L’immaginazione sulla soglia:
l’illuminato Gustav Meyrink

Gustav Meyrink
La morte viola
Traduzione di Anna Maria Baiocco

Il Palindromo, Palermo, 2021
pp. 325, € 23,00

Gustav Meyrink
La morte viola
Traduzione di Anna Maria Baiocco

Il Palindromo, Palermo, 2021
pp. 325, € 23,00


Trent’anni circa separano il trombettiere Wenzel Zavadil dall’orologiaio Hieronymus Güstenhöver, figure di confine che osservano, vigili come sentinelle del tempo, l’inizio e la fine della vita letteraria di Gustav Meyrink, “un signore dal viso stretto, dai lineamenti delicati, baffetti grigi sul labbro superiore, magro e leggermente più alto della media, con lo sguardo penetrante eppure gentile dei suoi occhi” (Meyrink, 2015a), come si descrisse in Meyrink parla della sua vita, probabilmente un’auto-intervista, datata 18 ottobre 1931, risalente quindi a poco più di un anno dalla sua morte.
Distanti nel tempo, i due personaggi sono apparentemente lontani per concezione, finalità e destino.
Il trombettiere Wenzel Zavadil è l’ardente protagonista de Il soldato bollente, l’esordio letterario di quello scrittore atipico che fu Meyrink. Venne al mondo il 29 ottobre del 1901, quando comparve sulle pagine del Simplicissimus, il settimanale umoristico e politico-satirico fondato nel 1896 dall’editore Albert Langen di Monaco, divenuto presto il più diffuso e popolare nella Germania di Guglielmo II. Su quelle pagine comparvero nel tempo firme prestigiose, come quelle di Thomas Mann, Herman Hesse, Rainer Maria Rilke, Hugo von Hofmannsthal, Franz Kafka e Karl Kraus, quest’ultimo fustigatore della modernità in seguito messosi in proprio con la creazione di un’altra rivista urticante: Die Fackel.
All’epoca Meyrink viveva a Praga facendo altro, era un banchiere e si occupava di tutt’altro ancora, avendo iniziato a studiare esoterismo, alchimia, parapsicologia, gnosi e via di questo passo, frequentando diversi ordini mistici. Indossava ancora il cognome della madre, Meyer, essendo figlio illegittimo di un barone. Diventerà Meyrink proprio in occasione del suo battesimo letterario, Il soldato bollente, con il quale si limitò a esprimere appieno il carattere satirico della rivista, il cui bersaglio privilegiato erano militari, sacerdoti, commercianti, professori e scienziati, medici, magistrati e avvocati, insomma la crema della borghesia piccola e medio-alta. Basti il caso del povero Zavadil, la cui temperatura corporea sale fino a 100° e l’autorevole professor Mostschädel, che si occupa dell’incredibile caso, discetta impassibile in questo modo:

“«Miei cari signori, come già avevo capito a prima vista – accennandovi soltanto per lasciare anche a voi di cogliere l’occasione di effettuare una giusta diagnosi –, si tratta di un caso non molto frequente di aumento spontaneo della temperatura causato da una lesione del centro termico!». Il professore si rivolse con un’aria un po’ sdegnosa agli ufficiali e ai profani: «Quel centro cerebrale che, reagendo a importanti stimoli esterni, trasmette le oscillazioni della temperatura corporea. Se osserviamo, inoltre, la forma del cranio del soggetto…»”.

Oltre a mettere a nudo le miserie di esistenze segnate da ipocrisia, avidità e tracotanza, Meyrink, però, iniziò sin da quel primo racconto ad accompagnare un secondo e più profondo livello di critica rivolto al predominio di un sapere fondato esclusivamente sulla razionalità scientifica e sul primato della tecnologia. Siamo all’alba del Novecento e quel malessere si è già diramato in più campi del sapere e della cultura.
Nel rivolgere i propri strali contro quello stato delle cose, Meyrink si avvalse sempre di un elemento fantastico nelle sue storie, magari scivolando nel grottesco come nel caso de Il soldato bollente, ma lasciando sempre al lettore una possibilità di smarrirsi nella lettura, sganciandosi dalla dimensione satirica fruibile in prima battuta. Il trombettiere Wenzel Zavadil, per esempio, mette sì alla berlina la presunzione della scienza ufficiale (medica) e la presunzione dei militari, ma nulla ci dice sull’origine della misteriosa e inarrestabile febbre di cui Zavadil è vittima. Un ex-files ante litteram corroborato da un pizzico di sano umorismo, ma della conclusione non si dirà alcunché.

Rielaborazione di un’illustrazione di Sten Wistrand.

A sua volta, l’orologiaio Hieronymus Güstenhöver venne concepito come coprotagonista del suo romanzo iniziato nel 1927 e rimasto incompiuto, La casa dell’alchimista. Descritto nel progetto originario come un illuminato al quale “tutto ciò che accade è sommamente armonico” (Meyrink, 1981), il suo agire da sapiente rende l’orologio di nuovo funzionante, ma dona anche nuova vita spirituale al possessore del meccanismo rotto. Va ricordato che L’orologiaio è anche il titolo di un racconto del 1926 da cui Meyrink prelevò alcuni brani inserendoli nel terzo e ultimo capitolo che riuscì a scrivere del romanzo.
Si apre proprio con Il soldato bollente, ma non si inoltra fino agli ultimi anni della sua vita, quando Meyrink aveva praticamente smesso di scrivere storie brevi, la raccolta di racconti La morte viola, sesta incursione nel mondo del fantastico effettuata da I tre sedili deserti, la collana curata da Giuseppe Aguanno dell’editore il Palindrono, che ha già in catalogo un rispettabile plotoncino di autori, tutti esponenti di spicco di quei territori: Arthur Machen, Abraham Merritt, Jacques Bergier, William Hope Hogdson e J.-H. Rosny aîné. Si tratta in realtà della nuova e più accurata edizione di quella pubblicata nel 1989 dall’editore Reverdito e successivamente ristampata da Coniglio Editore nel 2011. Rispetto alla prima edizione si è riproposto in appendice il saggio di Gianfranco de Turris, Meyrink tra grottesco e macabro. Si è invece provveduto a rivedere significativamente la traduzione originale, compito che è stato svolto dalla stessa storica traduttrice Anna Maria Maiocco e lo stesso Aguanno. Sono stati inoltre aggiunti un altro racconto (La saggezza del bramino), una suggestione intorno a Meyrink della stessa Baiocco (Una tomba antica) e un Antefatto di Andrea Scarabelli che ricorda a chi è poco addentro alle vicende meyrinkiane la genesi dello scrittore e del suo primo racconto.

Rielaborazione di un’illustrazione di Sten Wistrand.

Le ventotto storie presenti in La morte viola vennero scritte tra il 1901 e il 1908 e sono dunque antecedenti la pubblicazione de Il Golem (1915), il romanzo che fu un best seller all’epoca e tuttora è l’opera più nota del viennese. In seguito, come si è accennato, la narrativa breve andò diradandosi. Meyrink privilegiò la dimensione del romanzo, più congeniale all’esposizione del suo sapere iniziatico, delle dottrine e delle discipline soprattutto orientali, che fece proprie, nonché così fortemente intrecciate con le sue vicende personali. I qui raccolti uscirono tutti sul succitato Simplicissimus e in prima battuta paiono marcare una distanza con i romanzi della maturità. Si tratta però di un’impressione errata, poiché non solo sono disseminati in ordine sparso un po’ tutti i temi presenti nei romanzi, ma anche i pregi e i difetti caratterizzanti la sua prosa, talora zeppa di dettagli e grondante di colori forti, ma capace di esprimere visioni impressionanti e atmosfere malsane.
A iniziare dal trittico ruotante intorno al persiano Mohammed Daraschekoh (o Darasche-Koh), personaggio privilegiato da Meyrink quale schietta incarnazione del Male. Le tre storie non risparmiano orrori, crudeltà e morte, a iniziare da Il preparato anatomico, risalente al 1903, che vede il persiano nei panni di un medico che ha condotto i propri studi in Europa, dove si è laureato. A Praga esercita la sua particolare professione che consiste nella preparazione dei cadaveri, nella loro mummificazione, dichiarandosi seguace di un luminare della materia, tale professor Fabio Marini di Firenze (ispirato a un personaggio storico, il cagliaritano Efisio Marini, detto “Il pietrificatore”). Ciò che Daraschekoh sperimenta nel suo laboratorio atterrisce, come hanno modo di scoprire i due protagonisti del racconto, Sinclair e Ottokar, messisi alla ricerca di un amico scomparso, rivale del persiano. Il tòpos del laboratorio in cui la scienza o la magia nera partoriscono entità innaturali trova qui una felice reinvenzione. Non è da meno la teatrale vendetta narrata in L’uomo nella bottiglia (1904), storia di una festa organizzata dal malvagio persiano per punire la consorte e il suo amante architettando una raffinata quanto letterale messa in scena, ovvero la rappresentazione di una “Commedia di marionette, liberamente tratta da Aubrey Beardsley”. Tutti i presenti alla festa si ritroveranno coinvolti in un voyerismo da snuff movie.

Illustrazione di Maria Denysenko per Bal Macabre.

Infine ne Il baraccone delle figure di cera, pubblicato nel 1907, Daraschekoh veste i panni del sapiente votato al male, essendo “l’unico iniziato agli orribili misteri di una specie di arte segreta preadamitica, grazie alla quale un uomo, per scopi incomprensibili, poteva essere sezionato in parti viventi”. Ritornano il personaggio di Sinclair, il tema della vendetta per amore, le mostruosità frutto di insani esperimenti e gli inevitabili, conseguenti tormenti della carne. Il tutto con l’aggiunta di un pizzico di Grand Guignol impiegato a fini cromatici, che si avverte netto qui e là.
Non sono le sole storie di malvagità e dolore raccolte in La morte viola, e tantomeno le uniche concepite in modo da consentire a Meyrink di elargire scampoli del suo sapere esoterico, da studioso e da iniziato, in quanto teorico e militante di una visione della vita e del mondo fuor di sesto rispetto, come si diceva, al mondo raziocinante prossimo a generare il primo macello mondiale, ma figlio anch’esso della medesima Krisis che aveva assalito gli Imperi Centrali.
Qui si può individuare la principale continuità tra l’autore dei racconti e quello dei romanzi a venire, perché Meyrink è uno scrittore a tesi, un autore di “libri a chiave” secondo Serge Hutin (in Meyrink, 2012) e tali sono i suoi romanzi come ben riassunto da Scarabelli: “ne Il Golem  è ampiamente tematizzata la Cabala, è lo yoga il Leitmotiv de La faccia verde (insieme al tema occulto dell’Ermafroditismo); Il Domenicano bianco è invece strutturato sul taoismo cinese e sulla dottrina della soluzione del cadavere e della spada, mentre L’angelo della finestra d’Occidente […] tratta di alchimia e di alcuni aspetti del tantrismo” (Scarabelli in Meyrink, 2018); in buona sostanza, non fu interessato alla dimensione letteraria se non in quanto medium per veicolare messaggi, quelli relativi alla sua concezione dell’esistenza. Si premurò di sottolinearlo esplicitamente: “tengo assai più alle mie teorie, che sono pratica e vita, che non alle mie creazioni artistiche che ne sono simbolo e veste” (Meyrink, 2020) e rincarò la dose, a scanso di equivoci nella succitata auto-intervista, quando riferendosi alla sua pratica dello yoga, le frequentazioni dello spiritismo e alle relative visioni che gli donavano, precisò:

“Quasi tutto ciò che ho scritto lo devo a queste immagini. E giacché i miei racconti e i miei romanzi scaturiscono da tali visioni, essi non hanno niente a che fare con la cosiddetta costruzione letteraria o con la suspence artistica”
(Meyrink, 2015a).

Prendere alla lettera queste affermazioni, però, significa dimenticare che Meyrink è anche un autore di finzioni e le dichiarazioni degli scrittori sulla propria opera sono sempre di fatto, a loro volta, delle invenzioni letterarie, seppur parziali, ed è questa l’interpretazione che privilegiamo (d’altronde, è sempre di questo che parliamo). Di plausibile c’è che Meyrink, in fondo, raccontava la sua visione del mondo le sue invenzioni e le esperienze della propria vita mescolandole come un alchimista provetto in una sorta di alambicco letterario. Alla fin fine, scrisse un’autobiografia intellettuale, via via sempre più aderente alla vita dell’uomo Meyrink, facendo propria la riflessione di Ralph Waldo Emerson posta da Henry Miller a esergo di Tropico del Cancro:

“In futuro questi romanzi cederanno il passo ai diari, alle autobiografie: libri avvincenti, se soltanto qualcuno sapesse fare una scelta fra ciò che egli chiama le sue esperienze, e conoscesse il modo veridico di raccontare la verità”
(Miller, 2013).

In ogni caso, fu, a modo suo, un autore di romanzi-saggi, soluzione narrativa non certo estranea alla cultura mitteleuropea e in sedicesimo anche i racconti propongono, anticipano questo approccio alla letteratura. Fu uno scrittore atipico, distaccato dal proprio tempo, fuor di sesto, appunto, ma contemporaneamente del tutto immerso in esso. È indubbio, per esempio, il legame con l’espressionismo, in virtù soprattutto della forza posseduta dalle sue descrizioni di paesaggi urbani, di interni, di luoghi naturali, tutti resi alla pari di esseri viventi e non solo a partire da Il Golem con le sue istantanee praghesi come questa: “qui una mezza casa dagli angoli storti con la fronte rientrante, là accanto un’altra, come un dente canino sporgente in avanti” (Meyrink, 2015b). Nel succitato Il preparato anatomico, per esempio, si legge “quei vecchi e strani edifici, le cui sculture, simili a sangue coagulato, riescono sempre a imprimere sull’animo un’impressione nuova, profonda, indicibile”. Passaggi di stato, un’architettura che si anima, materia che si fa organica, come ci mostrerà il cinema espressionista incluse le trasposizioni cinematografiche de Il Golem di Paul Wegener. A ben vedere, la stessa scrittura di Meyrink possiede una forte valenza cinematografica. Spesso i suoi racconti paiono davvero trattamenti per approdare al grande schermo. Seppur in poche pagine, le sue storie brevi si muovono tra stacchi ripetuti, fulminee elisioni temporali, cambi di scena repentini.

Rielaborazione di un’illustrazione di Sten Wistrand.

Il medesimo schema lo si ritroverà nei romanzi, anche se non sempre l’efficacia sarà la medesima; difatti, in generale, sono proprio questi a soffrire a tratti di una certa discontinuità narrativa, imposta dalla necessità di esporre tesi e visioni iniziatiche, quelle incursioni della forma saggio, di cui si detto, che assolvono alla funzione di vera e propria lezione spirituale con l’autore nelle vesti di un magister animae.
Un afflato che Meyrink condivise, in parte o appieno con una comunità eterogenea di cultori sinceri e di ciarlatani, di studiosi e millantatori di conoscenze riconducibili alle discipline e alle filosofie occidentali, alchemiche, ermetiche e orientali, in primis lo yoga. Si iscrisse a innumerevoli circoli, associazioni, logge, congreghe d’ogni fatta, acquistò e lesse tutto quanto potesse arricchire la sua conoscenza, studiando la cabala, la gnosi, la teosofia, l’alchimia, l’antroposofia, e strapparlo dalla condizione di dormiente a quello di risvegliato, accedendo alla vera vita della coscienza, sconfiggendo quel sonnambulismo nel quale vegeta la maggior parte di noi.
Quel che è davvero genuino in Meyrink è la ricerca un mondo altro dietro il nostro mondo, un oltrepassamento degli usuali confini umani. Meyrink era assolutamente sincero, lo aveva capito Hesse, per esempio, precisando che “abbiamo a che fare con qualcuno che ha qualcosa da dire, qualcuno che ha il coraggio di essere sé stesso” (Hesse, 1983). Sincero, nonostante l’alone di leggende che avvolge la sua vita e che egli stesso ha alimentato, a iniziare dall’episodio/svolta che lo fece passare dalla decisione di suicidarsi a quella di darsi allo studio sapienziale e da lì alla carriera di scrittore, come ricorda Scarabelli sul succitato testo introduttivo. Un episodio che ha assunto una valenza iconica con pochi analoghi nella letteratura del Novecento, pari forse solo a quello riguardante William Burroughs, quando sbagliò il colpo giocando al Guglielmo Tell e centrando appieno la testa di sua moglie Joan invece del bicchiere, iniziando da lì un’altra vita.
In ogni caso, dalla sincerità di Meyrink scaturisce la forza delle sue visioni, la potenza di certe immagini, il fascino di certe affermazioni. I semi sono sparsi nei racconti così come intuizioni e anticipazioni e importanti affinità. A iniziare da quella con Howard P. Lovecraft al quale rimanda l’incubo nerissimo di Le piante del dottor Cinderella, ambientato in un altro antro maligno dove si coltivano organi umani o una parvenza di essi. Sui muri vi sono graticci.

“In mezzo, vi scintillavano spaventosi, innumerevoli bulbi oculari, che fuoriuscivano alternandosi a orrendi grumi simili a tuberi […] I tronconi principali delle vene si abbarbicavano sulla grata salendo da fiale piene di sangue, da cui traevano sostentamento in virtù di un processo ignoto.
[…] funghi di carne rossa che trasalivano a ogni contatto. Sembravano parti tratte da corpi viventi, ricomposte insieme per mezzo di un’arte inconcepibile, derubate delle loro funzioni umane e costrette alla pura crescita vegetativa. Quando illuminai più da vicino gli occhi e vidi le pupille contrarsi, capii subito che in esse c’era vita.
Chi poteva essere il diabolico giardiniere che aveva concepito quell’immonda coltura!”.

Difficile non vedere il filo rosso che da Praga porta a Providence (tra l’altro anche il pazzo autore del Necronomicon, Abdul Alhazred, arriva dal Medio Oriente), ma da lì, in fondo, si arriva all’oggi, perché questa parete di materia organica in mutazione appare come un’anticipazione di ciò che si mostra nell’Area X immaginata da Jeff VanderMeer. Forse è proprio individuando i motivi sottostanti l’emergere del cosiddetto new weird, che va individuata la tenuta e la fruibilità tutt’oggi delle storie meyrinkiane, in un tempo che ha operato un secondo giro di frantumazione dei concetti di realtà, di verità e ratio analogamente a quanto accadde ai primi del Novecento. Va de sé che oltre agli echi del coevo Lovecraft (percepibili anche ne La morte viola, per esempio), siano presenti influenze e analogie con atmosfere, simboli e temi che furono di Edgar Allan Poe. De Turris nel suo approfondimento rimanda:

“ai temi del corvo (Febbre), delle mascherate tragiche (L’uomo sulla bottiglia, L’albino), della morte apparente (Bal Macabre), del soliloquio dell’assassino (Suggestione), della descrizione di uno stato mentale patologico («Malato»), delle figure femminili apportatrici di morte (Lacrime bolognesi), delle visioni idilliache che virano poi nell’orrore (Chimera), delle situazioni pseudo-scientifiche grottesche (Il soldato bollente, Il dottor Lederer)”.

Quanto ai racconti più orientati allo sberleffo del potere, delle istituzioni e dei saperi dominanti, che costarono a Meyrink anche dei processi, la loro attualità è immutata nello spirito che li anima, sebbene i personaggi da bersagliare al giorno d’oggi vestano altri panni. Diversi sono i racconti di tal fatta presenti in La morte viola e nel mirino ci sono anche le false illusioni dello spiritismo e dell’occultismo; per esempio, Coagulo è un vero e proprio avvertimento a non farsi tentare da pratiche demoniache. Ne Il dottor Lederer, invece, sono sotto accusa tanto la credulità popolare quanto la falsa morale dei burocrati alle prese con un parto quantomeno bizzarro della moglie di un consigliere civico praghese. Immagini agghiaccianti, misura anche della fervida fantasia del viennese, appaiono un po’ ovunque, per esempio in Terrore, la notte di un condannato a morte. Nel carcere dove è rinchiuso, la paura della morte regna sovrana e

“sguscia fuori, poco a poco, un verme ripugnante, una sanguisuga gigantesca. Di color giallo-scuro, chiazzata di nero, avanza trascinandosi sul pavimento lungo le celle, ora gonfiandosi, ora assottigliandosi di nuovo, e continua a farsi strada, cercando a tentoni qualcosa. Su ogni lato della testa, in ogni cavità oculare, vi sono cinque globi, l’uno pigiato sull’altro, senza palpebre lo sguardo fisso: è il Terrore!”.

Compare qui per la prima volta il segno profondo lasciato dall’esperienza in carcere vissuta da Meyrink al termine di un processo che lo condannò ingiustamente per bancarotta. Ritornerà a più riprese nelle sue storie, soprattutto ne Il Golem. Temi narrativi ricorrenti, come la vendetta, sebbene non sempre macabre come quelle del malvagio persiano. Analoghe rivincite si trovano anche in storie di carattere satiriche come G.M. (le iniziali dicono tutto), storia del ritorno a casa, a Praga, di tale George Mackintosh che tanto somiglia non solo nelle iniziali all’autore (“aveva il volto affilato come un tagliacarte e gambe molto lunghe”). La singolare corsa all’oro che attiva in città si dimostrerà abile sotterfugio per una rivalsa tanto clamorosa quanto grottesca. Chissà se mezzo secolo dopo, Friedrich Dürrenmatt avesse in mente questo racconto quando ideò la terribile vendetta messa in scena in La visita della vecchia signora (1955), imperniata sulla corruttibilità di chiunque.

Tereza Zelenkova: Gustav Meyrink’s death mask, da Snake that disappeared.

Il tempo non ha tolto smalto a queste storie, tuttora vive, forse in virtù di quell’energia che possedeva il suo autore. D’altronde, sulla tomba di Meyrink nel cimitero di Starnberg sulle Alpi bavaresi è inciso nella pietra “VIVO”, iscrizione già apparsa nel racconto J. H. Obereit visita la regione delle Succhiatempo risalente al 1919, “quattro lettere dentro una croce” (Meyrink, 1976). Intrico alfine indistricabile di esperienza di vita e di invenzione fantastica consegnato all’eternità.

Letture
  • Herman Hesse, Gustav Meyrink, in Autori vari, Meyrink scrittore e iniziato, Basaia, Roma, 1983.
  • Serge Hutin, La grande illuminazione liberatrice, in Gustav Meyrink, Il Domenicano bianco, Bietti, Milano, 2012.
  • Gustav Meyrink, Meyrink parla della sua vita in Il Golem, Tre Editori, Roma, 2015a.
  • Gustav Meyrink, Il Golem, Tre Editori, Roma, 2015b.
  • Gustav Meyrink, La casa dell’alchimista, Edizioni del Graal, Roma, 1981.
  • Gustav Meyrink, Il volto verde, Adelphi, Milano, 2000.
  • Gustav Meyrink, J. H. Obereit visita la regione delle Succhiatempo in Il cardinale Napellus, Franco Maria Ricci, Parma, 1976.
  • Henry Miller, Tropico del Cancro, Feltrinelli, Milano, 2013.
  • Andrea Scarabelli, Alle frontiere dell’Io, in Gustav Meyrink, Alle frontiere dell’occulto, Scritti esoterici (1907 – 1952), Aktos, Carmagnola, 2018.