Una lista da conservare:
i preferiti del 2019


Gustati, apprezzati, amati, il meglio dell’anno: libri, dischi, film e serie. Non abbiamo redatto una classifica, ma soltanto presentato il meglio di quanto è uscito negli ultimi dodici mesi. Dieci album, altrettanti libri e dieci tra lungometraggi e storie seriali. Si sono escluse le ristampe (libri, dischi, home video), gli inediti storici, i film presentati soltanto nei festival e le nuove traduzioni, anche se di particolare rilevanza.


ascolti


:: Arild Andersen, Clive Bell, Mark Wastell – Tales of Hackney – Confront

All’incrocio tra musiche nordeuropee (Andersen) e asiatiche (Bell) con la complicità di Wastell (fondatore della Confront), qui alle prese con un esteso set di percussioni e con lo shruti box (sorta di harmonium indiano), questo inedito trio d’improvvisazione ha disegnato impalpabili trame ambientali ideali per un Milione del XXI secolo. Oltre al consueto shakuhachi, flauto giapponese fatto di bambù, Bell adopera anche il khene (organo a bocca tailandese), il pi saw (flauto thailandese) e lo shinobue (flauto di bambù trasversale sempre giapponese), mentre Andersen fa uso anche di elettronica oltre che del fido contrabbasso. Più che viaggiare si galleggia, ma sull’aria, in una sorta di sospensione temporale, anzi a tratti il tempo appare del tutto inesistente. In altre parole: un incanto.


:: Daniel Carter, Tobias Wilner, Djibril Toure, Federico Ughi – New York United – 577 Records

Ipnotica e ossessiva, la musica improvvisata da questo inedito quartetto (il veterano Carter ai sassofoni, alla tromba e al flauto in compagnia di Toure al basso, Ughi alla batteria, e Wilner occupato con il sintetizzatore ed elettroniche varie) ci accompagna nel cuore di New York in un tour sotterraneo che inizia nel centro di Manhattan, arriva fino ad Harlem e termina a Brooklyn. Un dodici pollici in edizione limitata (con un bonus nella versione digitale). Ogni brano è una tappa: Canal Street, 125th Street, Nostrand Avenue e Flatbush Avenue (l’extra track è Flatbush Avenue). Trance jazz, ambient elettronici, tribalismi: musica che spazia tra i generi con una disinvoltura che lascia di sasso. Un flusso sonoro che nel suo scorrere porta con sé tutti i suoni della Grande Mela, delle sue tante etnie.


:: Nick Cave and The Bad Seeds – Ghosteen – Awal-Ghosteen

Ipnotico viaggio in un mondo oscuro, rischiarato da suoni struggenti e dalla respirazione profonda del canto di Cave. Luce che emerge anche dalla paradisiaca copertina firmata da Tom Dubois, pittore di episodi biblici. Ovunque una dimensione di calma. Qui love e time sono i temi ricorrenti. Lento fluire del tempo, momenti di attesa e di risveglio, di perdita e di rabbia. C’è un senso di rinascita artistica e umana in entrambi i capitoli del disco. Dice Cave: “Le canzoni del primo album sono i bambini. Le canzoni del secondo album sono i genitori”. Undici brani nei quali è accompagnato da sintetizzatori, loop, flauto, violino e piano dell’amico Warren Ellis, e vi si incontrano re, cavalli dalle criniere infuocate, spiagge, Gesù, farfalle e lucciole, galeoni volanti, amici, mare, spiriti e Buddha.


:: Matthew Herbert Big Band – The State Between Us – Accidental Records

Herbert non si può certo dire che non pensi in grande, ma questa volta è più opportuno parlare di titanismo, viste le forze messe in campo: oltre mille musicisti. Uno schieramento d’opposizione alla Brexit (ma l’esito elettorale ha detto ben altro), che fa seguito all’Apologies Tour allestito da Herbert tempo fa. Niente da fare dunque, ma la musica di questo doppio album per fortuna rimane. Grande musica specie in virtù del suo essere inquietante, strana, se in italiano si riuscisse a rendere appieno quel senso di eerie così ben descritto da Mark Fisher. Qualcosa è sempre in agguato, si cela in anfratti oscuri assai, emergono, talvolta esplodono, soltanto lacerti di generi codificabili ora come jazz, ora come canto popolare, oppure ambient industriale o hip hop e altre, tante altre memorie sonore.


:: Brad Mehldau – Finding Gabriel – Nonesuch

Se non è un concept album poco ci manca, questo sorprendente lavoro di Mehldau, ai più noto come pianista ma sarebbe più appropriato definirlo multistrumentista e soprattutto compositore, considerata la solida scrittura qui espressa. Concept perché la fonte principale d’ispirazione è il Vecchio Testamento, tant’è che molti dei dieci brani sono arricchiti da stralci da tre libri (Osea, Giobbe, Ecclesiaste) posti come incipit. Se la premessa è spiazzante lo è ancor di più l’ascolto che si spinge oltre il jazz, il rock, il folklore, approdando a una terra incognita disseminata di memorie, evocativa e al tempo intrisa di futuro. Per farlo Mehldau ha approntato un organico su misura, utilizzando sassofoni, archi, tromba, un nugolo di strumenti (e voci), compreso il piano acustico suonato da par suo.


:: MPH – Taxonomies – Discus

Le iniziali dei cognomi formano l’acronimo scelto come nome del trio composto da Alex Maguire (piano e organo), Martin Pyne (vibrafono, batteria, percussioni ed elettronica) e Mark Hewins (chitarre ed elettronica). Musicisti noti ai seguaci della scena inglese collocata tra Canterbury e le terre dell’improvvisazione. La musica a cui danno vita è tutt’altro che classificabile, facendosi beffe del titolo. Quanto ai brani sono intitolati prendendo a prestito le denominazioni scientifiche di piante, foglie, pesci e crostacei scelti per la loro capacità di evocare narrazioni e personaggi senza tempo e/o paesaggi naturali e mentali. Insomma, lo smarrimento qui fa da padrone. Prova ne sia il brano Sally Lightfoot, nome anche di un grosso granchio difficile da catturare. Proprio come la musica di MPH.


:: Amon Tobin – Fear in a Handful of Dust – Nomark

Dopo otto anni di silenzio discografico è tornato a pubblicare Amon Tobin, l’artista di origine brasiliana residente oltremanica. L’ultimo album era uscito su etichetta Ninja Tune nel 2011: ISAM. La lunga attesa viene ripagata da un disco di straordinario fascino, a iniziare dal titolo che arriva da The Waste Land di Thomas Stearns Eliot: “Fear in a Handful of Dust”. Disco d’atmosfera, sorta di ethno-ambient da camera, creato da sculture sonore intonanti melodie ultraterrene: Tobin si mostra qui artista ormai maturo e consapevole dei suoi mezzi. Inquietante e misterioso (il titolo parla chiaro), velato a tratti di malinconia e sottilmente confortante, grazie al mix calibratissimo di suoni alieni. Nel trittico Viper Follow You, Velvet Owl e Pale Forms Run By c’è il succo migliore dell’album.


:: Tool – Fear Inoculum – Tool Dissectional/Volcano Entertainment II

Il rock potente, duro, epico, trascinante, che ti schianta, ti tramortisce, il rock comme il faut, ma che oggigiorno è quasi sempre parodia di sé stesso, tranne alcune superbe eccezioni. Una di queste è rappresentata dai Tool, dal loro sound marziale, claustrofobico e talora terrificante. Mancavano dal 2006, quando uscì 10000 Days e il loro ritorno era forse il più atteso in assoluto della scena rock. Sono rientrati con un album che non segna una svolta, ma formalizza quanto creato nell’arco della loro storia. Le composizioni appaiono ancor più finemente strutturate senza privarsi di quell’energia possente, di quei riff devastanti e della cupa atmosfera dei testi, ma è come se pur rimanendo nell’ombra si sia scivolati dal dionisiaco all’apollineo ed è qui la vera grande bellezza del disco.


:: David Torn, Tim Berne, Ches Smith – Sun of Goldfinger – ECM

Dimenticate l’algida ECM. L’album regala in tre porzioni quasi settanta minuti di musica che ha energia, potenza e bellezza da vendere. Il trio parte piano, in Eye Meddle, quasi a scaldare i motori. È la quiete prima della tempesta: una manciata di minuti e poi si de/genera in un caos organizzato. Berne al contralto è torrenziale, la chitarra di Torn erige muri di suono distorto e valanghe di loop, le percussioni di Smith risuonano diabolicamente metalliche. La medesima temperatura infuocata si registra nel conclusivo Soften the Blow. Nello splendido brano centrale, Spartan Before The Hit, resta intatto il furore ma la temperatura precipita. Qui danno una mano Craig Taborn (piano acustico ed elettrico), altri due chitarristi (Mike Baggetta, Ryan Ferreira) e lo Scorchio String Quartet.


:: Øyvind Torvund – The Exotica Album – Hubro

Se la Hubro è diventata sinonimo di musiche fuori dagli schemi, l’esordio del chitarrista e compositore Torvund per l’etichetta norvegese è a sua volta fuori dagli schemi di quel delizioso catalogo. Musicista eclettico anzichenò, Torvund ha creato, superandosi, un’operina di insostenibile leggerezza, ispirata al mondo delle carezzevoli orchestrazioni degli anni Cinquanta i cui campioni si chiamavano Les Baxter, Martin Denny ed Esquivel. Per farlo ha arruolato una strana pattuglia: il sassofonista d’avanguardia Kjetil Møster, il polistrumentista Jørgen Træen e il BIT20 Ensemble, orchestra specializzata in contemporanea. Dieci brani e contaminazioni a gogò tra free jazz, elettronica, una strizzatina d’occhio alle musiche per i cartoon ed exotica, naturalmente, tutta archi e cinguettii. Geniale.


letture


:: Ted Chiang – Respiro – Frassinelli

Dopo Storie della tua vita (2016) si completa l’edizione in lingua italiana delle pluripremiate opere di Ted Chiang, leggenda vivente della fantascienza americana. Respiro riunisce otto racconti e la novella Il ciclo di vita degli oggetti-software: storie che spaziano dal conte philosophique alla novella orientaleggiante, muovendo da metafore scientifiche o innovazioni tecnologiche per imbastire un discorso sofisticato e ricco di sfumature sull’umanità, il libero arbitrio, la comunicazione e la memoria. Terminato un racconto di Chiang, è difficile rimanere lo stesso lettore (o essere umano) che si era prima. Più facile che i dubbi e gli interrogativi innescati dalla sua scrittura riverberino nella vostra mente nei giorni e negli anni a venire, ritrovandovi in spasmodica attesa del prossimo.


:: Mark Fisher – Spettri della mia vita – minimum fax

L’originalità del pensiero di Fisher trova qui la sua forma più compiuta e la migliore sintesi tra vissuto e politico, laddove i due poli appaiono interscambiabili e al tempo stesso irriducibilmente distinti. I testi che lo compongono battono all’unisono sul tema dell’inesorabile e totale esaurimento del futuro-potenziale nell’epoca della crisi globale. È di futuri perduti, di spettri di futuro, di nostalgie del domani che Fisher ci parla, di ciò che resta di progetti utopici falliti, dei residui quiescenti di potenziali epoche d’oro tramontate, dei sopravanzi di proiezioni duramente interrotte prima del compimento. Presenze tra cui scorgere possibili nuovi domani. Sebbene il fenomeno editoriale Fisher pare già esauritosi, l’uscita di Spettri della mia vita è operazione encomiabile.


:: Donna Haraway – Chthulucene Nero

Cosa vuole dire Donna Haraway? È la domanda che ci spinge da decenni a leggerla e rileggerla, perché al di là della sua prosa onirica, inventiva, priva di appigli, autentica disperazione di ogni traduttore, si nasconde una lettura originale e penetrante della tarda modernità. Promotrice del cyberfemminismo negli anni Ottanta, più di recente Haraway è tornata a occuparsi del rapporto tra natura e cultura nell’Antropocene, elaborando una sua nuova cosmologia dove la parola chiave è kin, la “parentela” che dobbiamo riscoprire con le altre specie viventi, partendo dalla constatazione che un futuro interstellare per gli esseri umani non può implicare la sesta estinzione di massa per tutti gli altri; dobbiamo invece riscoprirci humus, compost, e lasciar perdere le chiacchiere sui postumani.


:: Shirley Jackson – La ragazza scomparsa Adelphi

Una ragazza scomparsa da un campo estivo femminile e nessuno che riesca a fornire uno straccio di indizio per le ricerche. Un bambino di nove anni in viaggio da solo che in treno viene avvicinato da un’estranea. Una segretaria incaricata di una consegna “particolare” che finisce risucchiata in una spirale di paranoia. Sono i tre racconti riuniti da Adelphi in questo imperdibile diorama delle inquietudini di Shirley Jackson (1916-1965), congegni ad alta precisione che ne rendono appieno la complessità. Dalla frammentazione dell’identità alla solitudine, dalle difficoltà di instaurare un canale di comunicazione con gli altri al peso schiacciante dell’ignoto, ritroviamo in queste pagine i temi fondanti della sua opera. Alta letteratura anche grazie ai generi di cui si nutre.


:: Thomas Ligotti (a cura di Matt Cardin) – Nato nella paura il Saggiatore

Negli ambienti dell’horror nordamericano, Thomas Ligotti è un autore di culto fin dai tardi anni Ottanta. Dopo il successo di True Detective, che nella prima stagione attingeva ampiamente alla sua poetica intrisa di pessimismo cosmico e antinatalismo, in questi anni ha cominciato a godere di una crescente attenzione editoriale anche in Italia, dove era a lungo rimasto un segreto condiviso solo da pochi iniziati. Schivo e refrattario alle luci della ribalta, questa raccolta di interviste rilasciate nell’arco di circa trent’anni sono un ottimo pretesto per calarsi nelle sue tematiche, scoprendo gli autori e le opere che lo hanno ispirato e apprendendo di prima mano i retroscena dei lavori che gli hanno meritato un posto nel pantheon della letteratura weird contemporanea.


:: Sergio Luzzatto – Max Fox Einaudi

Non è un libro-inchiesta ma nemmeno un lavoro di storiografia come quelli a cui Luzzatto ci ha fin qui abituati: la storia di Marino Massimo De Caro, bibliofilo impenitente, truffatore, trafugatore di testi rari, finito in carcere dopo che, da direttore della biblioteca napoletana dei Girolamini, fu scoperto a saccheggiarne migliaia di volumi diretti verso il mercato nero dell’antiquariato, è una vicenda che Luzzatto ha riportato alla luce al di là degli aridi documenti della magistratura e delle banali cronache della stampa. Libro contestatissimo, considerato quasi un’apologia del criminale; in realtà un’opera brillante che, attraverso la vicenda di De Caro, narra una perfetta “storia italiana” fatta di intrecci tra politica, finanza, culturame, senza farci mancare anche nani e ballerine.


:: Micheal Pollan – Come cambiare la tua mente – Adelphi

Siamo in pieno rinascimento psichedelico e per capire il come e il perché Michael Pollan ci accompagna in un viaggio nello spazio e nel tempo (che altro?). Si parte dagli esperimenti di Albert Hofmann, lo scopritore dell’LSD, alla personalità eccentrica di Timothy Leary, passando per l’Età dell’Acquario e il suo fallimento, fino al rinascimento attuale, dove le sostanze psichedeliche sono oggetto di rigorosi studi scientifici per il contrasto alle dipendenze, alla depressione e nella terapia del dolore dei malati terminali. Un’autentica rivoluzione, guardata ancora con sospetto da chi, secondo Pollan, teme quello che potrebbe accadere alla società aprendo “le porte della percezione” di huxleiana memoria.


:: Alvin Schwartz – Scary Stories to Tell in the Dark DeA Planeta Libri

Per la prima volta i lettori italiani possono apprezzare le tre raccolte di storie horror che negli USA sono valse a Schwartz (1927-1992) l’ammirazione di due generazioni di lettori, giovani e non. Racconti condensati in una manciata di pagine, per lo più rielaborati dalla tradizione popolare nordamericana, alcuni tramandati oralmente attraverso i secoli, strutturati sugli archetipi del folklore, altri riconducibili alla tradizione contemporanea delle leggende metropolitane, tutti impreziositi dalle tavole originali di Stephen Gammell: creature spaventose, ambientazioni sinistre, gusto per il macabro e forze soprannaturali… in questo volume è distillata la formula segreta per scatenare un brivido, un urlo o una risata liberatoria. A seconda dell’occasione e del pubblico.


:: Edward Snowden – Errore di sistema Longanesi

Tra commenti sarcastici e ricostruzioni storiche, il cuore dell’autobiografia di Snowden è la presenza delle tecnologie comunicative nella vita quotidiana. Macchine sempre più accessibili e facili da usare hanno eliminato l’esigenza di sviluppare culture digitali come quelle raccontate con affetto dal popolare whistleblower. Il tutto-gratis e la condivisione social a tutti i costi hanno favorito una clamorosa asimmetria tra la privacy dei cittadini comuni e la riservatezza di governi e aziende. Ovunque c’è urgente bisogno di riportare in agenda il concetto di libertà digitale prima che le cyberwar e la corsa ai big data per alimentare le intelligenze artificiali facciano dimenticare perché l’umanità sia arrivata a concepire la privacy individuale e quanto questa sia vitale per la democrazia.


:: Antoine Volodine – Sogni di Mevlidò 66thand2nd

Volodine non si accontenta di essere Volodine, ma è anche Manuela Draeger, Lutz Bassmann e altri eteronimi apparsi negli anni. Non gli bastano neppure i generi letterari consueti, così ne ha fabbricato uno tutto per sé, il Post-esotismo. Neppure si accontenta delle forme letterarie storiche ma ne crea di proprie: narrat, romånsi, intrarcane, shaggå. Tantomeno si accontenta della bipolarità vita/morte, e men che mai si accontenta della Natura a noi nota generando mutanti a ripetizione. In questo rigoglioso Sogni di Mevlidò il protagonista è un poliziotto al tempo della dissoluzione della seconda Unione Sovietica, che vive nel Pollaio Quattro, ghetto ai margini della post metropoli Ulang-Ulan popolato da un bestiario co-protagonista della storia. Storia? Volodine non si accontenta di una storia.


visioni


:: Karim Aïnouz – La vita invisibile di Eurídice Gusmão Officine Ubu

Due sorelle contemplano il mare di Rio de Janeiro, la loro vista si perde fra le onde che si infrangono sugli scogli. Una di loro (Guida) risale attraverso la folta vegetazione lasciando indietro l’altra sorella (Eurídice) che la chiama più volte, vagando impaurita nella selva. Comincia così, in tono poetico, trasognato e inquietante, la storia di due sorelle, diversissime per carattere, aspirazioni, livello intellettuale, ma unitissime dall’affetto, e separate da un destino avverso che in questa vicenda si serve di figure maschili a dir poco mediocri, a partire dal padre, intollerante e anaffettivo, delle due ragazze. Che diventeranno due donne irrealizzate nei loro sogni, non tanto per colpa loro, ma per i limiti imposti dalla grettezza delle famiglie e della società.


:: Jon Favreau – The Mandalorian – Disney+

La serie ideata per il neonato network Disney Plus ritrova la semplicità della miscela epico/comico ed esibisce una tecnica narrativa decisamente più autorevole e meno prona al marketing rispetto alla saga cinematografica di Skywalker e compagni. La storia parte piano ma tenendo sempre pronto nella fondina quel peculiare sense of wonder di Star Wars: la gioiosa capacità di ibridare codici di genere e vecchi miti in contesti tecnologici. Per esempio i samurai di Kurosawa o i fuorilegge redenti di John Ford (e di Satoshi Kon) e ovviamente i saloon da spaghetti western, compresi i silenzi à la Mad Max Fury Road in una galassia sempre più polverosa e consumata ma che è ancora in grado di riservare piacevoli sorprese. E come per incanto, riecco la misteriosa ricetta originaria di George Lucas.


:: Bong Joon-ho – Parasite – Academy Two

Bong Joon-ho riaccende il tema dei contrasti sociali collocandoli in una serie di metafore che separano il sopra dal sotto, analogamente al John Peele di Noi. “Molte persone vivono sottoterra, soprattutto se conti i seminterrati”. Ed è proprio un seminterrato dove non arriva più il wi-fi gratuito e che fa puzzare tutti gli inquilini di “straccio lurido appena bagnato” a far scatenare l’ascesa della famiglia Kim. Rispetto a Noi, il mix coreano di commedia e horror si presenta forse meno organizzata sul piano della suspense (come dice uno dei protagonisti i piani troppo precisi sono sempre destinati a fallire) ma offre più sfumature di sapore. Colpi di scena violenti sì ma mai dettati da semplicistico e banale odio sociale. C’è sempre una scatola narrativa che entra dentro un’altra.


:: Damon Lindelof – Watchmen – HBO

Dopo l’eccellente adattamento cinematografico di Zack Snyder (2009), HBO produce una serie in nove puntate che prosegue e amplia il fumetto-culto di Alan Moore e Dave Gibbons. Confermandosi a suo agio con i codici della graphic novel, Damon Lindelof ci regala un’opera totale, che scava nel passato, interroga il nostro presente e mette in discussione il futuro, sfiorando il capolavoro. Trent’anni dopo i tragici fatti di New York del 1985, vecchie glorie convertite alla giustizia incontrano una nuova generazione di vigilanti in maschera capitanati da Sister Night (Regina King), mentre mad doctors (e doctresses) intrecciano i loro piani segreti con la sinistra cospirazione ordita dal Settimo Cavalleria, una tentacolare organizzazione di suprematisti bianchi entrati in possesso del diario di Rorschach.


:: Brit Marling, Zal Batmanglij – The OA, stagione 2 x Netflix

È stato senz’altro uno dei racconti televisivi più interessanti l’anno appena trascorso, un’avanguardia audiovisiva che però non avrà seguito oltre questa stagione, lasciando che una cesura si erga a conclusione. The OA – Part II riesce a miscelare insieme un approccio meta-narrativo dal sapore lynchiano a una classica detective fiction che prende una piega metafisica: una narrativa in cui riecheggia Philip K. Dick come il lavoro di David Mitchell e quello delle sorelle Wachowski. Non sono bastate petizioni e hashtag per riportare in vita The OA. Tuttavia, la storia ci insegna che spesso i racconti tornino a vivere, mutando forma, e non ci sorprenderemmo di rivedere ancora il nostro gruppo di protagonisti varcare una nuova dimensione mediale superando gli ostacoli imposti dallo show business.


:: Craig Mazin – Chernobil – HBO

Il disastro nucleare di Chernobyl lasciò un segno indelebile nella cultura e nell’immaginario degli anni Ottanta, oltre che ferite mai davvero rimarginate nei sopravvissuti. Strano a dirsi, finora non aveva ancora ricevuto una rappresentazione all’altezza della sua dimensione umana, psicologica, politica e ambientale. La miniserie prodotta da HBO in collaborazione con Sky UK, ispirata alle testimonianze raccolte dal Premio Nobel Svetlana Alexievich nel suo Preghiera per Černobyl’ (e/o), colma finalmente questo vuoto, anche grazie alle impressionanti interpretazioni di Jared Harris, Emily Watson e Stellan Skarsgård, che danno voce e volto agli uomini e delle donne che lottarono contro l’apparato burocratico sovietico per portare a galla la verità su quella tragica notte del 26 aprile 1986.


:: Baran bo Odar, Jantje Friese – Dark, stagione 2 – Netflix

Dovevamo aspettare i tedeschi per vedere come si fa una serie Netflix decente: senza bruciare subito tutte le cartucce e raschiare il fondo del barile nelle successive stagioni, ma costruendo fin dall’inizio una trama complessa, duratura, evitando l’effetto Lost. Risultato? Dark stagione 2 è ancor migliore della precedente, risolve alcuni enigmi e ne introduce altri, gestendo con la meticolosità dell’ingegnere e la visionarietà del cineasta i paradossi temporali che portano i personaggi della cittadina di Winden a perdersi in quattro epoche diverse per cercare (senza riuscirci) di rimettere le cose a posto. Ottima soundtrack, cast sempre più affiatato, la giusta miscela di sci-fi, thriller, dramma, sentimento e persino una spruzzata di ironia fanno facilmente dimenticare Stranger Things.


:: Jordan Peele – Noi – Universal Pictures

Cosa hanno in comune una catena di buoni samaritani anni Ottanta con un’apocalisse di zombie del nostro tempo? Le stesse premesse fanta-sociologiche: il capitalismo che mostra il conto a sé stesso per provare a riequilibrare i torti ricordando tutto ciò che è stato calpestato/consumato. Cosa accade se l’underground non accetta più il suo ruolo ancestrale di ombra? Weird, sci-fi e horror in una sorta di episodio espanso e violento di Ai confini della realtà: ecco Noi. Tutto ciò che incateniamo e nascondiamo nel sottosuolo, può ritornare e, giocando di sorpresa, potrebbe facilmente ri/prendersi tutto ciò che è sopra. È il ritorno del nativo americano, fantasma generato dagli storici sensi di colpa yankee. Il doppelgänger dalla tuta scarlatta ha preso coscienza: è tempo di rimescolare le carte.


:: Martin Scorsese – Rolling Thunder Revue Netflix

Scorsese mette un altro tassello nel suo mosaico musicale, e ancora una volta, fingendo di girare un documentario, costruisce immaginario. Così come un muratore usa mattoni e malta e li trasforma in un edificio, così Scorsese plasma musica e immagini, riscrive continuamente le storie, e attraversa le quinte di quel grande spettacolo che è il R&R. Mostrando maschere su maschere compie una capillare decostruzione dell’identità, accompagnandola fino alla sua scomparsa, e così rende impossibile distinguere ciò che è da ciò che avrebbe potuto essere e da quello che il pubblico vuole vedere. Riprendendo le fila di un discorso iniziato durante il montaggio di Woodstock, ci mostra la musica in quanto espressione di conflitti irresolubili, specchio di anime tormentate, che anelano a verità irraggiungibili.


:: Quentin Tarantino – C’era una volta a… Hollywood Sony Pictures Entertainment

Tarantino ci propone il suo personalissimo 1969, il suo Effetto notte, per riflettere sulle radici meta-narrative di chi nasce e cresce dentro e intorno alle sale cinematografiche. Gli occhi febbrili di quel bambino che a sei anni veniva scarrozzato su e giù per Los Angeles restituiscono oggi personaggi e momenti dimenticabili ma qui nobilitati dal fatto di incubare la formazione di un’identità. Il rombo delle auto che sfrecciano dalle colline residenziali al downtown, il suono sfrigolante delle insegne al neon, le hit del momento e gli short pubblicitari che si disciolgono nel sottofondo quotidiano. Esplorando le curve di una memoria zeppa di manie e nostalgie, riesce anche a intercettare la colossale riconversione post-televisiva che ha cambiato Hollywood nell’ultimo quarto del secolo scorso.