Divinità, eroi e lettori
a bordo del fantastico

Bisogna andarci piano con gli scavi archeologici e non solo perché ci si imbatte inevitabilmente in ritrovamenti d’ogni genere che richiedono tutti cautela, attenzione e cure amorevoli. C’è dell’altro, qualcosa che riguarda il lato nascosto del mestiere di archeologo, un’attività da temponauta a ben vedere, niente affatto routinaria e tantomeno noiosa.
Ne sa qualcosa il dottor Jack, protagonista di The Myth – Il risveglio di un eroe, pellicola del 2005 firmata da Stanley Tong: cinese, archeologo, che si scopre essere incarnazione di un guerriero di gran fama, il generale Meg Yi, vissuto al tempo della dinastia Qin (che regnò in Cina dal 221 al 206 a.C.), ritrovandosi a svolgere una vita da eroe.
Una trentina d’anni prima, ancora un ritrovamento archeologico aveva dato il via a un bel trambusto: una statuetta raffigurante il demone Pazuzu. Succedeva là dove un tempo sorgeva Ninive, capitale dell’impero assiro e la storia con il suo diabolico seguito venne raccontata da William Friedkin in L’esorcista (1975), film tratto dall’omonimo romanzo di William Peter Blatty.
Di mezzo c’erano state le avventure rocambolesche del professore di archeologia Henry “Indiana” Jones Junior, che faceva a pezzi l’immagine stereotipata dell’archeologo polveroso più a causa dell’accademia e della ripetitività che per gli scavi quotidiani tra rovine di ogni genere. Anche le sue avventure iniziarono proprio in Medio Oriente, dove si mise a caccia dell’arca dell’Alleanza.
Nelle terre dove si svolgono non poche delle vicende narrate nel Vecchio Testamento, mezzo secolo prima di Indiana Jones, è ambientato anche un romanzo di Abraham Merritt, Il vascello di Ishtar, a sua volta ritrovamento prezioso di un’opera (e con essa del suo autore) che il tempo ha in parte sepolto. Riemerge e ritorna come nuovo grazie all’accurato restauro operato dalla collana I tre sedili nel deserto dell’editore palermitano Il Palindromo, giunta alla seconda uscita dopo la pubblicazione lo scorso anno de La collina dei sogni di Arthur Machen.
La nuova uscita conferma la bontà del progetto editoriale, mirato al recupero dei tesori della letteratura fantastica con la proposta di opere rimaste inspiegabilmente inedite in Italia (il romanzo di Machen, per esempio), oppure mai comparse nella versione integrale, come nel caso della prima versione de Il vascello di Ishtar (The Ship of Ishtar) ora pubblicata.

Qualche nota editoriale
Infatti, del romanzo di Merritt era stata tradotta in Italia nel 1978 la seconda versione, più stringata, che l’autore approntò nel 1926 per la pubblicazione in volume.
L’editore italiano era Fanucci e il volume ospitava anche un breve saggio introduttivo di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco: Fantascienza e mitologia. Si tratta di una lettura del romanzo focalizzata sulla forte valenza simbolica che anima l’intera storia e che viene riproposta anche in questa edizione insieme ad un altro saggio, ben più corposo e dal titolo junghiano, ivi incluso in appendice, che ne condivide lo spirito: Mysterium coniunctionis di Andrea Scarabelli.

Virgil Finlay illustrò alcune scene chiave del romanzo.

La presente edizione del romanzo, significativamente più estesa, è basata su quella pubblicata nel 1949 da Borden Publishing Company, riedita nel 2009 da Pablo Publishing, che rispecchia la pubblicazione avvenuta a puntate per sei settimane sulla rivista Argosy All Story Weekly a partire dal novembre 1924 (qui è d’obbligo segnalare un refuso nella nota editoriale, che indica il 1926 come anno di inizio della pubblicazione). Un pulp magazine, il più amato all’epoca, nato dalla fusione di due testate, Argosy e All Story Weekly di proprietà dello stesso editore, il gruppo Munsey. Su quest’ultimo apparvero le prime storie di Merritt, che vi esordì con il racconto Attraverso lo specchio del drago (Through the Dragon Glass) apparso sul numero del 24 novembre 1917.
In appendice a questa nuova edizione de Il vascello di Ishtar trova posto anche un’esaustiva nota biografica dell’autore e una più breve relativa all’illustratore Virgil Finlay, autore delle dieci illustrazioni realizzate che impreziosivano la pubblicazione della storia e anch’esse incluse nel volume. Un’artista noto anche per il rapporto di stima e d’amicizia con Howard P. Lovecraft, del quale illustrò diverse storie (oltre a un celebre ritratto) e in generale autentico mattatore dell’età del pulp magazine, Weird Tales in testa, sulle cui pagine esordì.

Riviste che hanno segnato un’epoca
All Story Weekly, a sua volta, è la stessa rivista da cui avevano preso vita le storie di John Carter di Marte e di Tarzan, eroi figli dell’immaginazione di Edgar Rice Burroughs e capostipiti di buona parte dell’intera letteratura di massa novecentesca, laddove, all’epoca, le storie pubblicate dai pulp magazines non possedevano un genere nettamente codificato e le storie di carattere avventuroso, oppure di impianto (fanta)scientifico, o di natura fantastica proliferavano rigogliose e libere da tassonomie. Erano non dissimili da quei negozi di generi vari, antesignane dei moderni supermercati, non specializzati in un’offerta particolare. D’altronde, la storia delle merci culturali non è poi così differente da quella degli altri prodotti di massa.
Le prime storie davvero fantascientifiche avevano già una propria sede naturale nella rivista Amazing Stories (e prima ancora Science and Invention) del lussemburghese Hugo Gernsback, ma si trattava ancora di narrazioni acerbe, troppo sbilanciate verso l’aspetto didattico e sorprendente dell’invenzione scientifica.
Nel profondo, lo spirito pulp era fatto tutto di azione, sentimento, manicheismo e scene mozzafiato. Gli scenari esotici, misteriosi, paurosi, di quelle storie erano abitati da eroi (tali per dote naturale, ovvero in quanto maschi), eroine e più spesso donne fragili e indifese. A volte il risultato era dozzinale, non certo adatto a palati fini, in alcuni casi, invece, tutti gli ingredienti erano presenti nella giusta dose e miscelati con grande mestiere.
A far da capofila c’erano proprio le due riviste del gruppo Munsey, la veterana Argosy (nata nel 1882 come The Golden Argosy) e All Story Weekly che iniziò a pubblicare ne 1905.

I pulp magazine che pubblicarono le storie di Abraham Merritt.

Qui, a fianco al signore della giungla e all’eroe del Pianeta Rosso, apparvero anche le storie di Merritt, alle quali non mancò certo il successo di pubblico, al punto che nel 1938, in occasione del cinquantenario della testata Argosy (che finì per inglobare l’altro magazine), un referendum tra i lettori vide trionfare proprio Il vascello di Ishtar come miglior ciclo mai pubblicato, battendo anche il popolarissimo uomo scimmia.

Un meccanismo letterario perfetto
La formula segreta? Come un provetto alchimista, Merritt fuse i tratti caratteristici di una vera e propria storia d’amore con la sua passione per le civiltà perdute, per i mondi di altri tempi e dimensioni compresenti al nostro, che si manifesta un po’ ovunque nella sua (non estesa) produzione: si celano tra isole remote, come nel romanzo Il pozzo della luna (The Moon Pool, 1919), o in cavità e vulcani spenti, come in Il popolo dell’abisso (The People of the Pit, 1918) e Gli abitatori del Miraggio (Dwellers in the Mirage, 1932).
In altre storie fabbricò veri e propri mondi paralleli, per esempio in alcuni dei primi racconti: Tre righe in francese antico (Three Lines of Old French, 1919), il citato Attraverso lo specchio del drago (raccolti in Merritt, 1992) oltre che ne Il vascello di Ishtar.
Questo senso dell’esotico, che ritornerà prepotentemente in auge nel secondo dopoguerra, mescolato in un cocktail mix fatto di Tiki, Martini, melodie sognanti e danzanti al tempo stesso, fu arricchito da Merritt grazie alla sua profonda conoscenza dell’intero patrimonio mitologico del pianeta. Basterà ricordare che in un altro romanzo, Il volto dell’abisso, costruito presupponendo una civiltà di una razza pressoché estinta di serpenti pre-umana, la figura centrale della storia è la Madre Serpente (la Donna e il Rettile, simbolismo al quadrato).


Abraham Merritt (1884 – 1943).

Cosicché i simboli e i riferimenti ai miti nonché alle religioni antiche abbondano nel romanzo e in genere nella produzione di Merritt, come già avvertono de Turris e Fusco nella loro storica introduzione e che Scarabelli rileva acutamente nel suo saggio. Qui però preme sottolineare la capacità di utilizzare materiali disparati in letteratura, azionando un dispositivo narrativo che in seguito la fantascienza saprà fare proprio, diventando la meta-narrazione di massa per eccellenza proprio in virtù di questa capacità di cannibalizzare gli altri generi.
Ne Il vascello di Ishtar, Merritt mescolò ancor meglio che in altre sue storie fantarcheologia, viaggi nel tempo, storia sentimentale, avventura, esotismo, universi paralleli, civiltà e razze perdute, erotismo, violenza, ignoto, evasione, insomma l’intero repertorio pop dominante che cinema e musica jazz, avrebbero presto alimentato a loro volta: la Grande scimmia (King Kong) e il Dinosauro per eccellenza, il Tyrannosaurus rex, faranno sentire tutto il loro peso sull’immaginario collettivo e la jungle music di Duke Ellington sposterà l’accento della swing verso le sue origini mitiche in un viaggio che avrà nella celeberrima Caravan il suo anthem.
Tutti, a partire dal romanzo di Merritt, immersi in una foresta lussureggiante di simboli.
Tutto made in USA, fabbrica di merci culturali di massa per eccellenza.

Re di spade e regine di cuori
A fare la fortuna de Il vascello di Ishtar giocò anche la trama, finemente orchestrata sin dalle prime battute. Solo qualche cenno. L’archeologo John Kenton riceve da un suo collega, l’anziano Forsyth, il diorama di un’antica nave babilonese imprigionato in un blocco di pietra che l’archeologo riesce a liberare e con essa una nebbia argentea che inizia a diffondersi nella stanza. Kenton scivola letteralmente in un’altra dimensione spazio/temporale, nella quale la nave esiste realmente, errante mentre è in corsa da tempo immemorabile una battaglia senza esclusione di colpi tra il Bene e il Male, fra Ishtar, la dea dell’Amore (ma anche della guerra, dell’ira e della vendetta, come il romanzo mostrerà perbene) e il dio della Morte: Nergal.
Kenton capita nel bel mezzo dell’ennesimo scontro tra la parte che fa capo a Sharane, sacerdotessa della dea, e quella che obbedisce al sacerdote del dio, il malvagio Klaneth. Tutto è dualismo, compreso il vascello, campo di battaglia diviso a metà tra le due fazioni in lotta. Finanche lo stesso Kenton che a un certo punto incontrerà il suo Doppelgänger.

Le dieci illustrazioni di Finlay sono riproposte nell’edizione pubblicata da il Palindromo.

Tra fughe, rapimenti, duelli, incontri con altri personaggi fantastici tra cui un fiero vichingo, passioni febbricitanti e sentimenti di virile amicizia, l’intruso scompaginerà l’equilibrio imposto dalle divinità. Nel corso della storia, Kenton viene a più riprese riportato nel suo appartamento dove l’intera vicenda si svolge dalle sei del pomeriggio alle tre del mattino successivo, e poi di nuovo sbalzato nell’altro mondo, dove gli eventi si svolgono in un tempo decisamente più lungo.
Nei ritorni alla nostra realtà constata come i passaggi e le permanenze dall’altra parte modifichino radicalmente il suo aspetto che via via si ricopre di cicatrici, si irrobustisce, si abbronza, donandogli l’aspetto consono a un eroe guerriero, quello che sarà incarnato alla perfezione qualche anno dopo dal cimmero Conan di Robert Howard.

Cambio di genere altrettanto indovinato
In seguito, l’esigua produzione merrittiana prediligerà il genere horror, le cui fortune sono proseguite fino ai nostri giorni. Dopo Il vascello di Ishtar, scriverà i romanzi Sette passi verso Satana (Seven Footprints to Satan, 1927) Il volto nell’abisso prima citato, Brucia, strega, brucia! (Burn, Witch, Burn!, 1932) da cui Tod Browning trarrà il film The Devil Doll (1936), e infine il suo seguito Striscia, ombra! (Creep, Shadow!, 1934), tutte inquietanti vicende immerse nell’oscuro. Anche il suo secondo romanzo risalente al 1920, Il mostro di metallo (The Metal Monster) appare di sconcertante attualità. Non mancando di ambientarlo in un luogo sperduto, una valle dell’Asia, Merritt racconta di una civiltà robotica collettiva, il cui funzionamento lascia intravvedere concetti come l’intelligenza artificiale e i social network.
In termini squisitamente letterari il lascito di Merritt e in particolare proprio de Il vascello di Ishtar, ha trovato parecchi eredi, poco importa se diretti o indiretti.
Tra i grandi cuochi della fantascienza del secondo Novecento, per esempio, non si può non pensare a Philip José Farmer e al suo Robert Woolf/Jadawin, signore di mezza età piuttosto anonimo e poi Signore tra i Signori dei mondi su misura del ciclo Fabbricanti di universi. Anche qui, circa mezzo secolo dopo, l’uomo anonimo del XX secolo subirà una metamorfosi, ascendendo al ruolo di eroe accedendo tramite porte a mondi paralleli. Farmer eleverà al quadrato l’uso disinvolto di qualsivoglia materiale per costruire le sue storie, seguendo una lucida strategia di riscrittura dell’intera letteratura di massa. Un gioco letterario a sua volta ripreso da Roger Zelazny, che andrà a sua volta a rivisitare religioni e miti di mezzo mondo, dalle religioni animiste africane all’induismo.
Questa è l’anima della letteratura pop: rinvenire e rimettere a lucido il passato conferendogli i tratti del futuro. È così che non invecchia e appare sempre come una novità del presente. Scava, scava e alla fine emerge che in questo modo agiscono anche le narrazioni pubblicitarie che hanno creato i miti moderni delle grandi marche: libere dalle catene del tempo ordinario, seducenti, maestre del citazionismo, seriali.
Scava, scava e le sorprese non mancano, come capita agli archeologi, ai quali, lo si è detto, spesso succede di dar vita a putiferi, avventure mirabolanti, relazioni passionali e suggestioni d’ogni sorta.
Questo succede ne Il vascello di Ishtar. Questa è pulp fiction. Bentornata.

Letture
  • Abraham Merritt, Brucia, strega, brucia!, Editrice Nord, Milano 1971.
  • Abraham Merritt, Striscia, ombra!, Editrice La Tribuna, Piacenza 1977.
  • Abraham Merritt, Sette passi verso Satana, Siad Edizioni, Milano, 1979.
  • Abraham Merritt, Gli abitatori del miraggio, Fanucci, Roma 1989.
  • Abraham Merritt, Il volto nell’abisso, Fanucci, Roma, 1990.
  • Abraham Merritt, La donna volpe e altre storie, Mondadori, Milano, 1992.
  • Abraham Merritt, Il mostro di metallo, Fanucci, Roma, 1994.
  • Abraham Merritt, Il pozzo della luna, Classici Urania, Mondadori, Milano 1999.