Ombre rosse sul fantastico:
quelle dei f.lli Strugackij

Arkadij e Boris Strugackij
La chiocciola sul pendio
Traduzione di Daniela Liberti

Carbonio Editore, Milano, 2019
pp. 272, € 16,50

Arkadij e Boris Strugackij
Lunedì inizia sabato
Traduzione di Andrea Cortese

Ronzani Editore,
Monticello Conte Otto (Vi), 2019
pp. 344, € 17,50

Aleksej Jur’evič German
Hard to Be a God
Cast principale:

Leonid Yarmolnik, 
Dmitri Vladimirov, 
Laura Pitskhelauri, 
Aleksandr Ilyin, Yuri Tsurilo
Russia, 2013

Arkadij e Boris Strugackij
La chiocciola sul pendio
Traduzione di Daniela Liberti

Carbonio Editore, Milano, 2019
pp. 272, € 16,50

Arkadij e Boris Strugackij
Lunedì inizia sabato
Traduzione di Andrea Cortese

Ronzani Editore,
Monticello Conte Otto (Vi), 2019
pp. 344, € 17,50

Aleksej Jur’evič German
Hard to Be a God
Cast principale:

Leonid Yarmolnik, 
Dmitri Vladimirov, 
Laura Pitskhelauri, 
Aleksandr Ilyin, Yuri Tsurilo
Russia, 2013


Nel 2019 sono stati festeggiati in tutto il mondo i trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, e la Russia è oggi qualcosa di molto diverso dall’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, per quanto uno sguardo non superficiale potrebbe indugiare sui nomi della nomenklatura e le loro origini. Comunque sia, ancora oggi in Occidente l’arte, la scienza, e in generale la cultura formatasi nell’epoca sovietica restano sostanzialmente un mondo sconosciuto al lettore non specialista. Per amor del vero bisogna riconoscere che gli scrittori riconosciuti in Occidente come dissidenti (o comunque non integrati nel sistema comunista), per esempio Michail Bulgakov, Boris Pasternak e Aleksandr Solženicyn, hanno valicato i confini e spesso sono saliti sul podio della cultura alta, diversamente da chi invece ha scelto un approccio meno diretto e ha provato a districarsi nelle maglie del sistema accettando in parte forme di controllo e censura, tale da poter accedere a spazi e fondi per poter così pubblicare le proprie opere, seppur rivedute e corrette.
Accade anche che molti hanno probabilmente incontrato alcuni nomi nel corso degli studi, visto certi film durante le rassegne del cineforum di turno, o perfino trovato versi di alcuni poeti nei bigliettini dei cioccolatini, relegando a un triste autunno figure come Ivan Pavlov, Sergej Esenin, Vladimir Majakovskij, Sergej Ėjzenštejn, tra i tanti uomini che hanno reso grande la cultura del loro tempo.

Immagini di Danila Tkachenko (a esclusione della foto che ritrae Arkadij e Boris Strugackij).

Infine non si può indulgere oltre sul dato ormai chiaramente evidente per cui la gran parte della produzione di quel tempo inizia ad arrivare sino a noi solo oggi, e solo grazie all’amore e alla dedizione di intellettuali ed editori, che ci stanno restituendo gioielli sconosciuti o ignorati. È questo il caso dell’ottimo lavoro di Agenzia Alcatraz, che ha recentemente ristampato Stella Rossa di Aleksandr Bogdanov e L’uomo anfibio di Aleksandr Beljaev, ma è anche ciò che sta accadendo intorno alla coppia più famosa della letteratura fantastica russa, ovvero i fratelli Arkadij e Boris Strugackij, che per trent’anni hanno costruito una collaborazione particolarmente vivace e fertile regalandoci alcune perle della fantascienza di oltre cortina.

Una coppia formidabile ancora da scoprire del tutto

A essere sinceri è difficile sostenere che i due siano sconosciuti in Italia, visto che le prime traduzioni delle loro opere nella nostra lingua sono quasi contestuali alle edizioni russe, a iniziare dall’esordio sul mercato italiano grazie alla lungimiranza di Jacques Bergier, che dei due “giovani autori” propose nel 1961 tre racconti, apparsi in Urss nel 1959, nell’antologia 14 racconti di fantascienza russa (Feltrinelli). È vero invece, come vedremo, che nonostante i molti anni trascorsi, è solo di recente che la qualità della ricezione è cresciuta in modo adeguato al valore dei romanzi. Scorrendo il lungo elenco delle loro opere, in moltissimi casi emergono contatti con altri lavori di narrativa o cinematografici, segno di una voluta ricerca multimediale e di apertura verso forme espressive che non fossero quelle ortodosse della narrativa, e su di un piano non strettamente artistico, dimostrazione della loro capacità di individuare elementi problematici e di frattura anche in una dimensione, come quella dell’Unione sovietica, apparentemente monolitica. È quindi intervallando i diversi approcci e cercando di procedere per temi che tenteremo di trovare quel sense of wonder per cui ancora oggi i romanzi dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij colpiscono, dotati come sono di apertura e acume.

Cominciare quindi con un approccio quasi bibliografico potrebbe sembrare un’eccessiva pedanteria o un esagerato nozionismo, ma è doveroso mantenere fermo un riflettore critico almeno su alcune delle opere e delle tematiche su cui si sono soffermati i fratelli, e in questo caso anche sulla storia della loro diffusione in Italia. Nel 1964 viene pubblicato un romanzo dal titolo È difficile essere un Dio (Trudno byt’ bogom) che si rivelerà essere forse la loro prima opera di un certo successo. Nel corso del tempo il romanzo è stato pubblicato due volte in italiano, la prima per Urania nel 1989, e la seconda per Marcos Y Marcos nel 2005 (entrambe con la traduzione di Marco Pensante). Questa stessa casa editrice ha recentemente pubblicato due nuove traduzioni di romanzi dei fratelli Strugackij, la prima nel 2015 di Luisa Capo, la seconda due anni dopo, di Paolo Nori. Si tratta rispettivamente di Picnic sul ciglio della strada (Piknik na obočine) e di Un miliardo di anni prima della fine del mondo (Za milliard let do konca sveta), originariamente pubblicati nel 1972 e nel 1976.

Due novità: La chiocciola sul pendio e Lunedì inizia sabato
A questi tre titoli si sono recentemente (2019) aggiunte due nuove traduzioni. Per i tipi di Carbonio Editore è uscito il romanzo La chiocciola sul pendio (Ulitka na sklone, 1971), per la prima volta tradotto direttamente dal russo da Daniela Liberti, poiché la precedente parziale versione di Urania, intitolata Il Direttorato, era basata sulla versione inglese, e Ronzani Editore ha mandato alle stampe Lunedì inizia sabato (Ponedel’nik načinaetsja v subbotu, 1964), anche in questo caso con una traduzione direttamente dal testo russo di Andrea Cortese. Infine, sempre Carbonio Editore ha annunciato la prossima pubblicazione del romanzo inedito in Italia La città condannata (Grad obrečennyj, 1988). Si tratta quindi di quattro, forse cinque titoli in quattro anni, e si potrebbe quasi parlare di una Strugackij renaissance.

Quel che è certo è che l’interesse per i fratelli e la loro opera cresce continuamente, e i motivi sono molteplici. Certamente vi contribuisce la passione e la continua pubblicazione di testi relativi alla scena sovietica e alla cultura del fantastico che l’ha contraddistinta, ma a questo si aggiunge la crescente possibilità, trent’anni dopo il crollo del regime, di consultare documenti, testi e film che sempre più frequentemente vengono desecretati. Il foglio a fine 2015 annunciava l’uscita del “primo dei 30 volumi delle opere complete dei fratelli Strugatsky. Complete in ogni senso: quarant’anni di testi recuperati dalle forbici della censura, confrontati e autenticati con bozze e manoscritti, accompagnati da un apparato di note, postille, interviste, carteggi, diari, commentari, che dovrebbero dire l’ultima parola su una delle più straordinarie avventure letterarie del 900 russo” (Zafesova, 2015).
È evidente che saranno necessari ancora molti anni perché un tale immenso archivio venga analizzato e tradotto, ma la crepa nella diga ormai è aperta, è solo questione di tempo, e il mondo ex sovietico continuerà a rivelarci i suoi segreti, anche se nel caso dell’archivio dei fratelli, un evento che poteva tranquillamente appartenere a un loro romanzo ha rimandato la definitiva pubblicazione. I manoscritti e la documentazione infatti pare si trovassero a casa di Svetlana Bondarenko, responsabile del progetto editoriale, a Donetsk, nel Donbass, quando è esplosa la guerra tra Russia e Ucraina. Si è quindi provveduto a trasferire il materiale a Pietroburgo, ma questo ha ovviamente allungato ulteriormente i tempi necessari alla definitiva sistemazione (Russkijmir, 2015).

Dalla pagina al grande schermo
Per riprendere il discorso circa l’estensione dell’orizzonte mediatico dei fratelli Strugackij è importante, come si è detto, analizzare anche il rapporto dei romanzi con i film realizzati a partire da alcuni di questi. Come è noto fu Picnic sul ciglio della strada la principale fonte di ispirazione per il capolavoro di Andrej Tarkovskij Stalker, del 1979, di cui i fratelli sono accreditati come sceneggiatori.  Il tema intorno a cui si muovono il film e il romanzo è uno degli assunti più importanti rintracciabili nella storia della letteratura fantastica, e che ha permesso di scrivere alcuni dei maggiori capolavori del genere, ovvero il tema della “Zona”. Prima di tutto però è necessario sottolineare come

“il termine ‘zona’, per un lettore russofono, è sinonimo di lager, campo di concentramento, e quindi nella lingua originale la potenza evocativa della parola è più forte”.
(Introno, 2007).

È quindi a maggior ragione importante addentrarsi in questo immaginario, per noi doppiamente alieno, in prima istanza per il suo contenuto simbolico, e secondariamente per la forma specifica di cui lo veste la mitologia russa, e chiedersi cosa accade quando un territorio, per i motivi più disparati (qui si dà il caso di una invasione aliena) è lasciato isolato e in seguito si rivela essere sia un luogo oscuro e pericoloso sia un luogo sede delle più recondite aspirazioni dell’animo umano. È proprio su questi che emergono anche le differenze e le affinità che si riscontrano tra la trama del romanzo e quella del film. Difatti,

“malgrado gli autori del romanzo abbiano anche partecipato alla stesura della sceneggiatura, il film presenta numerose differenze rispetto al testo letterario, pur conservandone l’idea di fondo e lo scenario. […] La distanza tra il testo letterario e la trasposizione cinematografica è notevole, soprattutto a livello della trama, che in Picnic sul ciglio della strada è molto più articolata e si sviluppa su elementi più riconoscibilmente fantascientifici. Il film riprende solo alcuni dei punti del romanzo, privilegiando un approccio poetico e filosofico alle domande che emergono nel testo. In Stalker, gli elementi mutuati dal romanzo subiscono delle variazioni che ne rendono meno evidente la caratterizzazione sci-fi: la magica Sfera d’oro capace di avverare i desideri di Picnic sul ciglio della strada, ad esempio, diventa una semplice e più realistica stanza”.
(Simone, 2017).

L’idea è analoga a quella ballardiana dell’inner world, il mondo interiore che si riflette nel mondo (apparentemente) reale, e che ha caratterizzato molti dei romanzi dello scrittore inglese. In questa prospettiva l’inconscio dei protagonisti è la sede sia della loro vita che della loro morte, la “zona” è il simbolo della trasgressione, di ciò che è ignoto, di ogni luogo dove le leggi, quelle fisiche ma anche quelle morali e giuridiche, sono messe in discussione. È importante sottolineare come la partecipazione diretta dei fratelli Strugackij alla stesura della sceneggiatura sia una sorta di sigillo, una sorta di imprimatur che elimina ogni dubbio in merito al loro riconoscersi nell’opera, nonostante le differenze sopra riportate.

Aree del disastro made in Urss
Nell’immaginario russo, tra l’altro, l’idea non è una novità, basti pensare al mondo di leggende e racconti fantastici (a cui si fa riferimento anche nella terza parte di Lunedì inizia sabato) cresciuto intorno all’evento di Tunguska del 1908, dove qualcosa di non meglio identificato (una cometa? un asteroide? un’astronave aliena?) distrusse un’ampia zona della foresta siberiana. Pochi anni dopo la realizzazione del film di Tarkovskij, nel 1986, l’esplosione del reattore di Černobyl realizzò la visione dei fratelli Strugackij, trasformando la zona adiacente alla centrale in un luogo da incubo accessibile sono da Stalker illegali. Sono molte le testimonianze più o meno attendibili giunte sino a noi per raccontarci il mondo misterioso e geneticamente ibrido cresciuto nelle foreste intorno al sarcofago. Una di queste è quella di Markijan Kamyš. Figlio di uno degli ingegneri che sono riusciti a spegnere il reattore seppellendolo in una tomba di cemento, dove si trova tutt’oggi, e in seguito morto per le radiazioni, è diventato un esploratore della zona, e nel 2015 ne ha scritto in un memoriale: Una passeggiata nella Zona (traduzione di Alessandro Achilli). 
Tommaso Pincio vi collega esplicitamente la tensione che l’autore prova verso la zona Off Limits, riconoscendo che:

“risulta difficile, per non dire impossibile non pensare alla Zona di Stalker e al romanzo che ha ispirato il film. Sembrerebbe proprio uno di quei casi in cui la fantascienza e, più in generale, l’arte e l’immaginazione hanno precorso i tempi e la realtà. E non tanto per la somiglianza, pure inquietante, tra la Zona della favola, lascito della visita di una civiltà aliena, e quella di Černobyl, prodotta dall’uomo e dalla sua rimarchevole capacità di rivaleggiare con le forze più distruttive della natura; quanto per ciò che la Zona è giunta a simboleggiare, per ciò che ha rivelato di noi”.
(Pincio, 2020).

Più o meno contemporaneamente, dall’altro lato del mondo, emergono altri esempi eclatanti dell’attrazione gravitazionale che l’idea di “Zona” esercita sulle menti. In Florida, è Jeff VanderMeer, nel suo best seller mondiale, la Trilogia dell’Area X (2014-2016), a riproporre il tema inquadrandolo come luogo dell’alieno per eccellenza. Laddove incontriamo ciò che per definizione è altro, comunque lo si voglia intendere, sia come ciò che di noi stessi ci è più nascosto, sia come l’epifania del cambiamento, della mutagenicità, di una genetica sconosciuta che ci cambia in modi inimmaginabili, mostrandoci la riscrittura di noi stessi, del nostro passato e del nostro stesso codice genetico.

William T. Vollmann invece rivolge anche lui il suo sguardo verso un’altra zona effettivamente esistente, analoga per certi versi a Černobyl, ovvero Fukushima, sede della centrale atomica giapponese vittima del terremoto e del maremoto del 2011, dove lo scrittore, novello stalker, si reca solo pochi mesi dopo, armato di contatore geiger tastabile e di tanta lucida follia. La sua esperienza verrà poi raccontata nel reportage Zona Proibita (2012). Inoltre, andrebbe compiuta una riflessione per avvicinare a questi autori, e allargare quindi il cappello semantico sotteso dal concetto di “Zona” anche alla distopia di Terminus Radiosus di Antoine Volodine, ma in questa sede si andrebbe ad estendere eccessivamente l’orizzonte all’interno del quale ci stiamo muovendo, ovvero la riflessione più recente intorno all’opera dei fratelli Strugackij.

Lo stalker, il progressore e l’uomo normale
Questi stalker sembrerebbero quindi a una lettura superficiale appartenere a una specie di superuomini, individui che affrontano l’alterità assoluta, pronti a incontrare i limiti dettati dalla hybris umana. Nulla di tutto ciò.
I personaggi dei romanzi degli Strugackij, così come gli interpreti dei film, sono uomini sufficientemente razionali che si ritrovano di fronte a fenomeni inspiegabili, spesso con una origine magica (come avviene in Lunedì inizia sabato). Personaggi piuttosto burberi e solitari, se si vuole, ma certamente non si tratta di eroi o novelli Ulisse, destinati all’avventura e alla scoperta. I personaggi che affollano questi romanzi piuttosto, prima degli eventi che puntualmente cambiano la loro vita, sono rappresentanti di una classe media che si barcamena tra i limiti del regime, una burocrazia eccessiva e le difficoltà della vita quotidiana. Qui non emerge nulla che possa ricondurre all’antropocentrismo coloniale dell’esploratore che affronta l’ignoto, mentre al contrario è presente lo spaesamento proprio dei personaggi di Joseph Conrad, vittime di una sorta di Unheimliche, che è affine a ciò che vivono le scienziate che VanderMeer lascia inoltrare nella sua Area X. Per tutti costoro la realtà subisce una sorta di slittamento, una percezione tangente al mondo così come si presenta ai più, un angolo di prospettiva differente che fa emergere aspetti assolutamente alieni.

Il confronto tra l’assoluta normalità apparente dei personaggi degli Strugackij e ciò che sorprendentemente diventano nel corso della narrazione si mostra in modo eclatante in È difficile essere un Dio e nei due film che ne sono stati tratti, diretti da Peter Fleischmann nel 1989 e da Aleksej Jur’evič German (uscito postumo nel 2013 e lo scorso 10 gennaio riproposto su Rai 3 da Fuori Orario nell’ambito dei festeggiamenti per i trent’anni della trasmissione). In questo romanzo è centrale la figura del Progressore, che appartiene a molte altre opere dei fratelli. Il principale di questi interpreti del progresso che noi terrestri avremmo raggiunto è Maksim Kammerer, a cui viene dedicata addirittura una trilogia, e che nelle edizioni italiane appare solo nel secondo atto di questa, che si intitola Lo scarabeo nel formicaio (Žuk v muravejnike,1980), a suo tempo pubblicato da Editori Riuniti e oggi fuori catalogo. Si tratta di accompagnare nelle loro missioni nello spazio gli umani, diventando così una sorta di arbitro per l’evoluzione delle razze aliene e contestualmente un garante per la sicurezza dell’Umanità nei rapporti con razze extraterrestri, principio morale molto affine alla ben nota “Prima Direttiva” della serie di Star Trek, che impedisce l’intervento e la modifica delle condizioni dei pianeti con cui si entra in contatto. La razza umana ha perciò potuto raggiungere altri pianeti abitati, e in alcune occasioni ha incontrato popolazioni che non avevano ancora raggiunto il nostro grado di sviluppo.

Tentazioni e affanni di un Dio
In particolare, in È difficile essere un Dio, il pianeta su cui approda un gruppo di scienziati vive in una sorta di tardo medioevo. Il racconto inizia quando gli eventi hanno già avuto luogo. Il lettore quindi scopre ciò che è avvenuto precedentemente al tempo che si ritrova a osservare solo nel corso del romanzo, e si ritrova perciò immerso in una realtà alquanto spiacevole senza avere alcuna coordinata per comprenderla. Gli scienziati, dopo anni di permanenza sul pianeta, si sono completamente adattati ottenendo, grazie alle capacità e alla tecnologia, ruoli di potere e di controllo. Il loro scopo dichiarato a questo punto è diventato impedire che nel pianeta si creino le condizioni per la nascita di un nuovo rinascimento, che porterebbe alla perdita del potere ottenuto (e agognato). La visione del dominio come di un meccanismo oscuro (magico? demoniaco?) che impedisce la crescita e lo sviluppo dell’umanità è diffusa nell’opera dei fratelli, e a volte, come in questo caso e in Un miliardo di anni prima della fine del mondo, ne è il leit-motiv. Quest’ultimo viene definito dallo stesso Boris Strugackij (nella postfazione all’edizione italiana)

“un romanzo sulla battaglia tormentosa e, di fatto, priva di prospettive, che l’uomo conduce per mantenere la supremazia nei confronti della ottusa, cieca, violenta forza che non conosce né il rispetto, né la generosità, né la misericordia, e che è capace solo di ottenere gli scopi che si è prefissa, a ogni costo, e senza immaginare la possibilità di un insuccesso”.

La casa editrice russa, impersonando perfettamente le paure censorie dei fratelli, non volle pubblicarlo, e i due per riuscirci furono costretti a modificare ampiamente il testo, che noi oggi per fortuna leggiamo in edizione integrale. Altro romanzo dove il tema dell’inferenza è centrale, nel quale appare per la prima volta il progressore Maksim Kammerer, e purtroppo inedito in Italia, è Obitaemyi ostrov, apparso in edizione inglese sia come Prisoner of Powers, sia più correttamente come The Inhabited Island, che è anche il titolo del film girato dal regista russo Fëdor Sergeevič Bondarčuk, figlio di Sergej, regista e attore pluripremiato e ben noto in occidente. Nonostante ne sia stata tratta persino una serie TV, purtroppo non risulta sia stato pubblicato in una edizione che comprenda almeno i sottotitoli italiani, mentre è relativamente semplice da rintracciare in russo, tedesco o inglese. Il film ha avuto una gestazione complessa, visto che è apparso prima in due parti per poi essere riunificato nelle edizioni europee con un diverso titolo ancora, Dark Planet. Si tratta di un buon film di science fiction, senza le ambizioni di autorialità proprie di Tarkovskij e di Aleksej Jur’evič German, ma non ha nulla da invidiare alle produzioni hollywoodiane di genere.

Inoltre, mantiene uno sguardo socialmente critico, un’estetica che oggi potremmo anche definire cyberpunk, e comunque non dimentica mai la domanda cruciale che i fratelli si pongono circa l’operato dei progressori: quale diritto abbiamo? Sulla base di quale giustizia, di quale facoltà, e soprattutto di quale potere noi ci permettiamo di modificare il corso delle vite altrui? Chi ci ha detto se e come le persone vogliono essere liberate? Se la storia ha il suo passo, come possiamo noi accelerarlo? È evidente la critica al regime sovietico, a quell’insieme così avvolgente di norme e precetti che ha impedito la crescita responsabile di un popolo, e sono anche le stesse domande che si pone Don Rumata, il progressore protagonista di È difficile essere un Dio.
In questo caso la percezione di un mondo oscuro e ineluttabile, dove nulla è possibile contro l’oppressione violenta esercitata sui più deboli e gli innocenti, ammesso che ve ne siano, è globale. Il senso di fallimento storico, la rassegnata accettazione di una realtà per cui non si apre nessuna via di salvezza, dove non esistono formule magiche né ironia, e nessuna liberazione è possibile, questo è il sentiero che attraversa un’opera che rappresenta il momento di maggior sfiducia dei fratelli nei confronti delle sorti dell’umanità. Scopriamo che il nostro pianeta, da cui i terrestri si allontanano per cercare altri mondi, è un pianeta in cui regnano la pace e la giustizia, e dove la povertà e la guerra sono un retaggio del passato (grazie alla realizzazione del comunismo), ma che, nonostante le perfette condizioni in cui sono cresciuti questi uomini (gli scienziati, non a caso), una volta inseriti nella miseria e nella tentazione costante di un mondo crudele e senza legge se non quella della forza, si dimostrano peggiori anche degli autoctoni, incapaci di gestire le loro competenze e il loro potere, vittime della bramosia, del desiderio e della violenza come tutti, se non peggio.

Alle origini di un capolavoro del cinema
Un breve passo indietro, ancora per una necessità bio-bibliografica. Nel 1989 una co-produzione russo-franco-tedesca iniziò le riprese per un film tratto da È difficile essere un Dio. Gli autori chiesero che la regia fosse affidata a un regista russo, ma la produzione preferì Peter Fleischmann. Il regista però non riuscì ad accordarsi con i fratelli, che di conseguenza abbandonarono le riprese e non dettero il loro beneplacito alla sceneggiatura.
Il film, in cui recitava in una parte anche Werner Herzog, nei festival dove fu presentato piacque e ottenne anche dei buoni riconoscimenti dalla critica, ma nonostante questo cadde presto nel dimenticatoio. Nel 2013 invece, il film omonimo girato dal regista russo Aleksej German venne dichiarato concluso, con grande stupore di tutti coloro che lo aspettavano da tempo, poiché sembra che la costruzione del film fosse cominciata oltre venti anni prima. Nel frattempo sia Boris Strugackij che il regista stesso erano morti, e quindi di fatto si tratta di un testamento artistico. La pellicola è considerata un capolavoro, girato in un bianco e nero perfetto, seppur in condizioni ambientali e psicologiche al limite della resistenza umana.

“German riesce così a creare un ambiente caotico, claustrofobico, caratterizzato da spazi angusti e pieni di persone, minuziosamente coreografate ma allo stesso tempo sperdute. Anche nei rari momenti in cui osserviamo spazi aperti, praterie, borghi interi e ampi cortili, si assiste in realtà alla rappresentazione della follia, non più intima ma generale, di un mondo senza timone né timoniere: gente impiccata sulla quale viene versato olio e scaglie di pesce, persone che si spalmano fango (o forse altro) in faccia, sniffandone gli odori, carovane di uomini legati, il tutto con una violenza che penetra nella carne e sotto la pelle dello spettatore a causa della sua veridicità visiva, intatta nel suo impatto emotivo, nonostante il (o forse proprio grazie al) bianco e nero”.
(Frangini, 2010).

In questa sua recensione, il filmmaker Tommaso Frangini sottolinea di fatto la regressione che i terrestri subiscono, incapaci di resistere all’impulso violento. Il film di German riprende quindi in toto il messaggio dei fratelli, rispecchiandone lo scetticismo e la critica feroce al sistema, e lo fa costruendo un’opera assolutamente eccezionale, imperdibile, al pari di Stalker di Tarkovskij.

Ulteriori trasposizioni cinematografiche
Oltre ai romanzi riportati nei paragrafi precedenti, Claudia Introno, nel suo saggio precedentemente citato, riporta altri sette film tratti da romanzi dei fratelli e da loro sceneggiati, tutti prodotti in Russia, tranne Hukkunud Alpinisti hotell (L’hotel dell’alpinista morto 1970 – 1979) che tecnicamente è estone. Tra questi spicca Dni zatmeniya (I giorni dell’eclisse,1988) diretto dal regista Aleksandr Sokurov, molto noto in Occidente per il Leone d’oro con cui fu premiato a Venezia con il film Faust e per L’arca russa, lo spettacolare lungometraggio realizzato con un unico piano sequenza. Il film è una originale trascrizione del romanzo Un miliardo di anni prima della fine del mondo. Nel 1982 venne girato anche un film intitolato Čarodej (Il mago), tratto da Lunedì inizia sabato diretto da Konstantin Bromberg. In questo romanzo, oltre alla sempre presente decostruzione del meccanismo burocratico e orwelliano del partito, è centrale anche la critica al materialismo dialettico e alle sue degenerazioni che imperversano nel mondo delle accademie.

In queste pagine i fratelli Strugackij ci presentano un mondo scientifico e tecnico che, in modo apparentemente inspiegabile, si è mescolato alla magia, e questo “caos controllato” è per loro un meccanismo ideale per ironizzare da un lato sulla incapacità della scienza non solo di spiegarlo ma persino di provare a costruire una weltanschauung che lo preveda, e dall’altro sulla serenità con cui la burocrazia statale resta imperturbabile di fronte all’incomprensibile, considerando assolutamente normali fatti oggettivamente indecifrabili.
Da questo punto di vista i fratelli in molti passaggi ricordano lo scrittore americano Raphael Aloysius Lafferty, che porta avanti un analogo tipo di critica, una forma di scetticismo costruttivo che ridicolizza i pregiudizi e i paraocchi dell’establishment e dell’accademismo scientifico di qualunque governo o sistema (cfr. Lafferty, 2019).
Paradossalmente lo scettiscismo gnoseologico che caratterizza gli Strugackij si riflette in un antropocentrismo etico. È la storia, ovvero l’umanità stessa, il campo di battaglia in cui la parte migliore di noi cerca di aiutare l’intera specie a prosperare.

“Il mondo strugackijano è antropocentrico, e gira intorno allo spasmodico tentativo umano di contrastare l’entropia tramite relazioni sociali, governate da leggi etico – morali unanimemente condivise”.
(Introno, 2007).

Uno sforzo che si compie tramite la memoria, la forma individuale della storia stessa, facoltà che è il primo nemico di ogni totalitarismo. La storia ha un tempo che non è quello dis-umano del potere. Difatti l’esercizio del controllo, l’intervento sui tempi della storia, come si è visto attraverso l’azione dei progressori, è destinato sempre al fallimento. L’uomo nella storia ha un tempo lento, che è quello del citato La chiocciola sul pendio, un cammino fatto di piccoli passi, che però sono passi di libertà e di scelte, che si radicano nella memoria e si elevano verso una utopia concreta. Si ritrovano qui i temi che già abbiamo visto come tipici della narrativa dei fratelli: la satira contro uno stato opprimente e invasivo si incarna qui nella figura del Direttorato per gli affari della foresta, una sorta di Grande Fratello sovietico che mira a controllare ogni aspetto della vita. Questa immensa foresta, anima pulsante di quel mondo, copre tutta la superficie del pianeta Pandora.

Avatar: all’ombra della fantasia strugackijana
Quando uscì il film di James Cameron, Avatar (2010), vi fu un ampio dibattito, poiché da subito emersero le molte affinità tra il pianeta che appare in molti romanzi dei fratelli, quello che viene chiamato Il Mondo del Mezzogiorno, e quello in cui il regista ambienta il suo colossal, per non parlare della somiglianza tra la popolazione indigena immaginata nei romanzi russi, chiamati Nave, e i corrispettivi di Avatar, chiamati Na’vi.
Eppure, Boris Strugackij (il fratello era già scomparso da tempo), non volle intraprendere nessuna azione di rivalsa verso Cameron. Certo è che lo spirito che anima le due opere è assai simile, e la visione di una natura assolutamente altra, ingovernabile e irriducibile alle leggi e ai regolamenti di un qualsivoglia meccanismo di controllo, per quanto potente possa essere, certamente le accomuna. Quale ruolo hanno in questo verde alieno e anarchico, espressione di un caos assoluto e frastornante, gli uomini? Vittime prime del moloch rappresentato dal Direttorato, folle tentativo di controllare l’assoluto incontrollabile, vivono totalmente lo spaesamento e la casualità degli eventi, coscienti di essere pedine di un gioco molto più grande di loro.

La chiocciola sul pendio era probabilmente il romanzo più amato dai fratelli Strugackij, forse anche per la estenuante vicenda editoriale, che lo ha visto pubblicato per una prima parte nel 1966, per giungere a una edizione integrale e corretta solo nel 1990.
Inoltre si cimenta con il tentativo di riunire nelle stesse pagine tutti i grandi temi che attraversano la produzione dei fratelli: il potere e le sue degenerazioni, il controllo ossessivo, l’antropocentrismo, lo scetticismo, il valore della storia e della memoria, e in questa occasione, forse più che altrove, si delinea il passaggio dalla utopia a cui appartengono i romanzi della giovinezza alla distopia di questo tempo sempre più estremo e disumano.
Con tutto ciò si porta alla luce la profonda appartenenza alla Matuška Rossija, quella terra amata e traditrice per cui i fratelli sentono una profonda empatia, un sentimento che traspare dalle migliaia di pagine in cui più o meno esplicitamente la Madre Russia e il suo popolo sono il principale personaggio.

I fratelli Strugackij: da sinistra Boris e Arkadij.

I romanzi dei fratelli Strugackij sono i depositari di un amore quasi carnale, di un trasporto senza esitazioni. Nel finale di Stalker, la piccola Martyška, figlia mutante del protagonista, rivela allo spettatore di praticare la telecinesi, spostando con il pensiero dei bicchieri, e contemporaneamente risuona per telepatia una poesia di Fëdor Ivanovič Tjutčev scritta nel 1836. La contrapposizione virtuosa tra questo attaccamento al passato e a una storia che sempre più si realizza come legame e costruzione umana da un lato, e la proiezione verso una sterminata varietà e bellezza dettata dalla possibilità della creazione dall’altro, è la cifra stilistica definitiva della poetica dei fratelli.

“Amo i tuoi occhi, amica mia
Amo i tuoi occhi, amica mia,
E il loro gioco d’incanto e di fuoco,
Quando, d’un tratto, tu li sollevi
E come un lampo nel cielo
Rapida intorno ti guardi…
Ma vi è un incanto ancor più intenso;
Quando nei tuoi occhi chini,
Nel momento del bacio appassionato,
Attraverso le tue ciglia abbassate
Arde il cupo fuoco del desiderio”.
Tjutčev (1993).

Letture
  • Tommaso Frangini, Hard To Be a God e la virtuosa arte della confusione, L’intellettuale dissidente, 2 luglio 2019.
  • Claudia Introno, L’uomo “po-strugacki”. Antropocentrismo nella fantascienza dei fratelli Strugackij, eSamizdat, anno V n° 3, 27 dicembre 2007.
  • Markijan Kamyš, Una passeggiata nella Zona, Keller Editore, Rovereto, 2019.
  • Raphael Aloysius Lafferty, Storie di altri universi, Millemondi Urania, Mondadori, Milano, 2019.
  • Tommaso Pincio, Markijan Kamyš, storia di un amore tossico, il Manifesto, 5 gennaio 2020.
  • Russkij Mir, First Edition of Completed Works of Strugatsky Brothers Ready for Publication, Russkiy Mir, 6 agosto 2015.
  • Patrizia Simone, Viaggio al termine della Zona, Quaderni d’Altri Tempi, 13 ottobre 2017.
  • Arkadij e Boris Strugackij, Picnic sul ciglio della strada, Marcos Y Marcos, Milano, 2005.
  • Arkadij e Boris Strugackij, È difficile essere un dio, Marcos Y Marcos, Milano, 2015.
  • Arkadij e Boris Strugackij, Un miliardo di anni prima della fine del mondo, Marcos Y Marcos, Milano, 2017.
  • Arkadij e Boris Strugackij, Lo scarabeo nel formicaio, Editori Riuniti, Roma, 1988.
  • Fëdor I. Tjutčev, Poesie, Rizzoli, Milano, 1993.
  • Jeff VanderMeer, Trilogia dell’Area X, Einaudi, Torino, 2018.
  • William T. Vollmann, Zona Proibita, Mondadori, Milano, 2012.
  • Anna Zafesova, Distopia russa, Il foglio, 20 dicembre 2015.
Visioni
  • Fëdor Sergeevič Bondarčuk, Dark Planet, Russia, 2008.
  • James Cameron, Avatar, The Walt Disney Company Italia, 2009 (home video).
  • Peter Fleischmann, Es ist nicht leicht ein Gott zu sein, Germania, Francia, Svizzera, Urss, 1989.
  • Aleksandr Sokurov, Days of Eclipse, Urss, 1988.
  • Andrej Tarkovskij, Stalker, Cg Entertainment, 2017 (home video).