Se ti avventuri dentro From,
il futuro sarà quel che sarà

John Griffin (ideatore)
From
Prima e seconda stagione
Venti episodi
Cast principale: Harold Perrineau,
Catalina Sandino 
Moreno,
David Alpay, Eion Bailey,
Elizabeth Saunders,
Scott McCord, Kenny Liu,
Chloe Van Landschoot,
Pegah Ghafoori
Produzione: Midnight Radio,
Gozie Agbo, Mgm Television,
Epix Studios
Distribuzione:
Paramount+, 2022/2023

John Griffin (ideatore)
From
Prima e seconda stagione
Venti episodi
Cast principale: Harold Perrineau,
Catalina Sandino 
Moreno,
David Alpay, Eion Bailey,
Elizabeth Saunders,
Scott McCord, Kenny Liu,
Chloe Van Landschoot,
Pegah Ghafoori
Produzione: Midnight Radio,
Gozie Agbo, Mgm Television,
Epix Studios
Distribuzione:
Paramount+, 2022/2023


Ogni notte la pallida biondina e l’affabile lattaio che sembra uscito da un film con Doris Day sono in prima fila nel comitato di accoglienza organizzato dai mostri che vivono nel bosco senza fine intorno al villaggio. From è una serie tv horror targata MGM Television (streaming in Italia su Paramount+) che segue le vicende di un gruppo di viaggiatori capitati ai confini della realtà, in un caseggiato disperso nel mezzo di una selva oscura che sembra non avere vie d’uscita. I demoni si presentano come persone del tutto normali, anche se un po’ pallide e abbigliate in modo esageratamente vintage. Si svegliano dopo il tramonto e bussano alle porte degli umani con il volto sorridente, dichiarando l’intenzione di voler solo giocare. Aprire quella porta per credere e farsi burlare da micidiali artigli e da orripilanti fauci lovecraftiane.

Interiorità e interiora in salsa stephenkinghiana
Nella serie televisiva creata da John Griffin l’esilio degli sfortunati è un paesino fuori dalle mappe e dal tempo, casette che sembrano uscite dalla mente di Stephen King. La minaccia non riguarda solo i corpi dei protagonisti, ma anche e soprattutto lo spirito comunitario che comincia a squarciarsi man mano che la follia o la paura prende possesso dell’interiorità dei singoli. Le inquietudini claustrofobiche, le paranoie, le meschinità esposte in From richiamano le narrazioni kinghiane incentrate sulle piccole comunità: The Mist, La tempesta del secolo e, soprattutto, la cittadina immaginaria di Derry nel capolavoro It. From rilancia a modo suo l’idea del paesino di provincia dal quale non si può scappare e che in qualche modo prende vita arrivando a divorare i suoi abitanti.

Le sfide del logos tra scienza e magia
Per Victor, che è il più anziano tra gli ospiti di Fromville, “le persone non dovrebbero cercare risposte”. L’impenetrabile foresta rappresenta una natura che si è ri-sacralizzata ribellandosi alle fauci di quella modernità che aspira solo ad asfaltare tutto. Ma i disperati naufraghi nella notte della ragione non possono fare molto: affrontano l’ignoto con quello che hanno ovvero saperi pratici, narrazioni, leggende metropolitane. Come quando si prova ingenuamente a uccidere i mostri sparando pallottole speciali (pensando all’argento anti-licantropo). Magia, fisica e metafisica si mescolano impetuosamente nel cercare di decifrare l’incubo. Qui sono le armi del realismo magico che definiscono un appassionante testa a testa tra visibile e invisibile. In From a sostenere una fragile tregua notturna ci sono i talismani da apporre all’ingresso delle abitazioni: una rielaborazione del leggendario rapporto tra i vampiri e i simboli del cristianesimo. Nell’episodio 1×09, Boyd e Sara prendono coraggio e si avventurano nella foresta. In una delle scene più suggestive e terrificanti affrontano la notte chiusi in una tenda, in balia di luci, ombre e suoni inauditi. Senza poter nemmeno sbirciare fuori, affidando la propria sorte a un astratto e incomprensibile apparato di simboli scolpiti su una piccola pietra. Parole magiche e simboli compongono un’idea di logos come zona neutrale tra il divino invisibile e la realtà dei fenomeni così come sono percepiti dalla sfera umana. Si tratta di una piega narrativa che rimanda al fantastico esoterico dei racconti di Gustav Meyrink e alla sua insistenza sugli apparati simbolici, sulle pietre che prendono vita. Gli abitanti di From sono perseguitati/aiutati da simboli, segni e disegni che attivano/disattivano l’inspiegabile.

Il talismano incoraggia gli umani a cercare una via d’uscita seguendo il filo della logica, invocando regole da un arbitro immaginario. Anzitutto c’è la sospetta regolarità del loop che segna l’arrivo della carne fresca al villaggio: albero che blocca la carreggiata, distorsione spazio-temporale che rende ogni strada un cerchio infinito, uccellacci neri del malaugurio hitchcockiano. La stessa sequenza, sempre uguale a ogni nuovo arrivo. Ricorda una delle scene più inquietanti di Il seme della follia di John Carpenter: il ciclista che pedala all’infinito aggirandosi per Hobb’s End, a dimostrare come dalla cittadina (peraltro assente da qualsiasi mappa) sia impossibile scappare. Rimanda ai circuiti narrativi senza fine che tanto affascinavano la letteratura fantastica di Howard P. Lovecraft e il suo fiuto per i rapporti tra infinito, sogni e follia. Le ferite restano sempre aperte in From: l’esitazione caratteristica del fantastico consiste proprio nel reiterare continuamente l’evento fuori da comune, rimandando il ritorno alla normalità, contrariamente a quanto avviene nei generi industriali moderni come ad esempio la fantascienza e il giallo poliziesco ovvero edifici che si costruiscono mattone su mattone cercando sempre un solido equilibrio.

Il confronto con Wayward Pines
I tentativi di fuga da Fromville ricordano che il fantastico oscilla sempre tra soluzioni razionali e spiegazioni magiche. Interessante il confronto con un’altra strana serie tv che parte con premesse simili: Wayward Pines, fortemente voluta dal cineasta Michael Night Shyamalan. La serie guarda al plot di un vecchio episodio di Ai confini della realtà (Mostri in Maple Street) e parte da una cittadina di provincia popolata da individui forzati a convivere in un’esistenza priva di conflitti a causa del terrificante nemico comune che risiede nel bosco tutto intorno. C’è anche il carillon con ballerina a fare da countdown in una scena topica, esattamente come il carillon che perseguita lo sceriffo Boyd in From. Il creatore della cittadina chiamata Wayward Pines, lo scienziato pazzo David Pilcher osserva dall’alto e attacca/stacca la corrente elettrica proprio come nel telefilm anni Cinquanta scritto da Rod Serling. L’influenza di M. Night Shyamalan, regista di stampo hitchcockiano si avverte nello sviluppo del tema della credulità facendo attenzione ai dettagli, al groviglio di segni da cui si sviluppano le precondizioni del credere. Ma rispetto a From e al senso di accerchiamento kinghiano l’interesse sociologico degli autori di Wayward Pines (alla scrittura anche i fratelli Duffer poco prima di Stranger Things) sposta la narrazione verso una fantascienza più politica con echi orwelliani, evitando con cura qualsiasi riferimento al soprannaturale.

From invece ci sguazza nel soprannaturale. E mentre in Wayward Pines l’enigma viene svelato molto presto (l’arca di Pilcher e il disegno perfettamente razionale sotteso), in From il ricorso alle spiegazioni razionali non aiuta i prigionieri, anzi. Proprio un coraggioso e ingegnoso tentativo di attacco dello sceriffo Boyd consente ai demoni di trovare un modo per entrare nei sogni degli umani. A Fromville persino le onde radio non sembrano andare per il verso giusto e finiscono con l’attestare l’inquietante fatto che una qualche misteriosa entità (non si capisce se afferente alla stessa origine dei mostri) osserva tutto dall’alto. La regia occulta resta però nell’ombra in From. Non viene chiarita, per esempio, l’origine della corrente elettrica che sembra una magnanima concessione del dominio magico dato che non si riesce a capire da dove arrivino i cavi. Si mantiene una cornice logica, visto che prosegue il successo dei talismani, ma la spiegazione appare lontana sullo sfondo, in equilibrio tra naturale e magico. Un’ambiguità molto vicina a quella focalizzata da Tzvetan Todorov nel suo saggio La letteratura fantastica, storico studio di riferimento per la materia in questione (cfr. Todorov, 2022). Evidentemente in From una chiave c’è, ma non sembra possibile trovare l’abracadabra con metodi scientifici, bisogna piuttosto frugare tra le visioni. Lo dice il piccolo Ethan Matthews riferendosi ai disegni: “non riusciremo a finire la missione se non capiamo la storia”.

Pensare per immagini
Il talismano che tiene inspiegabilmente lontani i mostri, così come i segni rupestri illuminati fugacemente dalle torce in fuga nei tunnel, sottolineano l’importanza delle rappresentazioni grafiche nell’economia narrativa di From e di come i disegni riassumono e prefigurano le vicende narrate. Sempre al centro i frame di carta colorati alla buona con i pastelli sono catture che compongono una carrellata di traumi visivi riproposta in sigla all’avvio di ogni episodio. Victor spiega a Ethan quanto sia importante disegnare per imbrigliare i ricordi, per poi archiviarli. In questo modo gli eventi, per quanto traumatici, possono restare nel raggio d’azione del conoscibile ma senza essere continuamente ricordati. Victor bambino aveva imparato in maniera piuttosto cruenta il valore dei segni grafici come mediatori cognitivi e affettivi. Insomma la strana saggezza del più anziano e la curiosità del bambino sviluppano spazi di riflessione metatestuale. Come quando Ethan dice: “I simboli sono importanti, specialmente in una missione. Ma devi scoprire se sono simboli buoni o simboli cattivi.” L’azione non si muove seguendo linee di razionalità tecno-scientifica, ma piuttosto un pensare per immagini che si presta bene alla matrice junghiana di un’analisi dell’aggressività umana. In From i simboli consentono una mediazione tra l’inconscio individuale e quello collettivo della cittadina e della sua storia. Per Jung la traslazione degli archetipi è evidente nel sogno: non sono gli individui a sognare, ma piuttosto sono i sogni, con il loro carico simbolico mediato dalla collettività, a raggiungere il sognatore. Questa dinamica è ancora più interessante quando sono i bambini a sognare (cfr. Jung, 2021). Rispetto al frequente topos dell’umanità assediata, From cerca dunque una sua strada valorizzando il delicato crinale tra realtà, visione e ricordo. Roba per iniziati, come direbbe Meyrink.

La scala a chiocciola dell’enigma orizzontale
Non sorprende che in From il piatto forte sia il percorso di interpretazione dei segni. Con Jeff Pinkner tra gli executive e Jack Bender alla regia di numerosi episodi, gli aficionados di Lost dovrebbero sentirsi a casa qui a Fromville. Anche l’attore protagonista Harold Perrineau ha fatto parte del cast di Lost. Nell’episodio 1×06, Padre Khatri riassume il senso delle narrazioni di ascendente lostiano:

“Caos e fede: questo è il dualismo della nostra esistenza fin dal momento in cui nasciamo. […] Passiamo la vita a cercare dei segni che diano una spiegazione. Con la fede riusciamo a capire che il caos è il significato. È nella nostra lotta, nella nostra ricerca che troviamo il nostro scopo”.

Alla ricerca di orizzontalità seriale From prova a declinare questo atto di fede che è la sopravvivenza di una serie tv inserendosi in una affollata e antica tradizione narrativa fantastica che tratta il dualismo sogno/realtà. Forse cercando un ponte tra mistica ed ermeneutica nel consumo di serialità. Ma From si smarca da Lost in vari modi, per esempio nell’approccio visuale: dove J.J. Abrams costruisce il terrore senza quasi mai mostrare la fonte dell’ansia e caricando le soggettive dei personaggi con enfasi spielberghiana, From indugia in un gore quasi naturalistico, non disdegnando i jumpscare, abbracciando appieno le consuetudini dell’horror cinematografico più classico e popolare. Qui siamo molto lontani dalle sofisticazioni e dalle metafore surrealiste di David Lynch e Twin Peaks.

Incertezza esistenziale e tragedia sociale
Nella foresta si intravedono sentieri e domande a cui forse vale la pena di dare risposte o forse no. Magari è meglio concentrarsi sul presente, abbandonandosi al ritornello di Que sera, sera, la canzone resa popolare da Doris Day, reinterpretata nei titoli di testa dalla voce cupa di Black Francis dei Pixies. La cover particolarmente dark richiama il mood ligottiano e nichilista di True Detective. L’unico approccio possibile a un’esistenza percepita come un assedio sembra quello di navigare a vista perché “The future’s not ours to see” e lì fuori si aggira un mostro dai mille volti, incluso il nostro. Quindi From è: bosco infinito e archetipico, laboratorio di umanità stephenkinghiana, brutti sogni à la Wes Craven, enigma di fondo che potrebbe continuare ad aggrovigliarsi all’infinito come in Lost perché non è sicuro che tutti i naufraghi vogliano davvero lasciare il labirinto. Donna è il leader degli scettici rispetto alla fuga e cerca di amministrare al meglio una utopica comune hippie collocata nella casa colonica ai margini del villaggio. Difende l’esperimento quando viene messo in pericolo dagli eventi:

“Lo so che voi che vivete qui in città guardate alla casa coloniale pensando che sia soltanto tutto un bere e scopare. Ma era molto più di questo. Era speciale. Tutte quelle persone, ognuno da un posto diverso, vite diverse, tutti che vivevano insieme”.

La giovane Julie, già prima di Fromville aveva il sentore che i genitori fossero vicini al divorzio. Dice al padre: “E se fossimo qui per un motivo? A casa ormai non comunicavamo più. Ora siamo di nuovo insieme, cioè siamo davvero uniti.”

Va ora in onda lo streaming dei sensi di colpa individuali
Anche quando From sembra volersi abbandonare alla tragedia sociale resta inteso il fatto che non si basa sulle rovine di un unico grande peccato originario: non vi è un Overlook Hotel di Shining (King, 2017) costruito asfaltando un cimitero indiano. Non c’è la bomba atomica lynchiana che nell’ottavo episodio di Twin Peaks – Il ritorno spiega l’origine del male. E nemmeno c’è una qualche apocalisse zombie o una mutazione genetica come quella che scatena gli eventi di Wayward Pines. Tutti gli psicodrammi di From si riconducono a garbugli fatti di rimossi e di sensi di colpa totalmente individuali. Il peso più grosso sembra essere il lutto della famiglia Matthews, ma non si scherza con quello dello sceriffo Boyd, reso vedovo da circostanze tragiche. Per non parlare di Victor che ha attraversato la sua selva oscura vedendo, da bambino, tutti gli altri prigionieri (compresa la sua famiglia) sterminati in un colpo solo. Persi nelle sofferenze personali, gli individui non riescono a comunicare e a pensare come collettivo. Nessuno si apre davvero in From: il tale sogno o la tale visione non vengono raccontati perché potrebbero far passare per pazzo/a; quest’altra cosa non va detta perché potrebbe scatenare il panico; e così via. Il terrore sembra rendere impossibile ogni discorso pubblico, ogni barlume di pensiero che vada oltre l’ordinaria amministrazione delle risorse. Il posto più strano da visitare non è certo l’aldilà e nemmeno la foresta: ma piuttosto la mente umana, prima di tutto la propria, ma anche quella dell’Altro, nonostante là fuori ci sia un nemico comune inconfondibilmente malvagio. Qui in filigrana l’odierna scomposizione del soggetto moderno, la frammentazione dei consumi mediologici e narrativi. Oggi ognuno segue lo streaming della propria epica quotidiana e delle proprie credenze. Ognuno ha il suo canale, non solo per ricevere ma anche per trasmettere.

Letture
  • Carl Gustav Jung, I sogni dei bambini, Bollati Boringhieri, Torino, 2021.
  • Stephen King, It, Sperling & Kupfer, Milano, 2013.
  • Stephen King, Shining, Bompiani, Milano, 2017.
  • Stephen King, The Mist, Sperling & Kupfer, Milano, 2018.
  • Stephen King, La tempesta del secolo, Sperling & Kupfer, Milano, 2019.
  • Tzvetan Todorov, La letteratura fantastica, Garzanti, Milano, 2022.
Visioni
  • J. J. Abrams, Damon Lindelof, Jeffrey Lieber, Lost, Disney, 2023 (home video).
  • John Carpenter, Il seme della follia, Warner, 2013 (home video).
  • Chad Hodge, Wayward Pines, Fox, 2015 (home video).
  • David Lynch, Mark Frost, Twin Peaks – La collezione televisiva completa, Paramount, 2021 (home video).