Connessioni: Capitale
e social networking

Quando il capitalismo tira su Facebook per dargli un passaggio, il ragazzo col cappuccio sembra un autostoppista come tanti. Il corso della Storia può essere influenzato da autostop che mettono insieme strani compagni di viaggio. Il giovane nerd vuole solo ricavare qualcosa dalla sua attività di guardone, probabilmente maturata fantasticando sulle presenze femminili dell’annuario della sua università. Strano come una tecnologia nata per raccontare piccole storie arrivi a incidere così tanto sulla Storia. The Circle e Net-attivismo osservano da angolazioni diverse il social networking, nodo cruciale per spiegare la comunicazione e la partecipazione pubblica oggi. Il primo è un romanzo di fantascienza post-cyberpunk scritto da Dave Eggers (2014) e poi portato al cinema con la regia di James Ponsoldt (2017) e la sceneggiatura di cui lo stesso Eggers è co-autore. Vi si narra degli sgoccioli del concetto di privacy, ormai liquefatto dalle tecnologie: tutti sono costantemente connessi e rintracciabili, ognuno può sapere tutto di chiunque e ci si prepara al Completamento del Cerchio ovvero l’impianto di chip nell’organismo al fine di alzare il livello del monitoraggio.
Net-attivismo (2017) è un saggio del sociologo Massimo Di Felice che propone un’ecologia complessa della rete colta nel suo divenire di interconnessione prima solo tra umani e poi anche tra questi e dati, oggetti, ambiente. La componente tecnologica ha spinto la comunicazione a diventare talmente pervasiva che quasi ogni atomo è un’entità che rilascia informazioni e questo fatto può avere in ogni momento delle conseguenze pratiche sull’esistenza di qualsiasi altro atomo. Il social network della piccola epica quotidiana individuale cambia la Storia nel momento in cui lo storytelling e la voglia (o il bisogno) di comunicare comincia a coinvolgere tutti (individui, aziende, animali, oggetti) penetrando in tutte le pieghe della sfera pubblica o privata.

Produzione di senso senza un centro
Come ricorda il saggio di Massimo Di Felice, le pratiche comunicative odierne come i social network sono inglobanti e totalizzanti: scardinano la linearità alfabetica e dispongono della tipografia come dell’audiovisione per elaborare una produzione di senso che non ha più un centro. Più precisamente la rete ha implicato il superamento della scrittura intesa come tecnologia che separa le parti: l’alto dal basso, lo spazio interiore da quello esteriore, cosa è naturale da cosa è sociale/culturale, cosa è informazione (Storia) da cosa è narrazione (storia). Ma come siamo arrivati a questo?

Server e data center sono come sancta santorum nelle chiese di Big Data.

Nel racconto di Dave Eggers scopriamo presto che il senso profondamente contemporaneo delle condivisioni si gioca tutto su trasferimenti affettivi ancor prima che informativi. Per Byung-Chul un monitoraggio digitale massivo della società è possibile “là dove i suoi abitanti si confidano non per costrizione esterna, ma per un bisogno interiore” (Byung-Chul, 2015). Nella società digitale la trasparenza tende a farsi ideologia (cfr. Byung-Chul, 2014). E l’ideologia, come ha raccontato efficacemente George Orwell è spesso intimamente connessa alla sfera affettiva. Mae Holland vive gli stessi turbamenti sentimentali e le stesse bonifiche emotive che vive Winston Smith in 1984. Entrambi i personaggi sono costretti a dover scegliere tra l’amore per un individuo che conduce verso l’ignoto e le certezze confortanti della realtà come costruzione sociale. Ma nel racconto di Dave Eggers, il Grande Fratello da amare è più dolce e rende più esplicito il premio emotivo (e in certi casi materiale) riservato all’individuo che aderisce. Gli smartphone sono riusciti a scardinare qualsiasi resistenza psicologica riguardo l’essenzialità di beni e servizi immateriali, creando nuove abitudini e nuove dipendenze. Ecco l’esito dell’autostop Capitale-Facebook: l’alta finanza e i maggiori player dell’elettronica di consumo artefici delle nuove forme del desiderio. In fondo i fanatici di The Circle sono come i soldati ateniesi descritti da Di Felice: vestiti, armatura, cerimonie, tutto ci ricorda che ovunque andranno saranno “polis” ovvero portatori (ed esportatori) di valori democratici. Se gli antichi guerrieri greci erano pionieri inconsapevoli di un processo di secolarizzazione, i guerrieri della trasparenza in tempo reale sono il prodotto finale di un Occidente che continua a riprodursi colonizzando unidirezionalmente, esportando divinità e specifiche forme di conoscenza della realtà. Cos’è il Completamento del Cerchio immaginato da Dave Eggers (ovvero tutti con un account, tutti costretti a votare e partecipare alla “polis”) se non la definitiva affermazione di una struttura epistemica totalitaria? In filigrana, tutto il pensiero occidentale è attraversato dalla tradizione del mito biblico del dominio dell’umano sul mondo, arrivando a codificare le tradizionali antinomie uomo-natura e uomo-tecnica.
L’analisi della società reticolare proposta nel saggio Net-attivismo rilancia l’idea che ogni singolo evento o catastrofe mediatica o naturale può alterare equilibri e configurazioni tra soggetti agenti. Gli “attanti umani e non umani” avrebbero aperto un “parlamento delle cose” per mediare nuovi patti e nuove forme di governo in grado di evitare rotture in certi casi irreversibili. Le singole parti fragili e costantemente strattonate dalla forza del cambiamento, possono trovare una nuova vita nell’organicità del tutto grazie all’interconnessione dei nodi della rete. Come humus non chiederebbero di meglio i creatori del progetto The Circle: un circler da solo conta poco, è la forza della connessione e della condivisione con gli altri circler che aiuta a vivere meglio. In fondo di questo parla l’imprenditore informatico Mark Zuckerberg nei suoi speech: il progetto Facebook è sempre proteso a far diventare il servizio un veicolo di valori etici che hanno sempre la condivisione come presupposto.

Occhi elettronici ovunque
Come dimostra la recente svolta audiovisiva di tutti i maggiori social network e come mostra The Circle, trasmettere uno streaming attraverso gli smartphone (ormai diventate potentissime centrali multimediali) appare come il vettore tecnologico più avanzato per divulgare il valore della trasparenza. Occhi elettronici a fare da garanti della nuova democrazia. Installati ovunque, senza permesso, illegali e clandestini, ricordano l’occhio dell’alieno protagonista di Fratello da un altro pianeta (2005), film scritto e diretto da John Sayles nel 1984. Braccato dalle forze dell’ordine del suo pianeta natale, il colore della pelle consente a “Il fratello” (interpretato da Joe Morton) di mescolarsi agevolmente tra gli afroamericani di Harlem. Unitamente alle sue proprietà telepatiche, il suo corpo ha la capacità di poter staccare il bulbo oculare dall’orbita così da utilizzare l’occhio come telecamera di sorveglianza liberamente posizionabile. Anche in The Circle gli occhi elettronici sembrano animarsi di vita propria e certi frame, certe angolazioni di ripresa in qualche modo non previste sembrano avere la forza di indirizzare i destini. C’è un’ulteriore aspetto di Brother accostabile alla rete dei circler: una forte medietà tra tecnologia e biologia. Brother riesce infatti a riparare circuiti elettronici così come guarire tessuti umani con la sola apposizione delle mani. Ma sarà il suo essere dentro la comunità, la rete di relazioni umane che riesce a stringere a salvarlo dalla cattura. La significatività tecno-biologica dell’individuo eccezionale, viene dunque ricondotta allo spirito della rete delle origini che aspira ad assomigliare a un alveare dove ognuno raccoglie il suo pezzo di informazione e lo condivide.

Arte e Web: le illusioni ottiche reticolari di Peter Kogler.

Verso nuove forme di partecipazione
La visione ecologica di Massimo Di Felice intende superare la gabbia concettuale dell’infosfera tradizionalmente intesa come distribuzione unidirezionale di contenuti tra mittenti e ricevente. Dobbiamo a Marshall McLuhan e alla scuola di Toronto lo spostamento dell’attenzione dai contenuti alla forma, dal messaggio contingente e storicamente delimitato ad un’apertura più antropologica che mira all’architettura cognitiva della comunicazione. Ma il saggio di Massimo Di Felice prova a guardare oltre: sperimentando nuove forme di partecipazione all’infosfera, di fronte all’immobilismo della politica istituzionalizzata, il net-attivismo appare oggi come l’ormai unico spazio per una conflittualità sociale in cui nessuno è totalmente passivo. Bisogna ripensare il mondo ammettendo che non può esistere civilizzazione senza oggetti e artefatti in una prospettiva affine al post-umanesimo tratteggiato dal filosofo etologo Roberto Marchesini (cfr. Marchesini, 2009).
Resta da capire come sganciare questi “iperluoghi immateriali” dalle logiche tradizionali dell’industria che tendono ancora a dividere e separare anche quando mettono “in connessione”. Pensiamo alle piattaforme come Facebook che periodicamente cannibalizzano tutto l’orizzonte delle possibilità espressive trascinando tutto al proprio interno. E anche all’interno dello stesso social network non si può ignorare la tendenza alla formazione di echo chambers e bolle di filtraggio (cfr. Pariser, 2012).
Eccoli ancora lì, più vicini ma pur sempre distinti, i due poli della comunicazione pubblica: mittente e ricevente, produttore di tecnologie e consumatore elettronico. Entrambi ormai leggono e scrivono, ma sembra ancora difficile parlare di fusione totale dei due ruoli. Dopotutto lo streaming audiovisivo di Mae Holland è pur sempre una comunicazione da uno a molti. Si tratta di una fattispecie comunicativa su cui si ragiona ormai da molti anni. Il film di Peter Weir The Truman Show apre il dibattito nel 1998 concentrandosi sui problemi etici e filosofici di un occhio elettronico ovunque. Un anno dopo segue in scia il regista Ron Howard, uno dei più grandi artigiani di Hollywood, che con il suo Ed Tv puntella meglio il punto di vista degli artigiani che lavorano all’infrastruttura televisiva, gli esecutori materiali che si occupano della messa in produzione di questa forma spettacolare e totalizzante di stalking audiovisivo. Nel romanzo di Eggers si parla di chip impiantati nelle ossa dei neonati per monitorarli e il libro si chiude con Mae Holland che toccando la fronte della sua amica in stato di incoscienza si meraviglia della distanza che la carne pone tra due individui. Mae vorrebbe aiutare l’amica in difficoltà ed è frustrata dal fatto di non poter conoscere i suoi pensieri più intimi. Oggi il neuro-marketing e le ricerche sulle interfacce neurali stanno già prefigurando il prossimo passo: la lettura e la trasmissione del pensiero. Seguendo lo sguardo di Massimo Di Felice, l’aspetto più distopico del cerchio di Eggers sarebbe la sua perfezione ovvero l’apparente assenza di spazi per il conflitto sociale. Perché se il consumatore continua a non essere proprietario dei mezzi di produzione non sarà mai realmente in grado di negoziare con i produttori di tecnologie per garantirsi un abitare digitale accettabile e, se necessario, svolte etiche.

Letture
  • Byung-Chul Han, La società della trasparenza, Nottetempo, Milano, 2014.
  • Byung-Chul Han, Nello sciame, Nottetempo, Milano, 2015.
  • Dave Eggers, Il cerchio, Mondadori, Milano, 2014.
  • Roberto Marchesini, Il Tramonto dell’uomo: la prospettiva post-umanista, Bari, Dedalo, 2009.
  • George Orwell, 1984, Mondadori, Milano, 2000.
  • Eli Pariser, Il filtro. Quello che internet ci nasconde, Il Saggiatore, Milano, 2012.
Visioni
  • Ron Howard, Ed Tv, Universal Pictures Italia, 2004 (home video).
  • James Ponsoldt, The Circle, Good Films, 2017 (distribuzione Italia).
  • John Sayles, Fratello da un altro pianeta, Terminal video, 2005 (home video).
  • Peter Weir, The Truman Show, Universal Pictures Italia, 2009 (home video).