Ma gli androidi sognano
orgasmi elettrici?


L’aria di cambiamento che soffiava forte nel secolo scorso alla fine degli anni Sessanta investì inevitabilmente anche la fantascienza. L’atmosfera si fece bollente proprio nel fatale 1968, quando sugli schermi apparve Barbarella, diretto da Roger Vadim, con Jane Fonda nei pochi panni della protagonista.
Il grande disordine sotto il cielo si diffuse anche sopra, danzando in libertà grazie all’assenza di gravità come faceva l’eroina del film nei titoli di testa, esibendosi in uno striptease davvero spaziale.
Da allora, gli argini sono stati spazzati via senza tanti complimenti in un genere storicamente bigotto quale è la fantascienza, dalla letteratura al cinema. Mezzo secolo di rivoluzioni e liberazioni del corpo e dei costumi più o meno riuscite ben riassunte da due pellicole proiettate alla diciottesima edizione del Trieste Science + Fiction Festival: il citato Barbarella ed Ederlezi Rising, opera prima del regista serbo Lazar Bodroža con la pornostar Stoya nel ruolo di co-protagonista.
La rassegna triestina ha così offerto una volta di più l’occasione per riflettere sulle narrazioni fantastiche tout court, sulle tendenze e le evoluzioni dei vari sottogeneri e sui temi di fondo che le caratterizzano. E quello tra sesso, erotismo, corpo, da un lato e fantascienza dall’altro è sicuramente uno dei temi più caldi.
La fantascienza ha più cuori, sarà perché è il genere mutante per elezione. A muoverla è il battito vitale dell’avventura, della scoperta e in fondo il vizio inguaribile della conquista. A fornirle linfa vitale è quel senso del meraviglioso attinto dalla magia e dal sogno, uno stupore che alberga da sempre in noi e che ha trovato piena realizzazione nella seduzione esercitata dal gadget tecnologico. Non è tutto, c’è un terzo cuore che la anima: il timore dell’altro, del diverso, di una razza differente, dell’alieno, specialmente di quello assoluto, ovvero una sessualità diversa dalla nostra.

Su questa strada la fantascienza, nata per intrattenere gli adolescenti, ha preferito per decenni lo scontro con il mostro, il marziano, l’extraterrestre, con incontri ravvicinati anche spaventosi, ma sempre casti, in ossequio alle sue radici ottocentesche, bacchettone, vittoriane.
Per metà Novecento è andata così, affidando a illustratori coraggiosi come Virgil Finlay il compito di alludere, per esempio disegnando dee e guerriere un po’ scollacciate, come le sensuali protagoniste de Il vascello di Ishtar di Abraham Merritt, avvolte in veli quasi trasparenti nelle tavole realizzate per l’edizione del romanzo pubblicata nel 1949.
La svolta definitiva arrivò nel 1952, quando comparve The Lovers (Gli amandi di Siddo è il titolo italiano più recente), un romanzo di Philip Josè Farmer, in seguito ripreso e modificato dall’autore ben due volte. La storia oggi appare niente affatto osé, a iniziare dal titolo, ma bastò all’epoca a catturare l’attenzione del pubblico e creare un precedente. Furono sufficienti passaggi come questo per creare il caso: “Jeannette si stava chinando, per raccogliere la cappa, e Hal non poté evitare di vedere perfettamente i suoi seni superbi. I capezzoli erano scarlatti come le sue labbra” (Farmer, 2008). Considerato che Hal Yarrow è un umano, ma Jeannette è un’aliena, una lalitha, razza metà donna e metà insetto, e che il tutto è immerso in una mistura di psicoanalisi e mitologia, la storia non poteva certo passare inosservata.
Qualche anno dopo l’uscita di The Lovers anche il cinema iniziò a spogliarsi di remore e tabù, agevolato da una sentenza del giudice Charles Desmond della Corte d’Appello di New York, a proposito di un filmetto di Max Nosseck, Garden of Eden (1954), che creò un prezioso precedente, decretando che non costituiva reato la nudità di per sé in pellicole come quelle che riprendevano nudisti. Tanto bastò per liberare il nudo sul grande schermo, non solo con le opere “artistiche” dei circuiti underground. Colse al volo l’occasione Russ Meyer. Anche se non è sci-fi in senso stretto, comunque va segnalato in virtù di una sorta di mutazione, causata da un anestetico del dentista, subita dal personaggio protagonista del suo The Immoral Mr. Teas (1959). Il Mr. Teas in questione si ritrova con una vista ai raggi X che gli consente di spogliare le donne con gli occhi.

A fare il primo vero passo fantascientifico fu però la regista Doris Wishmam che, nel 1961, propose Nude on the Moon e fu così che la sexploitation incontrò la space age. Anche in questo caso ai nostri giorni fa sorridere il candore della storia con i due astronauti, alloggiati in tute goffissime, che scoprono sul satellite terrestre una civiltà dedita a un seminudismo (ci si limitò al topless), ma tanto bastò per dare il via al nuovo filone.
Nel 1963, William Rose e Arnold Drake confezionarono 50.000 B.C. storia di un viaggio nel tempo che conduceva il protagonista in una preistoria scollacciata, l’anno successivo l’ungherese László Kovács propose Kiss Me Quick! che vedeva arrivare sulla Terra alla ricerca di donne con cui ripopolare il proprio pianeta un alieno dal nome davvero esilarante: Sterilox. Si imbatterà in uno scienziato folle, tale Dr. Breedlove, che a sua volta è alle prese con la creazione di donne artificiali, dopo alcuni esperimenti andati a male. Non a caso una delle prime prove si chiama Franky Stein (!). Altro soft core apripista è Electronic Lover (1966) di Jesse Berger, variante sci-fi del genere peeping Tom, ovvero del voyeur come protagonista, in questo caso un certo Master, tizio decisamente allucinato che osserva donne riprese nell’intimità da una telecamera remota che invia le immagini a un grande computer. Sesso virtuale ante litteram con tanto di sequenza di sesso interraziale tra due amanti, la bianca Carla e la nera Natara.
Sono solo alcuni dei titoli che prepararono, inseminarono i nuovi tempi. Si edificava la base di lancio per una produzione di maggior respiro internazionale: Barbarella, appunto. La storia è arcinota, tratta dall’omonimo fumetto (1962) di Jean-Claude Forest, altro pioniere nel campo delle strisce sci-fi con un pizzico di erotismo. Siamo nel 40.000 d.C. e vanno in scena le avventure anche erotiche di un’avvenente viaggiatrice spaziale incaricata nell’occasione di rintracciare lo scienziato Durand Durand, il villain della vicenda. Tutto finirà bene e l’eroina si salverà.

In un luccichio di effetti, fondali e soprattutto abiti che faranno moda (disegnati da Paco Rabanne), Barbarella non è solo un prodotto d’intrattenimento più o meno riuscito, ma anche e soprattutto un catalogo di temi che da allora saranno sempre più presenti nelle narrazioni sci-fi: il corpo femminile, la macchina, il sesso. Lo farà specialmente grazie al sopra citato spogliarello integrale della protagonista, parzialmente e abilmente censurato proprio dalle scritte dei titoli di testa, e dall’Orgasmatron, macchina che uccide a suon di orgasmi concepita dal malvagio Durand Durand. Il primo piano dell’eroina al culmine del piacere è la pietra angolare di tutta la faccenda, anche in letteratura. Si è a fine decennio, la narrativa di genere ha fatto tesoro dell’azione dimostrativa di Farmer, arriva la New Wave e vari tabù vengono affrontati da più parti a iniziare da Samuel Delany con le sue variazioni politiche sugli orientamenti sessuali, che culminerà nel monumentale Dhalgren (1975), farcito di scene di sesso esplicito, di relazioni etero e omosessuali.
Amplessi, nudità, tabù sessuali, le frontiere vengono a fatica ma inesorabilmente abbattute, finanche da un veterano della fantascienza della cosiddetta età dell’oro (tra la fine degli anni Trenta e il primo dopoguerra), Robert Heinlein, che rilancia indietro nel tempo Lazarus Long, il protagonista del suo romanzo del 1973 (Time Enough for Love, noto in Italia con il titolo Lazarus Long, l’immortale) lasciando che venga rapito dal fascino di una donna chiamata Maureen, che si rivela essere sua madre da giovane. Solo qualche anno prima, Jim Morrison con The Doors aveva manifestato quel medesimo interesse a chiare lettere in The End (“Mother, I want to fuck you!”). Si arriva ovunque con i paradossi temporali. Fece di meglio David Gerrold che mandò il suo protagonista a vivere una relazione omosessuale con il sé stesso del passato in The Man Who Folded Himself (1973). In breve, quello che inizia con The Lovers e prosegue con Barbarella e con una moltitudine di altre sortite tra cinema anche di bassa lega e prove letterarie spesso ancora impacciate è in primo luogo un adeguamento del genere alla rivoluzione dei costumi occidentali.

L’aspetto più interessante, però, è che la fantascienza ci mise da subito del suo nella faccenda, rendendo di più immediata lettura questioni altrimenti intricate e per certi versi ancora a venire, caricando in un sol colpo nella figura chiamata inizialmente robot tutto l’immaginario relativo ai dispositivi relazionali, produttivi e militari che afferiscono alla macchina, riproponendo su un nuovo piano la storica contrapposizione con l’umano e, più in generale, tra mondo naturale e mondo artificiale. Spesso declinando il tutto al femminile.

Corpo, potere e possibili derive
Sin dalle origini della sci-fi, il corpo della donna è associato alla macchina, nella quale convergono differenti e coesistenti funzionalità. È intanto un dispositivo che attiva dinamiche relazionali, essendo in grado di dispensare piacere a tutti i nostri sensi; inoltre è la pietra angolare di qualsivoglia sistema di produzione e consumo delle merci; infine è un meccanismo militare, concepito per uccidere. Talvolta è tutto questo, talora si privilegia far performare la macchina a senso unico, specializzandola, predisponendola come copia perfezionata della donna. Si pensi al romanzo Eva futura (1886) di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam, che partorì l’androide, o meglio il ginoide, Hadaly, creatura artificiale dalle sembianze di una donna, e a seguire la Robotrix creata dal folle scienziato Rotwang a immagine e somiglianza di una mite donna di nome Maria nel celeberrimo Metropolis (1926) di Frit Lang. Evidente l’investimento psichico di cui sono oggetto, quella massima espressione di potere che consentono, ma anche la portata dell’insurrezione che promettono qualora si metta in moto un qualche meccanismo liberatorio.
Oggi che i costumi, i livelli di censura e il gusto sono radicalmente cambiati rispetto ai tempi di Barbarella, e al tempo stesso le grosse lattine antropomorfe, di cui il Robby (Il pianeta proibito, Fred Wilcox, 1956) è l’esemplare più celebre, hanno lasciato il posto a intelligenze artificiali avanzate, osserviamo la perfetta messa in scena di queste logiche in Westworld, la ripresa seriale del classico film diretto da Michael Crichton nel 1973, tratto dal suo omonimo romanzo. A margine bisogna qui solo annotare che anche in assenza di corpo, in presenza di autentica immaterialità, di AI tout court, le logiche relazionali, anche sessuali, si attivano allo stesso modo. Basti pensare a quanto si narra in Her (2013) di Spike Jonze e al suo sfacciato rimando apparso in Blade Runner 2149 (Jacques Villenueve, 2017) con la prostituta virtuale.
Tornando ai nuovi mondi creati per il remake di Westworld targato Netflix, in primis quello western, lì ci si reca per spassarsela, possedere e uccidere corpi sintetici, tutto con qualche fine anche terapeutico e pure qui piacere e insurrezione intrattengono una relazione profonda e riuscita.

 

Il legame con l’originale (anch’esso passato al Trieste Science + Fiction Festival 2018) in quest’ottica appare parziale, se non fosse che nel 1978, il regista Anthony Spinelli, specializzato nelle cosiddette pellicole per adulti, realizzò una versione porno del film di Crichton: Sexworld. Non fu un caso isolato. Parallelamente alla via fantascientifica all’eros, si fece strada anche un filone di porno parodie a vecchi e nuovi classici del genere. Pellicole come Carnal Encounters of the Barest Kind (1978) di Donald S. Bruce, o Galactic Gigolo (1987) di Gorman Bechard appaiono eloquenti sin dal titolo. Per non dire di Flesh Gordon Meets the Cosmic Cheerleaders (1990) di Howard Ziehm, che strillava sulla locandina “FLESH IS BACK! To save the universe from a diabolical menace… GALACTIC IMPOTENCE!”. Insomma, se la fantascienza prese a spogliarsi, il porno iniziò a proporsi in abiti fantascientifici, salvo poi svestirsi in un batter d’occhio. In Sexworld, il contesto è identico a Westworld: un villaggio attrezzato per soddisfare i desideri di comitive di turisti, venendo incontro alle loro particolari esigenze, tutte legate a frustrazioni di vario tipo. C’è però una differenza sostanziale: qui non si combatte tra ranch e saloon ma in camere da letto. Tutto monitorato da una sorta di centro/laboratorio, sospeso tra l’algido fantascientifico e l’asettico ospedaliero, in contrasto con le stanze bollenti che ospitano i visitatori/clienti. Solo un genere più meta genere della fantascienza, quale è il porno, poteva mettere letteralmente a nudo le logiche del Westworld e gli autori della serie nel XXI secolo hanno brillantemente tirato le somme, dando vita al loro scenario wild country & sex western.
È da qui che prende il volo Ederlezi Rising.

Siamo nel 2048 e, secondo percorsi che oggi ci appaiono inimmaginabili, il capitalismo è stato superato dal socialismo. Oltre al nuovo scenario sociale, veniamo presto informati anche dei radicali passi in avanti sul fronte tecnologico: siamo in tempo di colonizzazione e sfruttamento industriale delle risorse di altri pianeti. Non solo, a un altro scopo, quello di “esportare un’ideologia”, viene allestita una missione su Alpha Centauri. La spedizione è affidata all’astronauta slavo Milutin (interpretato da Sebastian Cavazza) da parte della Ederlezi Corporation della “Riformata USSR”. Lui è un uomo di consumata esperienza, con numerose missioni alle spalle e con un passato che pare costellato di delusioni o comunque di difficili rapporti con l’altro sesso.
Non è un dettaglio irrilevante, perché verrà subito informato da un ingegnere sociale della Riformata USSR (Maruša Majer) che verrà accompagnato nella missione da un’androide dalle sembianze femminili: Nimami, progettata a immagine e somiglianza dei desideri e dei gusti di Milutin, preventivamente analizzati da un’equipe di studiosi.

Fascinazione, fetiscismo, fedeltà
Difficile non pensare alla casa d’appuntamenti per sex dolls, Lumi Dolls, aperta e poi chiusa a Torino nel pieno del boom delle visite. In fondo, verso statue, bambole e androidi viene indirizzato il medesimo desiderio: eterna giovinezza, pratica fetish ultra radicale, docilità e sottomissione inalterabili, il seducente e il perturbante che vanno a braccetto abitando lo stesso corpo innaturale così uguale e diverso da noi allo stesso tempo.
Questo stato di ambiguità permanente è appartenuto in origine esclusivamente alle statue, gli oggetti (o i soggetti?) di quell’amore particolare chiamato agalmatofilia, è trasmigrato in età moderna, incarnandosi anche nelle bambole per praticare sesso: dagli storici modelli gonfiabili alle più sofisticate real doll e il confine viene spostato ancora più avanti da androidi come Nimami. Una ricerca di partner ideali che anche un’altra pellicola proiettata al TSFF 2018 ha messo a nudo: Elizabeth Harvest di Sebastián Gutiérrez, una riscrittura della favola di Barbablù di Charles Perrault. Qui le mogli sono riprodotte in serie, grazie alla sofisticatissima bio ingegneria del facoltoso (pluri)vedovo Henry (un notevole Ciarán Hinds) alla ricerca della copia perfetta della consorte scomparsa e mai dimenticata. Lo scenario è all’altezza: villa sontuosa, iperlusso, high tech, molto vintage, molto tombale e una stanza proibita. Le varie Elizabeth (Abbey Lee, una delle ragazze di The Neon Demon, di Nicolas Winding Refn, 2016) non sono androidi bensì cloni, dunque ne condividono il medesimo statuto di copia, almeno nelle intenzioni dei loro creatori. Qui la dimensione sexy si stempera sopraffatta dalla violenza, un po’ come accadeva nei thriller/horror all’italiana degli anni Settanta.

Tornando a Nimami, l’attrice che la interpreta è Stoya, ma che si tratti di un’attrice, anche di fama, proveniente dal mondo del cinema porno è un dato marginale in questo contesto, anche se è difficile trovare altri film sci-fi (porno esclusi) con una protagonista senza veli per una porzione così ampia del film. Più nudo che erotismo però, perché, a esclusione della scena dello stupro, tutto è molto tenue, flou, che gli ambienti piuttosto asettici, spesso in penombra, le luci al neon quintessenza dell’artificiale, contribuiscono a sottolineare. Molto più fisici i corpi e gli amplessi di altre pellicole in programma proprio al TSFF 2018, come l’altro androide in azione nel Future World co-diretto da James Franco, Bruce Thierry Cheung, inizialmente nuda, come pare si addica alla macchina intelligente (vedi Westworld), o all’amplesso davvero bollente della protagonista (umana) dell’altrimenti deludente Peripheral di Paul Hyett, alle prese con un computer, il cui cavo/fallo sembra avere tra i suoi antenati proprio una storia di Farmer, quando questi puntò dritto a fare il verso al porno con L’immagine della bestia (siamo sempre nel 1968).
Anche se, come in Barbarella mezzo secolo prima, non siamo di fronte a film memorabile, la vicenda di Milutin e Nimami è un puntuale riepilogo di quel percorso iniziato da Farmer tempo addietro, quel singolare intreccio tra il corpo, l’altro e la macchina. Ormai libero da tempo da pudori e censure anche auto imposte, Ederlezi Rising è innanzitutto un omaggio alla bellezza del corpo dell’algida androide in viaggio verso Alpha Centauri.
È anche una riflessione sulla coppia: i due soggetti che la compongono sono senza false illusioni rappresentati come diversi l’uno dall’altro. Laddove Farmer affiancava un’aliena al suo personaggio maschile, qui è un’intelligenza artificiale a fare da partner. Tramite il loro legame soprattutto fisico, entrambi imparano a conoscersi e conoscere meglio sé stessi.

È anche una logica di potere quella che si mette in scena. Sulle prime, Nimami serve e soddisfa ogni desiderio dell’umano poi, liberata dai programmi che la gestiscono, instaura un rapporto conflittuale che scaturisce in violenza (uno stupro), infine, definitamente liberata, sembra poter scegliere e decidere in totale autonomia il proprio destino e quello del suo partner.
Infatti è anche una riflessione sulla possibile vera natura dell’androide, sul suo essere realmente in possesso di una propria coscienza, stabilendo qui un collegamento con il grande filone che il cinema ha iniziato a porre in termini adeguatamente contemporanei almeno dai tempi dell’originale Blade Runner (1982) di Ridley Scott e da lì all’asimoviano A.I. – Intelligenza artificiale (2001) di Steven Spielberg, fino al dibattito odierno sulle produzioni più recenti.
A tutto ciò Ederlezi Rising aggiunge un tocco di morbosità, una pennellata di distopia e un pizzico di melodramma finale, ma sono elementi di contorno. È il vizio di fondo delle storie fabbricate dagli umani. Quando le macchine saranno libere anche di scrivere e filmare oltre che di fare sesso con chi gli pare, forse finalmente si libereranno di questa zavorra sentimentale.

Letture
  • Samuel Delany, Dhalgren, Libra, Bologna, 1982
  • Philip Josè Farmer, Gli amanti di Siddo, Mondadori, Milano, 2008.
  • David Gerrlod, The Man Who Folded Himself, BemBella Books, Usa, 2003.
  • Robert Heinlein, Lazarus Long, l’immortale, Editrice Nord, Milano, 1979.
  • Auguste de Villiers de L’Isle-Adam, Eva futura, Bompiani, Milano, 1992.
Visioni
  • Jesse Berger, Electronic Lover, All-Film Enterprises, Usa, 1966.
  • Jean-Daniel Forest, Barbarella. Edizione integrale: 1, Comicon, Napoli, 2016.
  • Sebastián Gutiérrez, Elizabeth Harvest, Motion Picture Capital, Automatik, 2018.
  • Spike Jonze, Lei, Rai Cinema, 2014 (home video).
  • László Kovács, Kiss Me Quick!, Boxoffice International Pictures, Usa, 1964.
  • Frizt Lang, Metropolis, Cineteca  di Bologna, 2015 (home video).
  • Jonathan Nolan, Lisa Joy, Westworld – Dove tutto è concesso, HBO, 2017.
  • William Rose, Arnold Drake, 50.000 B.C., Biolane, Usa, 1963.
  • Anthony Spinelli, Sexworld, K-Erotica Vintage, Usa, 2012 (home video).
  • Doris Wishmam, Nude on the Moon, J.E.R. Pictures Inc., Usa, 1961.