Morire, sognare,
forse viaggiare nel futuro

William Hope Hodgson
Il sogno di X
Traduzioni di Giuseppe Aguanno,

Pietro Guarriello
(La promessa di Jacobeous Deacon),

Maria Ceraso
(la silloge Il richiamo del mare)

a cura di Pietro Guarriello
Il Palindromo, Palermo, 2019
pp. 348, € 23,00


William Hope Hodgson
Il sogno di X
Traduzioni di Giuseppe Aguanno,

Pietro Guarriello
(La promessa di Jacobeous Deacon),

Maria Ceraso
(la silloge Il richiamo del mare)

a cura di Pietro Guarriello
Il Palindromo, Palermo, 2019
pp. 348, € 23,00



Partiamo dalla fine, dalla morte di William Hope Hodgson, autore di storie fantastiche, poeta, fotografo, atleta, marinaio, conferenziere, nonché autore di un congruo numero di racconti non riconducibili direttamente al genere fantastico, piuttosto impregnati dai duri anni di servizio nella marina mercantile. Alla fine fu anche soldato e partecipò al primo conflitto mondiale. Partiamo da lì, rileggendo un passo folgorante, incastonato nelle prime pagine del Viaggio al termine della notte (1932), dove Louis Ferdinand Céline esegue un ritratto memorabile del morire in guerra.

“Non lo vidi più, di colpo. È che era stato dislocato sulla scarpata, allungato sul fianco dall’esplosione e proiettato fin nelle braccia del cavaliere a piedi, il messaggero, finito anche lui. Si abbracciavano tutti e due per il momento e per sempre, ma il cavaliere non aveva più la testa. Nient’altro che un’apertura sopra il collo, con del sangue dentro che borbottava con dei gluglù come la marmellata nella pentola. Il colonnello aveva il ventre aperto, faceva una brutta smorfia […] Tutta quella carne sanguinava insieme moltissimo” (Céline, 2011).

Al fronte, il giovane Ferdinand scoprì così che il Grand Guignol poteva in un batter d’occhio abbandonare i palcoscenici e finire in trincea, trasformandosi in carneficina quotidiana, carne martoriata, fatta a pezzi, squartata, terra inzuppata di sangue. Andò meglio a Hodgson, in un certo senso. Centrato in pieno da una bomba, venne letteralmente polverizzato e leggenda vuole che ne rimase intatto solo l’elmetto. Si era nelle Fiandre, a Ypres, ed era il 19 aprile 1918. Non aveva ancora compiuto quarantuno anni. Di lì a poco le ostilità sarebbero cessate, ma inesorabile e misterioso il fato aveva emesso la sua sentenza, decretando che l’eroico inglese non solo non avrebbe visto l’avvento della pace di lì a qualche mese, ma che se ne andasse avvolto in un lampo di luce proprio lui, uno dei maggiori cantori dell’oscurità, ammirato e lodato in pagine assai note da Howard P. Lovecratf, colui che in quel buio ci si ritrovava a meraviglia. Il Maestro di Providence si occupò dello scrittore inglese nel saggio The Weird Works Of William Hope Hodgson, scritto nel 1934, successivamente incluso nel più noto e da noi tradotto, L’orrore soprannaturale in letteratura (divenne il capitolo IX dell’edizione pubblicata nel 1936). La citazione di un passo in particolare ricorre inevitabile e anche qui non si farà eccezione:

“Pochi possono eguagliare l’efficacia con cui ha adombrato, mediante accenni casuali e dettagli significativi, la vicinanza di forze innominabili e di mostruose entità incombenti, o il modo in cui sa suscitare sensazioni spettrali e abnormi in rapporto a certe regioni o edifici” (Lovecraft, 2011).

Parole che impressero per sempre un certificato di garanzia idoneo valido per tutti i conoisseurs della letteratura fantastica ai quali si rivolgeva esplicitamente Lovecraft nel suo saggio. Ne conosceva bene i quattro romanzi, Naufragio nell’ignoto (The Boats of the “Glen Carrìg”, 1907), La casa sull’abisso (The House on the Borderland, 1908), I pirati fantasma, (The Ghost Pirates, 1909), La terra dell’eterna notte (The Night Land, 1912) e anche le storie su fantasmi veri o presunti tali indagati da Carnacki, storie brevi che apprezzò meno. Per una questione di diritti, del suo ultimo romanzo, La terra dell’eterna notte, Hodgson ne approntò anche un’edizione ridotta, compressa come un file audio in formato MP3, destinata proprio al mercato statunitense, ma non conosciuta da Lovecraft (si ipotizza che all’epoca non sia mai stata messa in vendita): Il sogno di X.
La versione finora inedita in Italia, arriva grazie alla casa editrice il Palindromo e a ospitarla non poteva che essere la collana I Tre Sedili Deserti, diretta da Giuseppe Aguanno; collana dedicata al genere fantastico giunta alla quarta pubblicazione dopo aver dato alle stampe Elogio del fantastico di Jacques Bergier, Il vascello di Ishtar di Abraham Merritt e La collina dei sogni di Arthur Machen, che ha inaugurato la serie. Il nuovo volume oltre al romanzo breve include una selezione di racconti inediti, poesie, fotografie scattate dall’autore e un eccellente apparato critico e iconografico, come è consuetudine della collana, che include anche un’introduzione di Gianfranco de Turris e venti tavole di Stephen E. Fabian (alcune riportate sotto), illustratore della prima edizione in volume nel 1977.

Il sogno di X perse diverse centinaia di pagine incluse nell’originale (prassi diffusa, per esempio anche Merritt con Il vascello di Ishtar sopra citato, operò nello stesso modo), facendo piazza pulita di quella “tediosa prolissità” criticata giustamente da Lovecraft, ma lasciando intatta quella “immaginazione macabra” (Lovecraft, 2011) capace tutt’oggi di lasciare il segno. Non è il vertice della sua opera, non raggiungendo l’altezza di La casa sull’abisso, incubo colorato di nere visioni al di là del tempo e dello spazio. Anche Il sogno di X (e La terra dell’eterna notte di cui è costola) però non difetta certo di oscurità totale, orrore e male, assenza di speranza per un’umanità la cui finitudine viene sottolineata con forza.
Ciò che però ne fa un’opera forse unica nel suo genere (in entrambe le versioni) va ricercato nel movente della storia e nel movimento che la rende possibile: Il sogno di X è una storia d’amore che prosegue e termina tragicamente in virtù di un viaggio nel tempo. Così, con un colpo solo, Hodgson si appropriò del genere rosa e lo strapazzò per bene, fino a renderlo funzionale a una storia di viaggio in un lontano futuro, giungendo in una terra morente, approdando quindi a un sottogenere del fantastico fiorente all’epoca (si pensi a La nube purpurea di Matthew P. Shiel o a La macchina del tempo di H.G. Wells) e tuttora vivo; tutto per poter dar la stura a un’immaginazione potente “macabra”, infinitamente nera, come in seguito si è raramente letto (per esempio in Lovecraft, non a caso).
La vicenda in breve. Siamo nel diciassettesimo secolo (da qui la scelta di utilizzare una lingua volutamente arcaica, pagandone pegno quanto a scorrevolezza, che l’ottima traduzione preserva, ma rende più disinvolta la lettura) e il narratore è innamorato di tale Lady Mirdath. I due convolano a nozze ma lei muore di parto. Vita e morte, la vicenda si sposta in un lontanissimo futuro dove il narratore tra sogni e visioni si ritrova a cercare di salvare un’altra fanciulla, Naani, nella quale Mirdath si è incarnata. È senza dubbio la più impossibile delle missioni, considerato lo scenario in cui avviene: una Terra avvolta nelle tenebre, il Sole ormai scomparso, un residuo d’umanità trincerata all’interno di una gigantesca piramide di metallo, l’Ultima Ridotta, assediata da presenze mostruose ed esseri straordinari, che altro non attendono che la caduta delle barriere difensive.
Vige il terrore, l’orrore è sì metafisico ma palpabile, avvertibile dai cinque sensi. L’assedio dura da un tempo smisurato. Esiste anche una seconda piramide, la Ridotta Minore, ed è lì che il giovane deve recarsi per salvare la fanciulla, affrontando cose oscure e inquietanti per dirla con David Lynch.
È proprio l’assenza di luminosità a essere forse l’aspetto più inquietante dello scenario descritto da Hodgson, ancor più delle creature orrende, le entità minacciose, le cose innominabili e/o indescrivibili di cui è costellato. Se da un lato, l’impianto di questa Terra in rovina immaginato da Hodgson, ripensando a opere del passato, trova illustri precedenti, come giustamente osserva il curatore Pietro Guarriello, che ne sottolinea in particolare l’affinità con l’inferno dantesco, dall’altro non trova riscontri di analoghi nella contemporaneità.

Non in letteratura, quantomeno, seppure certi orrori fruscianti tra le pagine di Thomas Ligotti siano accostabili, laddove questi riduce all’essenziale e Hodgson esagera. Nero come la pece, il pianeta alla fine del tempo descritto da Hodgson trova invece nell’audiovisivo un autentico contraltare contemporaneo. Tutt’altro contesto, ben altra vicenda e parecchio retroterra differente, eppure il medesimo senso dell’agguato del male in un mondo (qui micro) sprofondato nel più buio degli inferni: l’ottavo episodio della terza stagione di Twin Peaks intitolato Gotta Light?, dove tutte le mostruosità dell’universo di David Lynch emergono da laggiù in basso dove si erano rintanate fino a quel momento. Se La terra dell’eterna notte è stato definito da Erik Davis un mostro letterario, quello di Lynch è similmente un mostro audiovisivo, creatura mutante che mescola insieme serialità, video arte, sperimentalismo filmico affondando in un buio pesto. Qui si prende letteralmente visione di un mondo avvolto nelle tenebre.
O forse il corrispettivo è nel dark ambient del musicista gallese Brian Williams, in arte Lustmord, esploratore sonoro del vuoto cosmico, per esempio in opere come The Place Where The Black Stars Hang (1994) o Stalker (1995, realizzato con Robert Rich), o il diabolico come in The Monstrous Soul (1992), Ricerca inesausta negli abissi del suono, come prova ancora il più recente Dark Matter (2016). Suoni e immagini che restituiscono intatto il medesimo senso dell’orrore che Hodgson provò a mettere sulla pagina. Universi altri, opere al nero che spengono ogni domanda ed estinguono ogni risposta. La vitalità della scrittura hodgsoniana si avverte qui, inalterata a un secolo di distanza.

Un volume arricchito da racocnti e poesie
Il volume, si è detto, include molto altro, rendendo conto della poliedricità di questa singolare figura di scrittore. Intanto i racconti, che danno conto dei vari generi frequentati nella pur breve carriera. Due appartengono al filone cosiddetto dei detective dell’occulto, pur non avendo come protagonista il personaggio di Thomas Carnacki, che ottenne un certo successo con il ciclo di racconti (nove) che lo vedeva protagonista.
I racconti sono La Dea della morte e La locanda del Corvo Nero e il primo è addirittura l’esordio narrativo di Hodgson. All’epoca il filone funzionava bene (lo è tuttora, si pensi a Stephen King, per esempio), fantasmi e case infestate non mancavano nel Regno Unito e i nostri tempi immersi nell’haunting non possono esimersi dall’operare nuove riletture. Il primo a capirlo fu Joseph Sheridan LeFanu con il suo dottor Hesselius, ma a ottenere grande successo fu soprattutto Algernon Blackwood con John Silence la cui fama trova eco ancor oggi nel bonelliano Dylan Dog.
Un terzo racconto incluso nel volume è frutto della medesima operazione di compressione praticata con La terra dell’eterna notte. Si tratta di Le memorie di Carnacki, cacciatore di spettri, nel quale sintetizzò le prime quattro storie di Carnacki. Nella sua introduzione, de Turris si chiede che cos’altro avrebbe potuto scrivere Hodgson se avesse evitato quella maledetta granata. Rilanciando, chiediamoci che cosa avrebbe combinato oggi in tempi di blog, post, tweet e altre forme di comunicazione sprint! Altra storia a tema fantasma è La promessa di Jacobeous Deacon, l’unico del mazzo a essere già apparso in Italia, mentre apparentemente insoliti sono i rimanenti due: La valle dei bimbi perduti” e La stanza della paura, doppio affondo nel mondo dell’infanzia e dell’amore filiale.
A completare il volume una selezione delle sue poesie (sedici in totale), aspetto meno noto e apprezzato dell’opera di Hodgson e che invece si invita opportunamente a riscoprire. Versi densi di rimandi al fantastico più cupo, all’orrore metafisico che alligna nel cuore degli oceani. Si ascolti l’incipit di Grigi mari sognano la mia morte:

“So che grigi mari sognano la mia morte,

là dove i flutti si perdono nel sonno,

dove un umido vento geme continuo,

e non c’è vita nell’aria obliata”.

Non andò così. Alla fine, i mari lo risparmiarono. Fu la terra a riaverlo, ridotto in cenere direttamente, come si è detto. Rendendo superfluo il lavoro certosino del tempo. Un viaggio fulmineo nel futuro.

Ascolti
  • Lustmord, The Monstrous Soul, Side Effects, 1992.
  • Lustmord, The Place Where The Black Stars Hang, Side Effects, 1994.
  • Lustmord, Dark Matter, Touch, 2016.
  • Robert Rich & B. Lustmord, Stalker, Fathom, 1995.
Letture
  • Louis Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio, Milano 2011.
  • William Hope Hodgson, La terra dell’eterna notte, Fanucci, Roma, 2019.
  • Howard P. Lovecraft, Teoria dell’orrore, Bietti, Milano, 2011.
Visioni
  • David Lynch, Twin Peaks, Stagione 3, Universal, 2018 (home video).