicità degli intrecci crossmediali tra il fumetto e gli altri terminali di diffusione dell’immaginario.
Nel 2009 la Disney compra l’intera Marvel per quattro miliardi di dollari e si presume che al 2017 abbia già ammortizzato la spesa. È vero che l’azienda versava in cattive acque e ha più volte rischiato di essere svenduta ma Avi Arad arriva giustamente a insinuare che Spider-man da solo valesse dieci miliardi di dollari. In ogni caso, tra avvocati e banchieri in lotta a suon di debiti e di freddi dati creditizi, Avi Arad riesce a salvare il futuro dei fumetti Marvel aprendo la linea dello sfruttamento intensivo dei diritti cinematografici e videoludici. Gli argomenti di Arad erano semplici: non è più una semplice questione economica, si tratta di cultura, di ricordi, dell’identità collettiva di una nazione intera. Anzi, del mondo intero. Arad capì anche che una fetta cospicua del pubblico generalista era composto dalla prima generazione che abbia mai preso sul serio i fumetti.
Persone che non solo sarebbero andate al cinema per rinfocolare il ricordo, ma che avrebbero anche acquistato memorabilia e albi da collezione alimentando un business che non può essere considerato una moda passeggera o una bolla visto che aste e uscite speciali coinvolgono migliaia di persone in tutto il mondo. Anche se è difficile dire nel lungo periodo se e quanto le nuove generazioni coltiveranno il proprio retaggio pop, per ora i guardiani della nostalgia lavorano molto bene con la Marvel perché gli albi in quadricromia fanno parte dell’infanzia e dell’adolescenza di tutti, anche delle ultimissime generazioni.

La magia di New York
Tutti sanno che ora è il momento della corsa all’oro dei cinecomics perché tra non molto la Eldorado scoperta dai Marvel Studios potrebbe esaurire i giacimenti e passare di moda. A tal proposito è significativa la reazione dei grandi competitor, il gruppo Warner-DC, che dopo aver messo a segno i primi storici colpi negli anni Settanta e Ottanta si trovano oggi a inseguire ripercorrendo faticosamente tutta la storia del cinema per trovare la giusta frequenza: più fumetto d’autore, meno fumetto d’autore, più pulp, meno pulp, più dark, meno dark… I film Marvel sembrano invece aver trovato quasi subito una certa sintonia con il pubblico.
Molto merito al carismatico Iron Man con Robert Downey Jr. ma anche al film The Avengers diretto da Joss Whedon che ha consolidato la presa. A ben vedere ciò che rende speciale quel film oltre all’effetto novità per l’affollamento di supereroi e divi, c’è anche la presenza della città di New York che, come spiega il documentario, riveste un ruolo fondamentale nell’accompagnare i plot Marvel. Lo sguardo delle persone comuni inquadrate nella folla punteggia l’azione eroica: paura, sorpresa, entusiasmo, sollievo, sempre e comunque primi piani carichi di intensità emotiva. Insomma, è degli abitanti di New York la soggettiva psicologica davanti alle devastazioni apocalittiche dei mostri (buoni o cattivi) o alle improvvise entrate in scena dei superumani. Qui la città e i suoi abitanti risultano molto più centrali rispetto a cinecomics DC quali Superman di Richard Donner o Batman di Tim Burton.

Gli appassionati di storiche testate Marvel quali Spider-Man o Daredevil sanno bene cosa rende speciale la “grande mela” e il suo skyline: collocare avventure straordinarie in un posto che esiste davvero crea un legame particolare con spazi pubblici ed edifici. Già la saga cinematografica dell’arrampicamuri firmata da Sam Raimi all’alba dei Marvel Studios sembra in molti punti un inno alla città di New York, ormai elevata a simbolo dell’Occidente che non si piega di fronte a nessun attacco, nemmeno quello del 2001. C’è l’esaltazione di persone comuni come lo zio Ben, l’operaio che manovra una gru, i pendolari della metropolitana o il ragazzo che, tra mille difficoltà, deve conquistare le alture di un grattacielo per consegnare una pizza in tempi record. Anche grazie a questa celebrazione dell’anonimato e della quotidianità urbana la Marvel è riuscita a caratterizzare anche gli sfondi delle storie, distinguendosi molto dalla neutralità delle metropoli DC Comics. Come dice lo scrittore Arnold Blumberg nel documentario: “Siamo a New York: guarda fuori dalla finestra, potresti vedere Spidey svolazzare”.
La simbiosi con la città ha permesso a creativi come Stan Lee e Jack Kirby di seguire con puntualità e dinamismo i fermenti sociali della contemporaneità. Tutto quello che succede o è successo a New York ha una sponda fumettistica in casa Marvel. Anzitutto le differenze culturali e religiose dei flussi migratori del primo Novecento. Tra l’altro furono proprio gli immigrati ebrei e dell’Europa orientale a mettere in piedi le prime case editrici di fumetti perché i ricchi anglosassoni snobbavano quel passatempo considerato troppo popolare. Poi le droghe psichedeliche, il Vietnam, la criminalità organizzata, gli eventi terroristici. Più vicini ai giorni nostri, specie dopo eventi epocali come l’attacco alle torri gemelle, i confini della fiction si fanno ancora più sfocati. In questa zona liminare tra realtà e fantasia Marvel scocca dardi divertenti come la scena nei titoli di coda di The Avengers dove ritroviamo i nostri eroi accampati in un fast food turco a rimpinzarsi silenziosamente di kebab dopo una faticosa giornata trascorsa a devastare Manhattan.

Letture
  • James Gunn e Lloyd Kaufman, All I Needed to Know About Filmmaking I Learned from the Toxic Avenger, CreateSpace Independent Publishing Platform, 2010.
  • Sean Howe, Marvel Comics: una storia di eroi e supereroi, Panini Comics, Modena, 2013.
  • Henry Jenkins, Cultura convergente, Apogeo Education, Milano, 2014.
  • Stan Lee e Steve Ditko, Marvel Masterworks Spider-Man 1, Panini Comics, Modena, 2016.
Visioni
  • Lloyd Kaufman e Michael Herz, The Toxic Avengers, 88 Films, 2014 (home video).
  • Sam Raimi, Spider-Man, Sony Pictures Home Entertainment, 2002 (home video).
  • Sam Raimi, Spider-Man 2, Sony Pictures Home Entertainment, 2004 (home video).
  • Joss Whedon, The Avengers, Marvel Studios, 2012 (home video).