MALESSERE DELL'ARTE E INTERVENTI D'URGENZA

a cura di Antonello Tolve e Eugenio Viola

07. OPERE E PREMI,
UN POSSIBILE
CIRCUITO VIRTUOSO

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di Raffaele Gavarro

 

premiCi sono domande così banali che raramente capita di porsi e tantomeno di rivolgere ad altri. Naturalmente evitare banalità è una cosa apprezzabile. Ma quando la domandina – proprio quella che forse ci era anche passata per la testa e si era opportunamente evitata – salta fuori per opera del solito incauto interlocutore, può non essere facile ricacciarla nel limbo indistinto delle cose che guardiamo, facciamo o accettiamo senza porci appunto molte domande e senza dare di conseguenza molte risposte. Quindi eccola qua: che senso ha premiare un artista e/o un’opera d’arte? Non ricordiamo chi l’aveva posta, ma ricordiamo bene di aver tentato di far finta di niente. Il questionante – in effetti non così inutile – doveva essersi accorto della nostra difficoltà e non mancò l’occasione di sfruttare il vantaggio ottenuto, insistendo sul fatto che sull’argomento si dovessero avere idee chiare data la nostra posizione, il nostro ruolo e quello che avevamo scritto e detto in diverse occasioni. Ci lusingava. Un trucco per evitare che ce la cavassimo con uno sdegnato silenzio. La domanda aveva per la verità innescato, in maniera non sappiamo quanto intenzionale da parte dell’infido interlocutore, una serie di riflessioni sulla natura dell’opera d’arte e sulle sue eventuali differenze con gli altri risultati dell’ingegno umano. Nessuno ad esempio si sognerebbe di porre domande del genere a proposito della letteratura, del cinema, del teatro, della musica, della danza e così via. In effetti, almeno a noi, non era mai capitato nemmeno per quel che concerne le arti visive, anche se ne riconosciamo nello specifico la qualità problematica.

 

Ecco, dunque, la domanda che consegue, sempre quella, è: perché le arti visive godono, si fa per dire, di questa problematicità? Le risposte alla prima e a questa, per la verità si sovrappongono in modo inevitabile.

Diciamo, tanto per iniziare, che premiare un’opera d’arte significa naturalmente riconoscerne i valori. 

Il plurale è d’obbligo, perché com’è noto i punti di vista sono diversi e i valori gli corrispondono. Nel bene e nel male. Nel senso che teoricamente non sarebbe ad esempio affatto impossibile trovarsi davanti ad una giuria in cui i giudizi su di un’opera andassero dal positivo al negativo per le stesse identiche ragioni. Un quadro, tanto per dire una cosa decisamente banale, potrebbe essere considerato bello, nel senso di portatore della classica piacevolezza estetica, e per questo essere tanto meritorio di premiazione da parte di alcuni giurati, quanto dell’esatto contrario da parte di altri. È un caso estremo, lo sappiamo, ed in effetti non così realistico, nel senso che in generale le giurie vengono opportunamente assemblate per non trovarsi appunto in situazioni eccessivamente conflittuali. Ma l’esempio rende bene la spinosa questione di fondo relativa alla pressoché totale scomparsa di categorie di giudizio alle quali fare riferimento comune per giudicare un’opera d’arte. Inoltre, per come si sono andate conformando le cose nel sistema generale dell’arte e nei microsistemi conseguenti, la sola diversità di linguaggi con cui sono realizzate le opere d’arte, può in molti casi essere ragione di preventivo giudizio, negativo o positivo, impendendo qualsiasi ragionamento comparativo sui contenuti ma, anche e prima, sulla forma data all’elaborazione. Una cosa del genere non succede in letteratura o nel cinema ad esempio, e nemmeno nella musica. La divisione in generi, quasi scomparsa in letteratura e di conseguenza anche nel cinema, non crea infatti impossibilità comparative. La scrittura con cui è realizzato un romanzo, prima di essere classificata in generi, vale evidentemente come denominatore comune. Un video, una foto, un’installazione, un quadro, una scultura, possono avere, almeno nelle pianificazioni curatoriali, più di una difficoltà a convivere sulla stessa scena espositiva e ancor di più del premio di turno superperformante.

 

La problematicità dell’arte attuale si specchia com’è ovvio nella problematicità dei vari e disarticolati giudizi possibili.

 

premiQuale premio per l’arte? Dunque. Certo non il riconoscimento di un’astratta superiorità dell’opera vincente, il cui eventuale valore è viziato tanto dall’instancabile problematicità a cui abbiamo accennato, e nondimeno dall’effetto dell’assemblaggio praticato per la composizione dell’operative crew del premio. Eppure premiare l’arte oggi ha un valore sostanziale non destituibile, né accantonabile. In primo luogo premiare l’arte significa riconoscerle un ruolo di persistenza sperimentale e quindi di diretta insistenza nel nostro quotidiano, che è vitale per essa ma non di meno per noi (dove con questo noi si intende tutti quelli che guardano l’arte e soprattutto guardano all’arte). In secondo luogo e non per paradosso, premiare l’arte significa oggi consentirle di disporre di uno spazio e di un’energia (finanziaria) per la ricerca che è virtualmente libera dai condizionamenti e dai ricatti di altre tipologie di sostegno più connesse al mercato. Il sistema dei premi in cui denaro, residenze, pubblicazioni, di volta in volta danno opportunità differenti, sta immettendo energia pulita nel sistema più ampio dell’arte. La stessa questione delle giurie con abito troppo simile, è di fatto superato dalla quantità dei premi che anche nel nostro paese, per fortuna, stanno creando delle condizioni di pluralità che non possiamo che sostenere. Anche un brutto premio, pensato, organizzato e selezionato male, ha secondo noi un’importanza decisiva nelle dinamiche dell’artesistema in cui viviamo. Va da sé che tutto ciò non implica una mancata utilizzazione del giudizio, almeno per chi scrive, e questo sia per le idee che il premio sostiene sia per gli artisti che vi partecipano, come dell’opera che risulta vincente. Ma questo vale proprio per tutti, dal Turner Prize in giù.