Clima ed estinzione umana:
una questione scottante…

Kim Stanley Robinson
Il ministero per il futuro
Traduzione di Francesco Vitellini

Fanucci, Roma, 2022
pp. 560, € 19,00

Kim Stanley Robinson
Il ministero per il futuro
Traduzione di Francesco Vitellini

Fanucci, Roma, 2022
pp. 560, € 19,00


Nonostante il sempre maggior successo di pubblico, Kim Stanley Robinson rimane un autore ampiamente latente nel panorama editoriale italiano. Si tratta di uno scrittore particolarmente prolifico, e salvo errori sono ben quattordici su ventiquattro i suoi romanzi non ancora tradotti, oltre alla quasi totalità dei suoi molti racconti. Il fatto che la maggior parte dei suoi estimatori sia in grado di leggerlo in originale non giustifica una tale assenza, e ci si augura, sebbene ormai sia un mantra reiterato con scarsi risultati, di poter presto leggere in traduzioni decenti altri suoi romanzi. Robinson, laureato in filosofia con Fredric Jameson e una tesi su Philip K. Dick, è una colonna portante della cosiddetta climate fiction.
Il ministero per il futuro, dedicato proprio a Jameson, è la sua ultima sua pubblicazione in Italia, uscito negli USA nel 2020. La traduzione di Francesco Vitellini è assolutamente all’altezza, cosa che purtroppo non si può dire a proposito delle versioni italiane di altri suoi romanzi. Specificare la datazione originale non è solo un vezzo da bibliografo, ma un elemento determinante del contesto, dato che il romanzo è ambientato in un futuro a noi prossimo, e un lettore che lo affronterà solo tra pochi anni potrà leggerlo come una variante temporale, piuttosto che un’ipotesi di futuro, e confrontarlo con il mondo a lui contemporaneo, anche alla luce di quanto l’umanità è stata in grado di fare per modificare il futuro del nostro pianeta.

Global warming e theory fiction
Il nodo dell’opera di Kim Stanley Robinson è esattamente questo: è ancora possibile contrastare il global warming? Come possiamo muoverci per avere dei risultati davvero efficaci? Come si combatte la mancanza di partecipazione o di empatia che la maggior parte delle persone prova verso questo tema? Quella dello scrittore americano è una narrazione che scivola da un lato verso la saggistica, di tipo sia scientifico sia economico, e dall’altro nel dramma interiore di chi cerca un cammino praticabile per salvare il mondo e dare un senso etico alla propria azione politica e sociale. Possiamo quindi, se proprio è necessario costruire caselle nella letteratura, attribuirgli l’etichetta di theory fiction, sebbene, comunque lo si voglia definire, ciò che va sottolineato è l’impegno che il testo richiede al lettore (cfr. Pintarelli, 2020). D’altronde questa formula narrativa è tra le poche che riesce ad affrontare temi con un così ampio orizzonte.

Incrociare saggistica e narrativa, utilizzando quest’ultima come un grimaldello per accedere alla prima, appare oggi come un meccanismo indispensabile nei confronti della complessità di alcuni temi. Il ministero per il futuro, infatti, non è un libro da cui si esce incolumi: il nostro vissuto, sia individuale che collettivo, viene sottoposto a un rigoroso processo, e ben poco si salva del nostro operato. La trama, comunque alquanto sottile, è una sorta di prequel ideale – con i dovuti distinguo – di un altro romanzo di Kim Stanley Robinson, per fortuna anch’esso tradotto, ovvero 2140 (cfr. De Matteo, 2018; Fucile, 2017). Anche in quell’occasione il plot era costruito sul tema della apocalisse ambientale, solo che in quel contesto era già avvenuta, mentre qui se ne descrivono i primi momenti. Come si è detto esistono molti altri romanzi di Robinson dedicati ai temi connessi al climate change e alle sue conseguenze, ma poiché questi ora citati sono da un lato stati scritti praticamente uno di seguito all’altro, dall’altro entrambi accessibili al lettore italiano, il confronto diretto ha un importante valore aggiunto. Ambedue apparentemente usano una lingua di stampo quasi giornalistico, inframmezzata con estratti di altre modalità narrative, dai dialoghi ai monologhi. È importante però sottolineare che mai, nemmeno nei momenti più drammatici degli eventi, l’autore dimentica quel realismo schietto e impersonale che lo caratterizza. La differenza cruciale tra i due però è nello spirito con cui l’autore vi si approccia. Se 2140 gode di molti momenti liberatori, spazi, grandi aperture individuali e collettive, passioni e identificazioni, collocandosi così in un mondo dove, seppur sempre sull’orlo del dramma, le persone si sono attivate e lavorano per la ricostruzione, in Il ministero per il futuro la solitudine dei due protagonisti, loro malgrado, è estrema. La sequenza dei tentativi continui di trovare appoggi, sponde, soluzioni, finanziamenti, è uno stillicidio di fallimenti. Questa condizione li porta, insieme al lettore, in uno stato di vanificante disperazione.

Le questioni di metodo, le analisi tecniche, la ricerca di progetti, prospettive, idee, i dibattiti giuridici, sono tutti temi trattati sin nei più sottili dettagli e che si intervallano a una trama spesso flebile e rarefatta. Ciò che conta è la molteplicità degli approcci, di fronte al fallimento di una visione. I personaggi del romanzo sono come rinchiusi in una gabbia dalle mille sfaccettature. È una gabbia morale, economica, giuridica, ma è soprattutto una gabbia percettiva, dove le sbarre sono la nostra incapacità di vedere certi oggetti, di pensare il futuro. Robinson stesso, parlando di ciò che è mutato tra 2140 e Il ministero per il futuro, nota che:

“[…] negli anni che mi separano da New York 2140 ho imparato di più sulle banche centrali e ho capito che nazionalizzare le banche, come accade in 2140, non è sufficiente. Se fosse il popolo a possedere le banche sarebbe una buona cosa, e sarebbe fantastico se le banche non fossero semplicemente imprese votate al profitto, ma si tratta di step intermedi. Non sarebbe comunque abbastanza, perché oggi come oggi le banche centrali si preoccupano soltanto di stabilizzare la moneta e magari di sostenere i livelli di occupazione, e non farebbero nient’altro oltre a questo se non sotto pressioni esorbitanti. Dobbiamo cambiare le banche, e il mio ultimo romanzo parla anche di questo. Cambiare il modo in cui pensiamo ai soldi, questo sì che sarebbe un vero passo verso il post-capitalismo. Se i soldi, creati dal niente, non fossero dati alle banche a scopo di prestito ma ai progetti di decarbonizzazione, e solo dopo immessi nell’economia generale, la prima voce di spesa dei governi – che sono quelli che fanno letteralmente i soldi – sarebbe il sostegno agli sforzi per la decarbonizzazione. Questa a me sembra una buona idea, un’idea necessaria. Ma dal momento che salvare la biosfera non produce profitto nell’ordine capitalistico non lo faremo mai, e per questo saremo condannati. È necessaria una riforma profonda del modo in cui pensiamo al denaro. Un’economia politica post-capitalista che ritiene che lo scopo del denaro sia il bene pubblico e spende i soldi soprattutto per questo – e solo dopo immette i soldi nell’economia generale – rappresenterebbe un cambiamento epocale. Senza siamo in guai seri”
(O’Keefe, Robinson, 2021).

Disturbo da stress post traumatico
I due personaggi principali in questo sono paradigmatici. Frank May è un reduce. Vive integralmente la condizione del sofferente di disturbo da stress post traumatico (PTSD), che è tipica dei militari tornati da guerre in cui hanno assistito a eventi che li hanno colpiti profondamente. La sua condizione è centrale per l’economia della narrazione, poiché lo rende una scheggia impazzita, e permette così all’autore di trasformarlo in un’arma ideale per scardinare i meccanismi di un potere fossilizzato e incapace di rinnovarsi. La sua condizione è perciò uno stato limite, incontrollabile ma fertile, carico di una poiesis dettata dall’abisso in cui è caduto. Questo passaggio è illuminante:

“Non è facile non avere paura. Non sempre può essere fatto. Ci si può provare quanto si vuole, volerlo quanto si vuole, non si ha il controllo sulle cose perfino quando sono solo nella mente, o forse proprio per quello. La mente è un animale strano. Se fosse composta solo da pensiero cosciente, se il pensiero cosciente fosse qualcosa che possiamo controllare, se i pensieri inconsci fossero coscienti o se potessimo adeguare gli umori ai nostri desideri… allora forse le cose potrebbero funzionare. Così come la terapia cognitivo-comportamentale, o il progetto della stessa sanità mentale. Basterebbe farlo accadere! Ma no, si sta nuotando in un fiume. Puoi essere trascinato in mare aperto su rapide che non hai creato tu, o che perlomeno non sono sotto il tuo controllo. Puoi ritrovarti a nuotare contro una corrente molto più forte di te. Puoi annegare”.

La guerra di Frank May, il fiume in cui nuota controcorrente, è esattamente quella contro il global warming. Il suo trauma archetipico avviene mentre si trovava in India, dipendente di una associazione umanitaria, quando una improvvisa e – forse – inaspettata ondata di calore estremo provoca oltre venti milioni di morti. Lui sopravvive, al prezzo di un senso di colpa così profondo da non poter più essere sradicato da alcuna terapia. La tragedia indiana avviene con una dinamica che può sembrare fantascientifica ma in realtà assolutamente (e drammaticamente) reale. Il fenomeno viene collegato a un indice chiamato temperatura del bulbo umido. Questo dato misura il rapporto tra l’umidità e la temperatura. Gli studi più recenti mostrano come un’umidità relativa oltre il 95% affiancata a una temperatura di almeno 35° è mortale anche in un uomo adulto e sano.

“Si tratta infatti di un punto oltre il quale il corpo umano non riesce più a gestire la sudorazione e la sua evaporazione, e non ha quindi modo di raffreddarsi. Situazioni del genere sono state riscontrate in maggioranza nel sud dell’Asia, lungo le coste del Medio Oriente, e il sud ovest del Nord America. […] Il corpo umano in questi casi è sostanzialmente incapace di sopportare la situazione e, se la temperatura si alza fino ai 35 gradi, è possibile che anche gli individui in salute finiscano per morire. Persino se siedono all’ombra, se non hanno alcuna patologia pregressa o indossano vestiti che permettono la traspirazione. Addirittura anche in caso abbiano una riserva infinita di acqua a disposizione. […] Se c’è quel grado di umidità, è impossibile impedire al corpo di andare in surriscaldamento. Questione di termodinamica”
(Carleton, 2021).

Questo implica che ogni ipotesi di progressivo adattamento alle temperature crescenti, cavallo di battaglia dei negazionisti, si rivela come inapplicabile, e lo schietto realismo di Robinson non ci risparmia questo dato di realtà. Per Frank, vittima di questa moderna deflagrazione atomica, questa sorta di seconda nascita si identifica con la necessità morale di dover agire, così da evitare il ripetersi di eventi analoghi. Per lui la guerra al riscaldamento globale è diventata sia un imperativo morale sia l’unica forma di sopravvivenza a cui riesce ad aggrapparsi. Questo lo trasforma, nel profondo della sua identità, rendendolo capace di azioni e riflessioni assolutamente inedite per lui. È chiaro che tutto ciò è per lui devastante, e la sua vita ne esce lacerata.
Nell’economia del racconto Frank interpreta la domanda angosciante che ci si pone di fronte all’impotenza, la reazione dell’individuo di fronte allo Stato, al sistema che si dimostra incapace di agire adeguatamente. Di diverso respiro è il secondo personaggio che inseguiamo. Mary Murphy, ex ministro degli esteri irlandese e nominata a capo di un organismo chiamato Ministero per il futuro, creato dalle Nazioni Unite dopo la tragedia indiana, con l’obiettivo esplicito di evitare il ripetersi di eventi analoghi. Come Frank incarna il dramma soggettivo così Mary è il fallimento della collettività. L’illuminismo del capo di stato che crede nel suo progetto si scontra con le chiusure e la cecità delle banche centrali e degli organismi politici. Il valore dello stato di diritto, e la necessità di agire nonostante questo per la difesa dei diritti delle generazioni future è il cuore del suo dramma e della sua azione.

I bias cognitivi
Mary, come Frank, vive in una gabbia, e anche la forma e la lingua del romanzo subiscono questa prigionia. Robinson fa sentire il lettore come un leone rinchiuso, che continua a camminare da un lato all’altro del suo limitato recinto percettivo. Tutti cercano una via di uscita, ma questa continua a sfuggire. La delusione, la frustrazione e il senso di impotenza tracimano in ogni riga del romanzo lasciando una profonda amarezza nel lettore. In diversi passaggi l’autore ribadisce esplicitamente, citando dati, numeri e ricerche, che ormai non c’è più nulla da fare, che abbiamo superato ogni limite, e che solo una inimmaginabile conversione miracolosa dell’umanità intera potrebbe produrre degli effetti. Eppure, il lettore non coglie questi numeri e si aggrappa a un condizionale piuttosto che a un indicativo, nella speranza che il racconto rimanga tale, che sia metafora, non dato di realtà. Se avessimo un sistema percettivo adeguato, ci dice Robinson, non avremmo bisogno di inventarci mondi fantastici e realtà alternative dove formuliamo ancora delle speranze, ma agiremmo con coerenza nel nostro tempo. Purtroppo, i bias cognitivi propri del nostro essere primati, uniti all’incapacità di percepire iperoggetti, ci rendono ciechi di fronte al nostro futuro. Su questo tema ci sono pagine in Il ministero per il futuro di una chiarezza e di una linearità assolutamente esemplari:

“Così come siamo tutti soggetti a errori di percezione, dovuti alla natura dei nostri sensi e della realtà fisica, allo stesso modo siamo anche soggetti a errori cognitivi, radicatisi nel nostro cervello durante l’evoluzione, che sono inevitabili anche quando siamo a conoscenza della loro esistenza. Le illusioni percettive sono facili da dimostrare. […] Tutti possono accettare queste illusioni ottiche quando sono dimostrate; esistono ed è innegabile. Ma per quanto riguarda gli errori cognitivi è necessario condurre delle prove. […] sapere che gli errori cognitivi esistono non ci aiuta a evitarli quando ci troviamo davanti a un nuovo problema”.

Questo è esattamente ciò che accade quando gli uomini si trovano di fronte al problema del riscaldamento globale. I nostri meccanismi cognitivi non sono in grado di osservare il fenomeno sul lungo periodo, e quindi non si riesce a comprendere le conseguenze che avrà sul breve termine, nel corso della nostra stessa vita e nemmeno si riesce ad essere empatici con le generazioni future, che subiranno drammatiche conseguenze a causa della nostra incapacità di essere razionali fino in fondo. Un ulteriore esempio della nostra cecità lo si ricava dalle analisi glaciologiche ampiamente presenti nel testo di Robinson. Mediaticamente siamo abituati a sentire dati relativi ai tassi tendenziali di incremento della crescita del livello del mare, misurati nell’ordine dei millimetri annui, o al massimo di pochi centimetri, con una progressione costante nel tempo. In realtà la questione può essere molto più grave:

“La situazione, in Antartide, è particolarmente complessa: il continente, infatti, è coperto da una struttura glaciale complessa, la cui stabilità è garantita da un delicato equilibrio tra diversi fattori. La quasi totalità delle calotte glaciali che ricoprono la terraferma termina nel mare, dove si formano grandi piattaforme glaciali che fungono da freno allo scivolamento verso il mare dei ghiacci continentali. Inoltre, circa un terzo delle piattaforme glaciali formatesi sulla terra ferma poggia su uno strato roccioso che si trova ben al di sotto del livello del mare. Laddove lo strato roccioso va in profondità non in direzione dell’oceano, ma verso la terra ferma (reverse-sloped), la porzione basale del ghiacciaio sottostante corre un maggior rischio di scioglimento, dovuto alle possibili infiltrazioni di acque oceaniche calde. Una volta che le piattaforme marine iniziano a sciogliersi, i ghiacciai continentali, privati della “protezione” fornita dai ghiacci marini, vanno incontro a una fusione più rapida: si innesca così un meccanismo di retroazione positiva difficile – se non impossibile – da arrestare. […] [Di conseguenza] qualora la velocità di scioglimento superasse una soglia critica, il processo acquisirebbe una portata incontrollabile, determinando un drammatico innalzamento globale del livello dei mari”
(Berardinelli, 2021).

Ciò significa, come viene in più occasioni ribadito da Robinson, che lo scioglimento dei ghiacciai antartici non avverrà in modo continuo e progressivo, ma in modo discreto, provocando così molto probabilmente innalzamenti del livello del mare rapidi e nell’ordine delle decine di centimetri se non oltre, e lui stesso, a proposito di ciò che si potrebbe fare per evitarlo, aggiunge:

“L’innalzamento del livello dei mari è così imminente che l’Antartide diventerà sempre più importante. C’è quest’idea di succhiare l’acqua da sotto i ghiacciai per rallentare il loro scioglimento e immetterla nell’oceano – è un’idea dei glaciologi, in realtà di un glaciologo solo. Quando ho chiesto delucidazioni ai suoi colleghi mi hanno risposto: «Sì, abbiamo la tecnologia per farlo». L’unico dubbio è se la base [dei ghiacciai] sia idonea. In altre parole, se la parte di terra su cui poggia il ghiaccio dell’Antartide possa o non possa essere adatta al risucchio dell’acqua. È una domanda aperta, non sappiamo se la parte stile salviamo-il-livello-del-mare di The Ministry possa davvero funzionare… Probabilmente è la parte più speculativa del romanzo, suggerisce che si potrebbe veramente fare e potrebbe funzionare. Sarebbe un lavoro di geoingegneria estremamente utile, ma per il momento nessuno è convinto che potrebbe funzionare, perché non ne sappiamo abbastanza. La parte del romanzo ambientata in Antartide è una sorta di pio desiderio”
(O’Keefe, Robinson, 2021).

Una sorta di laboratorio
Sono stati qui incrociati solo alcuni dei molti temi trattati in Il ministero per il futuro. Come si è detto si tratta di un romanzo variegato e dalle mille angolazioni, come riconosce anche la critica Chiara Mengozzi:

“L’opera è ambiziosa e per certi aspetti davvero grandiosa nel suo sforzo di costruire un romanzo totale, cioè planetario e radicalmente polifonico; un romanzo che attinge a quasi tutti i campi disciplinari, in cui convergono decine di forme testuali (saggi, poemi in prosa, dialoghi, drammi, interviste radiofoniche, appunti di riunioni), che dispiega praticamente tutti i tipi di narratori identificati dalla narratologia (possibile, impossibile, diegetico, extradiegetico, in prima, terza persona, rispettivamente al singolare o al plurale), mettendo in scena, accanto ai due menzionati in apertura, decine e decine di personaggi umani, la maggior parte dei quali anonimi, e non umani (tra cui un fotone e un atomo di carbonio che prendono la parola per rivolgere degli indovinelli al lettore). Le voci narranti sono così numerose e le loro vicende così estemporanee (molte di esse, come si diceva, rimangono anonime e fanno una sola comparsa in uno dei 106 capitoli, brevi o brevissimi) che al lettore non è data la possibilità di immergersi appieno nelle loro vite”
(Mengozzi, 2022).

Robinson, trasformando il suo romanzo in una sorta di laboratorio, alla fine vi inserisce una pletora di proposte fattibili e concrete, legate a mondi già esistenti, dalla politica agricola del Kerala alle cooperative basche di Mondragon, a dimostrazione che il realismo non ha mai significato abbandonare il cammino del lavoro e della ricerca, e certamente non serve rivolgersi a utopie irrealizzabili e slegate dalla solida materia, verso cui – al contrario – dobbiamo restare orientati:

“Quando Jameson ha detto che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, credo stesse parlando di questo ponte che manca, un ponte da qui a lì. È difficile immaginare una storia positiva, ma non è impossibile. Certo, ora è più facile immaginare la fine del mondo perché siamo sull’orlo di un’estinzione di massa. Ma lui parlava dell’egemonia e di una lettura marxista della storia, dell’idea gramsciana per cui ciascuno pensa che il capitalismo sia la realtà stessa e non ci potrà mai essere un altro modo di fare le cose – così è difficile immaginare la fine del capitalismo. Io vorrei ribaltare questo modo di pensare e dire che è difficile immaginare come ottenere un sistema migliore. Immaginare un sistema migliore non è poi così difficile; basta inventarsi un po’ di regole su come far funzionare le cose”
(O’Keefe, Robinson, 2021).

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