La scienza della normalità
vista in anticipo da H.G. Wells

H.G. Wells
Nel paese dei ciechi
Traduzione di Ilario Bendil

Gilgamesh Edizioni
Mantova, 2026
pp. 240, € 22,00

H.G. Wells
Nel paese dei ciechi
Traduzione di Ilario Bendil

Gilgamesh Edizioni
Mantova, 2026
pp. 240, € 22,00


L’alpinista colombiano Nuñez precipita in una valle andina totalmente isolata dal mondo, abitata da una comunità priva del senso della vista da generazioni. Nel paese dei ciechi è un racconto breve nel quale H. G. Wells, attraverso un originale paradosso legato alla percezione visiva, interroga il carattere universale di ciò che appare evidente. La prima versione esce nel 1904, ma poi lo scrittore britannico ne riscrive il finale nel 1939, introducendo una catastrofe naturale a minacciare la valle. Quest’ultima versione è oggi edita in italiano da Gilgamesh Edizioni, corredata da un denso apparato illustrativo che segue la discussione sul rapporto tra la funzione oculare e la costruzione sociale.

La tirannia della maggioranza percettiva
L’agire di Nuñez prende le mosse da un antico proverbio reso celebre da Erasmo da Rotterdam: “nel paese dei ciechi, chi ha un occhio solo è re” (2013). Il protagonista ripone infatti gran fiducia nella sua superiorità percettiva, prevedendo un forte ascendente sulla sua nuova comunità. Si trova invece di fronte a un imprevisto rovesciamento: gli abitanti del paese interpretano la sua vista come una forma di infermità mentale, fonte di allucinazioni e paranoia. Nuñez viene comunque accolto con calore dalla piccola comunità andina. I ciechi non sono più “una massa indistinta” ma acquistano “individualità e familiarità” e sostituiscono quel mondo oltre le montagne ormai “sempre più remoto e irreale”. Il medico della comunità promette di risolvere definitivamente il problema di Nuñez ovvero “quelle strane cose” che possono tenere il cervello in uno stato di “continua irritazione e distrazione”. In nome della piena integrazione e al fine di sposare la giovane Medina-saroté, Nuñez valuta l’asportazione chirurgica dei bulbi oculari.
Nel finale del 1939, Nuñez vede il pericolo della frana ma viene ignorato dai concittadini che lo credono preda di banali allucinazioni. Rispetto alla versione originaria, nella riformulazione viene approfondita la critica sociale spostando l’accento sui meccanismi di esclusione e normalizzazione con cui i ciechi proteggono il loro ordine sociale. Nell’isolamento geografico e sociale della comunità andina, il senso della vista è un dispositivo mediologico che può essere decostruito e ricodificato in quanto patologia o devianza. Nel paese dei ciechi si vive in case prive di finestre e la percezione delle ventiquattr’ore non si basa su orologi ma sulla sensazione termica del caldo e del freddo. L’intero corpo, non l’apparato oculare, è l’interfaccia percettiva d’elezione.

Testa bassa e pedalare
Nel paese dei ciechi è un racconto che intreccia sagacemente un discorso sulla felicità individuale con i dilemmi etici della socialità. Wells descrive una comunità ordinata, piena di musica e di affetti, sostanzialmente priva di bisogni inappagati: per lo scrittore britannico, però, questa felicità comunitaria è una trappola conformista, perché si regge sull’assimilazione di ogni sguardo divergente. Dopo decenni di industrializzazione, quel conformismo della sazietà e dell’appagamento illustrato da Wells si è trasformato in conformismo del desiderio. Se la piccola comunità isolata può conformare e appagare, i mercati del capitalismo globale possono solo conformare e spingere verso bisogni infiniti in grado di tenere sempre viva la fiamma del consumo. Con la fantascienza distopica novecentesca, l’apocalisse non nasce più dal cataclisma o dalla mancanza di risorse, ma da un’abbondanza che anestetizza: un popolo che pedala senza guardare oltre il manubrio è una macchina sociale perfetta, che genera ricchezza pacificata, con efficienza, senza domande. Per chi sta al vertice, controllare non significa decidere la rotta, ma fare in modo che nessuno smetta di pedalare.
“Produci, consuma, crepa”, cantavano nel secolo scorso i CCCP in Morire, un brano del disco Affinità-divergenze (1986). Una formula che richiama con immediatezza le fredde meccaniche dell’industria e del consumo (cfr. Vaneigem, 2010). Il motto è stato magistralmente reinterpretato in chiave visiva dal regista John Carpenter nel suo cult del 1988, Essi vivono. Proprio come il piccolo racconto di Wells, il film di Carpenter non pretende di descrivere con pienezza una società che dorme o che pedala ipnotizzata, ma colpisce l’immaginazione perché si concentra sulla percezione e sui paradossi che ne derivano. Per esempio gli occhialoni che rivelano i messaggi subliminali: “Obey”, “Consume”, “Conform”, “Stay asleep”, “Watch TV”. Ma, parafrasando Giovanni Lindo Ferretti e Io sto bene: aderire alla routine del pedalare è una “questione di qualità” o una pura formalità? Solo nell’isolamento della valle dei ciechi la collettività può appagare l’individuo, mentre, come suggeriscono i trucchi di Carpenter, le scale economiche del capitalismo contemporaneo possono solo provare a mescolare le carte tra consumo e benessere.

Il vecchio trucco del risveglio dell’eroe
Certe allegorie proposte in Nel paese dei ciechi sono un tratto essenziale della successiva bibliografia distopica, come pure le società future descritte da Wells nei romanzi La macchina del tempo (1895) e Il risveglio del dormiente (1899), ben prima che il termine “distopia” entrasse nell’uso comune, ma anche la collettività cieca è un’idea apocalittica che ha seminato bene. I trifidi del britannico John Wyndham, per esempio, potrebbero muoversi molto bene nella valle dei ciechi, visto che l’improvvisa cecità del genere umano causato da una cometa è, in estrema sintesi, l’evento che apre il loro regno (cfr. Wyndham, 2025).
La descrizione della cecità collettiva ha sempre avuto un fascino irresistibile, eguagliato forse solo da quello della descrizione dell’individuo che si sveglia dal sonno. Ma è davvero possibile svegliarsi o è solo un vecchio trucco della narrativa popolare? Neo che manda giù la pillola rossa in Matrix, Truman che sbatte contro il cielo posticcio del suo show (Peter Weir, 1998), Montag che ruba un libro in Fahrenheit 451di Ray Bradbury: chi crede di avere la verità in tasca si ritroverà in ogni caso a vivere un brutto incubo perché il sistema non tollera sguardi divergenti. Nel lungometraggio Don’t Look Up (Adam McKay, 2021) il mondo fatica ad accettare la realtà della cometa killer in arrivo perché il fatto contraddice i pilastri identitari di una società basata su edonismo e narcisismo. Col tempo, la cecità wellsiana è diventata un oblio collettivo attivo e volontario. Oggi quella valle sudamericana si è trasformata in un feed di Instagram, in algoritmo, in bolla. Un panopticon vissuto al contrario in cui tutti sono ciechi e fieri di esserlo. Chi prova a spiegare il colore del cielo a chi vive nel buio è destinato alla follia, alla fuga o al tornare a pedalare a testa bassa.

Ascolti
  • CCCP – Fedeli Alla Linea, 1964-1985 Affinità – Divergenze Fra Il Compagno Togliatti E Noi Del Conseguimento Della Maggiore Età, Universal, 2016.
Letture
  • Erasmo da Rotterdam, Adagi, Bompiani, Milano, 2013.
  • Raoul Vaneigem, Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni, Roma, Voland, 2010.
  • John Wyndham, Il giorno dei trifidi, Neri Pozza, Vicenza, 2025.
Visioni
  • John Carpenter, Essi vivono, Eagle Pictures, 2024 (home video).
  • Adam McKay, Don’t Look Up, Netflix, 2021 (streaming).