Realtà, tempo e libertà:
i paradossi di Dark e Devs


E se fosse il tempo la prigione dalla quale nessuno di noi può sfuggire? Jonas, il protagonista dell’acclamata serie Dark, conclusasi con la terza stagione uscita lo scorso giugno, giunge a un certo punto a questa consapevolezza: “Credevo di avere tempo… perché lo dicono tutti? Come puoi averlo se lui ti imprigiona?”. Nel corso della serie, Jonas cerca in tutti i modi di evadere dalla prigione del tempo, dal loop temporale – quella che i fisici teorici chiamano una “curva chiusa di tipo tempo” – dal quale sembra non esserci via di uscita. L’amara ironia è che ogni sua azione per cambiare il passato non fa altro che renderlo possibile: ad analogo destino incorrono quasi tutti i cittadini di Winden che, come Jonas, finiscono loro malgrado a cercare il “filo di Arianna”, come spesso lo sentiamo chiamare, ossia il modo per uscire dal labirinto del tempo. Per poi scoprire, come afferma Helge Doppler, che la verità è che “per ogni singolo tempo esiste una sola e unica via, determinata e tracciata dal principio alla fine e rappresentante a sua volta un inizio”. Sic mundus creatus est: la locuzione latina che in Dark designa il gruppo di viaggiatori del tempo il cui scopo è conservare il loop temporale proviene dalla Tavola di Smeraldo, uno dei più inquietanti oggetti della tradizione ermetica, che sembrerebbe nascondere i segreti della creazione del mondo.

In Devs, la miniserie diretta dal visionario regista Alex Garland uscita a marzo 2020 e ancora inedita in Italia, il tema viene ripreso in una chiave forse ancora più inquietante. Non assistiamo, qui, a viaggi nel tempo, ma scopriamo che il futuro, come il passato, è già determinato, immodificabile, quindi perfettamente prevedibile. Non siamo liberi, nelle nostre azioni: tutto ciò che facciamo, tutto ciò che crediamo di scegliere in virtù del nostro libero arbitrio, è in realtà il frutto di fenomeni deterministici e prevedibili, cosicché non siamo altro che marionette di un gioco che non siamo noi a giocare. Anche qui, però, l’obiettivo è quello di fuggire dalla prigione del tempo. Come Jonas, anche Forest, l’onnipotente CEO di Amaya (una sorta di Google), vorrebbe cambiare il passato. Jonas per salvare da un tragico destino prima il padre e poi la sua ragazza Martha; Forest per evitare che la moglie e la figlioletta finiscano investiti a morte da un’auto fuori controllo. Siamo abituati all’idea che il passato sia immutabile, mentre il futuro sia aperto. Ma se scoprissimo che anche il futuro è chiuso come il passato? Perché allora, se futuro e passato sono identici, ricordiamo solo il passato e non il futuro? Non potremmo rivivere il passato?

In cerca del filo di Arianna
Da dove vengono fuori queste idee? Dark e Devs sono forse i prodotti più ambiziosi dell’immaginario scientifico contemporaneo, del nostro tentativo di riflettere intorno ad alcuni dei concetti paradossali che emergono dalla fisica teorica contemporanea. Siamo abituati a considerare passato, presente e futuro come categorie ontologicamente distinte. Il passato è andato, possiamo solo ricordarlo; il presente è ciò che viviamo istante per istante; il futuro è il “territorio inesplorato” aperto rispetto alle diverse aspettative che abbiamo e che ci sforziamo di perseguire. Ma molti fisici non la pensano così. Da quando Albert Einstein dimostrò la relatività del tempo, o meglio la relatività degli eventi simultanei – che non possono essere mai simultanei per osservatori distanti – questa tripartizione del tempo è andata in crisi.

La teoria della relatività speciale sembra implicare addirittura che per due osservatori che si muovono in direzioni diverse un evento può situarsi nel presente (o nell’immediato passato) di uno e nel futuro di un altro, dimostrando così che il futuro non è affatto aperto, ma predeterminato. Non parliamo qui dell’elementare considerazione secondo cui una notizia giunge prima ad alcune persone, per via della distanza dall’evento: in quel caso, se la notizia riguarda la morte di una nostra zia, il fatto che ci verrà riferita un giorno dopo l’evento non toglie che l’evento sia accaduto, per tutti, ventiquattr’ore prima. Parliamo qui della possibilità che la morte della zia per un osservatore si sia già verificata, mentre per un altro che si muove in direzione opposta rispetto alla sorgente dell’evento (il letto dove la zia è spirata) in quel preciso momento la zia è ancora viva.
Sembra che queste considerazioni abbiano spinto Einstein a formulare quella famosa affermazione nella lettera per la morte dell’amico Michele Besso: “Per noi, fisici credenti, la separazione tra passato, presente e futuro ha solo il significato di un’illusione, per quanto tenace” (Einstein, 1995). Questa idea è oggi nota nella filosofia della fisica come “eternalismo” ed è, peraltro, la più condivisa concezione del tempo tra i fisici teorici che si occupano di questi temi. Dark sposa questa idea nella misura in cui i suoi protagonisti possono viaggiare in diverse epoche – ossia spostarsi lungo la “linea del tempo” – senza mutare nulla, anzi diventando spesso artefici nel passato di ciò che si verificherà nel futuro. In una concezione non eternalista, tornando indietro nel tempo per modificare il passato cambierebbe completamente anche il futuro, cosa che in Dark non si verifica. Anche Devs sposa la stessa idea, ma le due serie differiscono nell’interpretazione filosofica dell’eternalismo. In Dark, infatti, ai protagonisti è concesso il libero arbitrio: sono loro a scegliere di fare quel che fanno, in ogni momento, e gli eventi sono il risultato delle loro azioni volontarie, anche se si tratta di quegli eventi che vorrebbero impedire. In Devs ciò non avviene: i personaggi non sembrano essere davvero liberi nelle loro scelte, un’idea che Forest semplifica con l’affermazione per cui “la vita è solo qualcosa che vediamo svolgersi”.

Questa interpretazione dell’eternalismo deriva dal cosiddetto argomento di Rietdijk-Putnam, che sposa una visione “super-determinista” della realtà: non esiste il libero arbitrio, perché gli eventi sono predeterminati fin dall’origine del mondo (Rietdijk, 1966). La tesi opposta è quella che sostiene che un evento futuro che esiste nel passato di qualcun altro (per esempio, la scomparsa di Mikkel è situata nel futuro di Jonas nella prima puntata di Dark, ma appartiene al passato di Michael) sia sì predeterminato, ma nondimeno frutto del libero arbitrio: è Mikkel che sceglie quella sera di andare con gli altri alle grotte, ma quella scelta è libera, non il frutto di forze esterne e imponderabili.
Devs ci pone di fronte dei paradossi ancora più inquietanti di Dark, anche se narrativamente è molto distante dalla brillante orchestrazione della serie tedesca. In Dark siamo di fronte a una classica storia di viaggi temporali, riletta in chiave moderna ed esistenzialista; ma siamo pur sempre nel dominio classico della fantascienza, perché i viaggi nel tempo non sembrano possibili. Devs è invece una storia che potrebbe essere perfettamente vera: ci troviamo di fronte a una di quelle megacompagnie digitali che sono state giustamente definite “tech-titani” per il loro strapotere e la volontà di invadere, con il loro soluzionismo tecnologico, ogni aspetto dell’esistenza. Forest, il CEO di Amaya, non è molto distante dall’altro personaggio inventato da Alex Garland in Ex Machina (2015), Nathan, CEO di BlueBook, un altro tech-titano. Entrambi sono guidati da grandi ossessioni che li spingono a confrontarsi con i limiti della scienza.

Forest vuole riportare in vita la figlia morta, ma sa che l’unico modo per farlo è far rivivere il passato in qualche modo. E poiché le ricerche della sua azienda hanno confermato il super-determinismo dell’argomento di Rietdijk-Putnam, dimostrando che è possibile non solo prevedere perfettamente il futuro, ma anche ricostruire, da qualsiasi stato presente, qualsiasi evento del passato, al punto da poterlo rivivere (come nel caso della crocifissione di Gesù a cui, ovviamente, un progetto che si chiama “Devs” non poteva non rivolgersi in prima battuta), l’ossessione di Forest non appartiene più al novero della fantascienza, ma della scienza.

L’illusione di essere liberi
Siamo di fronte a una situazione bizzarra. Il Novecento è stato il secolo dell’indeterminismo. Prima la teoria della relatività, poi la clamorosa rivoluzione della meccanica quantistica, hanno portato a sostituire il “momento newtoniano” con il “momento quantistico” che ha caratterizzato la cultura contemporanea (Crease e Goldhaber, 2015). A farne le spese era stata la celebre tesi espressa da Pierre-Simon de Laplace nel suo Saggio sulle probabilità (1814):

“Un’intelligenza che per un dato istante conoscesse tutte le forze da cui la natura è animata e la situazione rispettiva degli esseri che la compongono, se fosse così vasta da sottoporre questi dati all’analisi, abbraccerebbe in un’unica e medesima formula i movimenti dei più grandi corpi dell’universo e quelli del più lieve atomo: nulla sarebbe incerto per essa, e l’avvenire, come il passato, sarebbe presente ai suoi occhi”. (Laplace, 1951).

Questa frase è oggi spesso citata per confutare il pensiero deterministico su cui si fondava la vecchia concezione dell’universo meccanico ereditata da Isaac Newton. Eppure è proprio l’idea alla base di Devs: un supercomputer quantistico in grado di calcolare tutte le forze della natura e le situazioni degli esseri che ne fanno parte per ricostruire in modo perfetto tanto il passato quanto il futuro. Quando Katie sprona Lily a farle qualche esempio di evento casuale o arbitrario, Lily menziona il lancio di una moneta o la scelta di un libro da una pila di copie tutte uguali, ma Katie le dimostra che si tratta sempre di eventi prevedibili se solo fosse possibile calcolare le forze che agiscono sulla moneta o i processi mentali della persona che sceglie una copia anziché l’altra. Il supercomputer di Devs fa proprio questo: “Non puoi citarmi un evento casuale, perché non esistono eventi casuali”, conclude Katie. Sfruttando le potenzialità della meccanica quantistica, il supercomputer raggiunge quella capacità di calcolo che Laplace sognava e restituisce ai suoi programmatori la sconvolgente immagine di una realtà che è super-deterministica. L’idea del superdeterminismo è tornata in auge in anni recenti come reazione a un certo “misticismo quantistico” (Paura, 2018) connesso ad alcune interpretazioni sempre più di moda dei paradossi della meccanica quantistica, in particolare dell’entanglement, il fatto cioè che due particelle appartenenti a uno stesso sistema conservino connessioni causali apparentemente istantanee anche se poste a distanze superluminali.

In Devs assistiamo a una presa di posizione molto forte di Katie contro il misticismo quantistico, o meglio contro quelle interpretazioni (come quella di Wigner-Von Neumann o ancor più quella di Penrose) che assegnano un ruolo determinante alla coscienza umana nella definizione della misura di un sistema quantistico, ossia nel passaggio dallo stato indeterminato del sistema allo stato determinato della misurazione (passaggio noto come “problema della misurazione” o “collasso della funzione d’onda”). Forest apprezza l’irritazione di Katie: anche lui è, come la ragazza, un determinista, ed è convinto che la mente umana non abbia alcun ruolo nella determinazione della realtà. Esiste un mondo fuori dalla nostra mente che è perfettamente definito e a noi spetta soltanto calcolarlo, prevederlo e controllarlo. Come Katie, la fisica del mondo reale Sabine Hossenfelder ce l’ha talmente con il misticismo quantistico o la teoria del multiverso – un’altra bestia nera del duo Katie-Forest di Devs – da sostenere che il superdeterminismo sia la sola soluzione al paradosso dell’entanglement: l’esito di ogni possibile misurazione di un sistema quantistico è già stato predeterminato fin dall’origine dell’universo, per cui non c’è nessuna “inquietante azione a distanza” come sosteneva Einstein che permetta la correlazione superluminale tra particelle (cfr. Hossenfelder e Palmer, 2020). Ne deriva che il libero arbitrio è un’illusione e dobbiamo farcene una ragione (cfr. Hossenfelder, 2014).

Il tempo è la croce
Ma in realtà non possiamo farcene una ragione, con buona pace di Hossenfelder e dei teorici del superdeterminismo. Jonas non se ne fa una ragione nemmeno quando, in una delle scene più drammatiche di Dark, ormai privo di ogni speranza di riuscire a “sistemare le cose” come ha promesso, cerca di impiccarsi alla stessa trave a cui si è appeso il padre, per venire però salvato da Noah, il quale gli mostra che semplicemente non può morire perché ha già conosciuto il suo sé più grande e quindi sa che non morirà in quel momento. Noah lo invita a verificare offrendogli una pistola carica: Jonas, dopo un attimo di esitazione, se la porta alla tempia, ma il grilletto fa cilecca. Puntata alla porta, però, il colpo parte senza problemi.

È lo stesso principio contro cui Noah si è scontrato in un episodio della seconda stagione, che appartiene però al suo futuro, quando cerca di sparare ad Adam (la versione ultra anziana di Jonas) ma la pistola fa cilecca, anche se non sbaglia invece il colpo quando a usarla contro di lui è sua sorella. Non se ne fa una ragione nemmeno Lily in Devs: quando sembra aver accettato il suo destino, compie un gesto sorprendente perché imprevisto, quello di gettare la pistola con cui dovrebbe uccidere Forest fuori dall’ascensore in cui invece ha già visto che avrebbe sparato a morte Forest. Ma anche qui, l’esito non cambia: l’ascensore cade e i due muoiono esattamente come il supercomputer aveva previsto. Allora siamo davvero prigionieri in questo universo-blocco, come lo chiamo i fisici? Una prigione in cui abbiamo solo l’apparenza di libertà? Aveva ragione Simone Weil quando scriveva che il tempo è l’inferno, “il tempo è la croce” a cui siamo condannati a essere appesi (Weil, 1982)? L’universo stesso sembra suggerirci che esistono delle scappatoie. Per esempio, sappiamo che al centro di un buco nero si forma una singolarità, dove le leggi deterministiche della fisica vengono meno e dove potrebbe nascondersi l’indeterminismo che salverebbe la nostra libertà (Rickles, 2016). Le singolarità sono quelle che si formano anche all’interno della centrale nucleare di Winden e che consentono di creare il wormhole con cui i protagonisti di Dark possono andare avanti e indietro nel tempo.
Una singolarità esiste anche all’inizio del tempo: quella del Big Bang. Alcuni fisici sostengono che, se l’informazione ha una sua fisicità, allora la singolarità iniziale non poteva contenere tutta l’informazione dell’universo a venire, incluso l’esito di ogni singola misurazione quantistica, per cui il superdeterminismo andrebbe rigettato (Davies, 1996). Secondo altri, bisognerebbe distinguere tra determinismo fisico e determinismo metafisico, come propone Michael Esfeld:

“Si si accetta la metafisica humeana, il determinismo fisico (biologico, o ancora neurobiologico) non può avere alcuna conseguenza per la mente umana (e specialmente per il libero arbitrio), poiché, secondo questa metafisica, non vi è nulla in natura che determina, fissa o forza le particelle a evolvere in un certo modo”. (Esfeld, 2018).

In questo senso, a differenza di quanto sostiene l’argomento di Rietdijk-Putnam, non ci sarebbe correlazione tra determinismo e libero arbitrio: un evento del futuro può essere già determinato, ma ciò non significa che sia indipendente dalla nostra volontà (Dorato, 2016). Come abbiamo visto, questa è l’interpretazione che Dark dà dell’eternalismo e in cui si discosta da Devs.

Assurdi universi
Esiste però una possibile scappatoia. L’idea è che possano esistere linee spazio-temporali alternative. Nella concezione canonica dello spazio-tempo, esiste ovviamente un’unica linea spazio-temporale che tiene uniti i diversi eventi in una sequenza che possiamo ordinare, secondo il nostro punto di vista, dal passato verso il futuro. In questa linea temporale, andare dall’evento t0 all’evento t-1 situato nel passato, magari per evitare che si verifichi l’evento t1 che abbiamo visto avvenire nel futuro, non cambia quel futuro, perché l’eternalismo ci mostra un universo composto da eventi immutabili. Jonas non può salvare nessuno di coloro che ha già visto morire e Forest non può certamente impedire l’incidente che uccide la figlia. Ma se accettiamo l’ipotesi che esista un “ipertempo”, ossia se scolleghiamo il tempo dallo spazio ipotizzando che ogni evento, oltre a situarsi su una linea spazio-temporale, si verifica in una dimensione esclusivamente temporale, allora sarebbe possibile, modificando l’evento nell’ipertempo, ottenere una linea spazio-temporale alternativa (cfr. Iaquinto e Torrengo, 2018).

Questa è la soluzione che propone Dark. Quando Jonas e Martha (o meglio, Jonas dell’universo A e Martha dell’universo B) decidono di impedire l’evento che provoca la biforcazione della realtà nel loro passato, li vediamo situarsi in una sorta di dimensione eterea, simile al tesseratto del film Interstellar (2014): qui Jonas e Martha si trovano nell’ipertempo, in una condizione in cui possono vedere simultaneamente tutti gli eventi possibili di diverse linee spazio-temporali per raggiungere poi quello che serve al loro scopo, e cambiarlo. Così facendo, creano una linea spazio-temporale nuova; e poiché l’evento che hanno cambiato si situa prima degli eventi da cui entrambi sono originati, le linee spazio-temporali in cui esistono scompaiono insieme a loro. L’ipotesi dell’ipertempo è solo apparentemente una versione più sofisticata dell’ipotesi del multiverso esplorata in Devs.
L’ipotesi del multiverso è infatti perfettamente compatibile con il determinismo (ma non con il superdeterminismo): anziché sostenere che la misurazione di un sistema quantistico sia esclusivamente probabilistica (e quindi essenzialmente casuale), l’interpretazione di Everett-DeWitt citata in Devs sostiene che ogni esito della misurazione si verifica in un universo alternativo. La continua, infinita ramificazione della realtà è l’effetto dell’ipotesi del multiverso. Lyndon la prende così sul serio da decidere di sottoporsi a un infame esperimento mentale, quello del suicidio quantistico (cfr. Tegmark, 2014), secondo cui, se la teoria del multiverso è vera, egli non morirebbe mai, dal momento che continuerebbe a vivere in altri universi e solo di questi continuerebbe ad avere esperienza.

Heaven is (not) a place on Earth
Il multiverso, che sembra essere la soluzione offerta ai protagonisti tanto di Dark quando di Devs per uscire dalla loro prigione, non è affatto una via d’uscita. All’inizio della terza stagione di Dark, Jonas si trova in un altro universo che sembra realizzare il suo obiettivo: in quest’universo lui non esiste, Mikkel non finisce nel loop e tutto sembra funzionare bene. Salvo però che anche qui si verifica un’apocalisse prodotta dalla centrale nucleare di Winden e ben presto, dunque, le cose finiscono male in modo del tutto analogo al suo universo.
La soluzione che Claudia suggerisce ad Adam/Jonas è un’altra: impedire che si verifichi la biforcazione della realtà prodotta dagli esperimenti quantistici di H.G. Tannhaus. Come Forest in Devs, anche Tannhaus è ossessionato dall’obiettivo di domare la “bestia immortale”, com’egli definisce il tempo. Questi tentativi prometeici sono all’origine del dramma che vivono i protagonisti di Dark. Anche in Devs, la libera scelta compiuta da Lily, che dà origine a un altro universo, non fa altro che costringerla in una nuova prigione, quella creata da Forest: il mondo in cui la figlia Amaya non è mai morta. Il paradiso di Forest è un mondo solo apparentemente libero. Anche qui vige il determinismo, solo che Forest vive una realtà felice rispetto a quella da cui proviene. Certo, anche Lily può costruirsi il suo mondo su misura, lasciando Sergei per Jamie. Ma resta il fatto che il loro mondo non è libero.

Stewart, il programmatore di Devs che ha visto più avanti di tutti, ne è consapevole. Nel supercomputer esiste tutto: “La scatola contiene noi. La scatola contiene ogni cosa. E dentro la scatola c’è un’altra scatola”. I diversi universi, sembra suggerire Stewart, non sono che simulazioni informatiche. Forest lo sa, tant’è che alla replica di Lily secondo cui l’immagine di Amaya ricreata dal supercomputer “non è viva, è una simulazione informatica”, replica: “Spiegami la differenza”. Ci troviamo così trascinati, come in Matrix (1999), su un altro piano della realtà: questo universo potrebbe essere una simulazione all’interno di un supercomputer, esattamente come quello in cui si ritrovano Forest e Lily. Indistinguibile dall’universo reale, ma – considerando il principio di identità degli indiscernibili di Gottfried Leibniz – nondimeno reale, soltanto non libero, esattamente come quello di origine. Possiamo accettare di abbellirlo quanto vogliamo, ma resta il fatto che in questo come in quello le nostre scelte sono predeterminate.
Qui sta la profonda differenza tra Dark e Devs. Anche se in entrambi i casi l’ipotesi del multiverso, proposta come via di uscita dai paradossi del loop, si rivela un abbaglio, in Dark Jonas e Martha scelgono la realtà vera, anche se sanno che in quella non esisteranno, anziché accettare di vivere nelle rispettive prigioni dei loro mondi di origine. Entrambi, dopo aver cercato per tutta la vita di ricreare il “paradiso”, una linea spazio-temporale in cui tutte le tragedie a cui hanno assistito o assisteranno non si verifichino, comprendono che la loro è un’illusione e che, nel mondo reale, non tutti possono essere felici: affinché alcuni dei loro cari possano essere felici (nella fattispecie, la madre di Jonas, quella di Martha e la figlia di Claudia), loro devono sacrificarsi e sparire dalla realtà.

La citazione di Matrix nel primo episodio della terza stagione non è casuale: Jonas cita il celebre episodio del déjà-vu nel film, la prova che la realtà in cui Thomas Anderson vive è una simulazione. In Dark serve a dare l’idea, di cui la Martha dell’universo B si convince, che gli universi in cui entrambi vivono non siano quelli reali. È sulla base di questa convinzione che i due accettano la proposta di Claudia di distruggerli e far sopravvivere l’universo di partenza, anche se “corretto”. Forest, viceversa, accetta di vivere nell’illusione. Il suo paradiso è solo apparente e realizza l’amara considerazione di Jamie: il problema delle persone che guidano compagnie tecnologiche è che hanno troppo potere e si convincono di essere dei messia. Ma, come Lily replica a Forest, molto spesso i messia si rivelano dei falsi profeti.

Letture
  • Robert P. Crease, Alfred Scharff Goldhaber, Ogni cosa è indeterminata, Codice, Torino, 2015.
  • Paul Davies, I misteri del tempo, Mondadori, Milano, 1996.
  • Mauro Dorato, Che cos’è il tempo?, Carocci, Roma, 2016.
  • Albert Einstein, Corrispondenza con Michele Besso, Guida, Napoli, 1995.
  • Michael Esfeld, Filosofia della Natura, Rosenberg & Sellier, Torino, 2018.
  • Sabine Hossenfelder, Dieci errori concettuali in materia di libero arbitrio, Le Scienze, 4 gennaio 2014.
  • Sabine Hossenfelder, Timothy N. Palmer, Rethinking Superdeterminism, Frontiers of Physics, vol. 139 n. 8, 2020.
  • Samuele Iaquinto, Giuliano Torrengo, Filosofia del futuro, Raffaello Cortina, Milano, 2018.
  • Pierre-Simon de Laplace, Saggio sulle probabilità, Laterza, Bari, 1951.
  • Roberto Paura, Le quattro stagioni del misticismo quantistico, Scienza e filosofia, n. 20, dicembre 2018.
  • Dean Rickles, The Philosophy of Physics, Polity Press, Cambridge, 2016.
  • C.W. Rietdijk, A Rigorous Proof of Determinism Derived from the Special Theory of Relativity, Philosophy of Science, vol. 33 n. 4, dicembre 1966.
  • Max Tegmark, L’universo matematico, Bollati Boringhieri, Torino, 2014.
  • Simone Weil, Quaderni, vol. I, Adelphi, Milano, 1982.
Visioni
  • Alex Garland, Ex Machina, Universal Pictures, 2015 (home video).
  • Christopher Nolan, Interstellar, Warner Home Video (home video).
  • Andy Wachowski, Larry Wachowski, Matrix, Warner Home Video, 1999 (home video).