La Luna non è più
una severa maestra

AA.VV.
a cura di Ann & Jeff VanderMeer
Le visionarie.
Fantascienza, Fantasy
e Femminismo: un’antologia
Coordinamento traduzioni: Claudia Durastanti e Veronica Raimo

Traduzioni di Emmanuela Carbé, Marta Maria Casetti,
Gaja Cenciarelli,
Silvia Costantino, Livia Franchini, Tiziana Mancinelli, Sara Marzullo, Francesca Matteoni, Oriana Palusci, Lorenza Pieri, Chiara Reali,
Clara Miranda Scherffig,
Nicoletta Vallorani, Cristina Verrienti.

Nero Editions (collana Not),
Roma, 2018

pp. 536, € 25,00

AA.VV.
a cura di Ann & Jeff VanderMeer
Le visionarie.
Fantascienza, Fantasy
e Femminismo: un’antologia
Coordinamento traduzioni: Claudia Durastanti e Veronica Raimo

Traduzioni di Emmanuela Carbé, Marta Maria Casetti,
Gaja Cenciarelli,
Silvia Costantino, Livia Franchini, Tiziana Mancinelli, Sara Marzullo, Francesca Matteoni, Oriana Palusci, Lorenza Pieri, Chiara Reali,
Clara Miranda Scherffig,
Nicoletta Vallorani, Cristina Verrienti.

Nero Editions (collana Not),
Roma, 2018

pp. 536, € 25,00


In molte culture arcaiche (e non) la Luna è il simbolo più frequentemente associato alla donna. Ce lo ricorda nel suo racconto La bandita delle banane la scrittrice africana Nnedi Okorafor quando accenna al fondamentale dualismo tra i due principali astri che si alternano (senza mai convivere) nel nostro cielo. È un equilibrio su basi biologiche che l’umanità è da sempre molto riluttante ad alterare temendo il caos o addirittura l’estinzione di massa.
Equilibrio sul quale sono proliferate religioni, tradizioni e superstizioni dalla forte impronta patriarcale. Nella raccolta Le visionarie. Fantascienza, Fantasy e Femminismo: un’antologia ventinove scrittrici cercano un punto di vista realmente alternativo su tutte le sfumature politiche e sociologiche di un possibile sbilanciamento dello status quo.
I racconti incrociano fondamentali temi del nostro tempo quali la riorganizzazione sociale in seguito a cataclismi, la ribellione a collettività troppo oppressive, il rapporto tra la genitorialità e la trasmissione dei saperi. Da notare come la versione italiana della raccolta si presenti nella collana Not di Nero Editions, accanto al saggio filosofico Realismo capitalista di Mark Fisher che a sua volta rilancia la domanda: esistono alternative al sistema in cui viviamo?
A proposito del capitalismo, Fisher ricorda che fu proprio un celebre personaggio pubblico di sesso femminile a insistere sul concetto “There Is No Alternative”. A conti fatti lo slogan preferito di Margaret Thatcher ha fatto da sottofondo a tutta la scena politica degli ultimi decenni, leitmotiv buono non solo per i liberismi ma anche per le socialdemocrazie di mezzo mondo.

Per le “sorelle della rivoluzione” (il titolo originale della raccolta è Sisters of the Revolution: A Feminist Speculative Fiction Anthology) la vera alternativa si raggiunge abbattendo i limiti dell’immaginazione politica e affrontando quegli stereotipi della modernità che persistono anche nella post-modernità. La prima sfida è verso il governo della cultura: è sufficiente la scelta di una selezione letteraria tutta al femminile a sottolineare un’importante limite del mondo editoriale spesso appesantito da un marketing troppo conservativo.
Prima ancora delle istanze politiche femministe, lo scopo primario di Le visionarie è quello di rilanciare voci troppo sottovalutate della letteratura. Un modo per “rendere visibile ciò che è invisibile”, come affermano i curatori Ann e Jeff VanderMeer nell’introduzione. Prendiamo James Tiptree Jr., lo pseudonimo di Alice Bradley Sheldon, scrittrice pluripremiata costretta a travestire al maschile il suo vero nome per lanciare la carriera. Dal 1991 il James Tiptree Jr. Award esiste non solo per commemorare una grande scrittrice ma anche per ricordare al pubblico una triste pratica forgiata dal cosiddetto libero mercato.

Gli angeli (asessuati) si preparano a sterminare l’umanità
Proprio nel racconto di James Tiptree Jr./Alice Bradley Sheldon, c’è un’inquietante estremizzazione del fenomeno della violenza di genere. La soluzione della mosca di James Tiptree Jr. è un incubo originato dal sessismo, perfetta ispirazione per un piano di disinfestazione veloce del pianeta Terra.
In regia una razza aliena (o forse è il popolo degli angeli?) che comprende il punto debole della nostra specie ovvero la fondamentale asimmetria biologica tra uomini e donne: un terrificante virus colpisce i maschi, rovesciandone le fantasie erotiche di possesso in istinto omicida. Il piano cosmico viaggia in parallelo con le attività del biologo protagonista che sta lavorando alla disinfestazione di una mosca dello zucchero particolarmente nociva.
Come viene spiegato in una opportuna nota del traduttore, si è scelto di interpretare l’atto dell’uccisione delle donne con il termine “femmicidio” invece di “femminicidio” al fine di preservare l’elemento insolito ovvero lo scarto fantascientifico e metaforico eliminando la possibilità che l’atto venga concepito scientemente e in base a logiche di possesso patriarcale ben note. Molto acutamente la scelta di traduzione non distoglie l’attenzione dal delirio inquietante e apocalittico immergendoci in un mondo pieno di “cripto-femmine” da smascherare e comunità da bonificare per offrire all’esercito degli angeli un mondo pulito.

“Quando l’uomo si libererà della sua parte animale, cioè la donna, Dio otterrà il segnale che sta aspettando”.

Quando il protagonista cerca di tornare a casa per riabbracciare la sua famiglia, ha la sensazione di atterrare su un altro pianeta, registrando incontrovertibili indizi di apocalisse nel modo di vestire delle donne che fanno di tutto per nascondere le proprie forme e non attirare pericolose attenzioni maschili. In quel momento non è ancora chiaro se l’epidemia è causata da un delirio religioso o da qualcosa di biologico. Su questa ambiguità il racconto capitalizza allegorie e gioca sul cinismo delle istituzioni (religiose in primis ma anche quelle politiche e scientifiche) su cui si staglia l’ombra dell’omertà. E nel frattempo prospera il contagio.
Base o pretesto, la biologia avvia un ciclo di deformazioni ideologiche e di semplificazioni politiche utili al procrastinare della società patriarcale. D’altro canto è possibile immaginare un mondo senza sessi? In L’amore e il sesso tra gli invertebrati, l’autrice Pat Murphy risolve il problema della riproduzione e del dualismo sessuale con un’apocalisse atomica che spazza via il genere umano. Questo non prima di aver lasciato in eredità una coppia di robot, novelli Adamo ed Eva, in grado di riprodursi. Salvo poi produrre anche nuovi sessismi.

Perché “speculative fiction”? E perché ora?
Il sessismo vettore di oppressioni culturali e distopie è al centro del seminale romanzo di Margaret Atwood Il racconto dell’ancella (Atwood, 2017). Uscito nel 1986, questa roccaforte della narrativa femminista è da poco approdato alla serialità audiovisiva con il marchio del network HBO.
La diffusione di raccolte come Le visionarie deve molto al successo planetario del romanzo di Margaret Atwood che, nonostante le forti implicazioni politiche, è riuscito a edificare un nuovo palcoscenico per le istanze filosofiche del femminismo (sullo sfondo Hollywood e gli studios americani sempre affamati di nuove nicchie e di novità.).
A proposito della propulsione mainstream su queste tematiche, Claudia Durastani e Veronica Raimo affermano nella postfazione che “la speculative fiction è letteraria perché televisiva, non il contrario”.

E con questa spinta una nuova generazione di consumatori e di creativi si prepara a familiarizzare con la speculative fiction (termine richiamato dal titolo dell’antologia) ovvero una narrativa che con forte propensione sociologica e antropologica cerca di immaginare costrutti sociali alternativi focalizzando in particolare il rapporto tra i generi. Come mostrano il romanzo di Margaret Atwood e quasi tutti i racconti di questa raccolta, quando la fantascienza affronta la fine del mondo, antropologia, ecologia e politica si legano strettissime perché è evidente che il dato biologico e la scarsità di risorse plasma le forme del futuro.
La gestione implica scelte etiche quasi sempre odiose e quasi sempre a discapito delle parti sociali tradizionalmente più deboli. A causa della funzione procreativa è proprio la metà femminile dell’umanità a soffrire di più quando si approssima la fine.
Sul pianeta Whileaway, Joanna Russ racconta una popolazione unisessuale che procrea per partenogenesi. Cominciano i guai quando dal pianeta Terra arriva una bella ciurma di maschi umani. Quando cambiò è un racconto del 1972: in piena guerra fredda erano forti i timori di catastrofi nucleari destinate a limitare o cancellare qualsiasi forma di libertà. Non importa quale forma assuma l’apocalisse, l’effetto finale sarà sempre quello di esaltare tendenze già in atto: gli uomini dovranno cacciare e le donne dovranno garantire la procreazione.
Queste paure sono esplorate con precisione dai racconti di Pamela Sargent (del 1984) e Carol Emshwiller (del 2003). Qui diventa difficile parlare di fantascienza focalizzando la tradizionale componente tecnologica: se si esplorano (o ri-esplorano) sentieri poco battuti votandosi alla sperimentazione linguistica, al rovesciamento degli stereotipi e, in generale, lontani dalle routine della classica immaginazione tecno-scientifica, sembra naturale anche il ribaltamento dei criteri classificatori vigenti.

Sempre dalla postfazione di Claudia Durastani e Veronica Raimo: l’“attrito stimolante non è più basato sull’invenzione di qualcosa che non c’è, ma sulla manipolazione dell’esistente” auspicando un “margine necessario di sfocatura”.
L’apocalisse e la distopia aprono la strada a nuovi criteri di classificazione narrativa come appunto l’etichetta speculative fiction (mantenuta anche nella traduzione italiana), sufficientemente elastica per indicare una dilatazione dei confini storici della fantascienza. Il sottotitolo italiano della raccolta (Fantascienza, Fantasy e Femminismo) tende a spostare l’attenzione dalla prima F, ma anche le altre due F non bastano da sole a dare conto di tutta la complessità delle orbite narrative femminili fiorite nella tarda modernità e oltre.

Ricetta per una narrativa senza la noia di etichette di genere
Le visionarie è un’antologia che si dichiara sin dall’introduzione impegnata a riflettere su questioni sociali fondamentali partendo dal punto di vista femminile ma mettendo da parte dibattiti su categorizzazioni narrative omogenee. Come si può ad esempio inquadrare in un unico movimento le istanze di scrittrici che descrivono la corsa tecnologica restando devote al realismo e quelle che collegano surrealismo e attivismo politico? E come inquadrare la New Wave al femminile fiorita tra i Sessanta e i Settanta del Novecento che ha quasi sempre mantenuto il focus sul merito formale, promuovendo in particolare la sperimentazione linguistica come valore?
Scorrendo le biografie delle autrici selezionate, colpisce proprio la varietà culturale e geografica delle biografie. Senza alcuna velleità classificatoria, questa antologia coglie le visioni più originali e misconosciute di scrittrici dalle origini geografiche più varie.
Le anglosassoni L. Timmel Duchamp e Eleanor Arnason sono veterane di macchine seriali quali le raccolte di Asimov o le riviste pulp più vicine al grande pubblico. Accanto a queste troviamo fantasie inclassificabili come quelle della pittrice surrealista Leonora Carrington o quelle dell’Africa magica raccontata da Nnedi Okorafor. Suggestioni fantasy e ironia surrealista sembrano la via più sensata per attaccare pregiudizi e ordini sociali troppo rigidamente codificati.

Molti racconti dell’antologia raccolgono questa ironia e la estremizzano fino ai confini del surrealismo confermando l’osservazione di Oriana Palusci (che è anche nel team delle traduttrici) a proposito della fantascienza femminista ovvero la tendenza a centrare i suoi bersagli politici cercando “di smascherare, più con l’ironia e la satira che con atteggiamenti declamatori, le basi fittizie su cui è costruito il sistema patriarcale” (Palusci, 1990).
Così un racconto come La donna che si credeva un pianeta di Vandana Singh (dall’India, dove è ancora forte l’influenza del sistema delle caste) riesce da una parte ad alzare il volume della riflessione antagonista (rendendo ridicole le ansie conformiste del marito della donna-pianeta), dall’altra a sfruttare situazioni surreali raggiungendo un livello di universalità che guarda alla fabula morale.

Il destino biologico della donna e l’evaporazione dei generi narrativi
Quelli di Kelly Barnhill e Anne Richter sono racconti di umani che guardano con ammirazione al mondo vegetale: una condizione esistenziale che appare pura e incontaminata rispetto a dubbi progressi nella scala evolutiva come quello della scissione tra sesso maschile e femminile. Ma in tutti i casi il problema non è tanto la biologia che diversifica, quanto la percezione culturale dei ruoli di genere. Dalle alienazioni, dalle fughe e soprattutto dalle trasformazioni in qualcosa d’altro (pianeti, piante, entità astratte) emerge con forza il nodo cruciale di tutte le asimmetrie di genere: il corpo femminile.
Mutazioni, deformazioni e annullamenti del corpo che sono reazioni simmetriche al parossismo sulla maternità e sulla riproduzione. Ecco perché una delle sfide fondamentali della speculative fiction è la proposta di un’identità di genere svincolata dalla matrice riproduttiva. Racconti dal seno di Hiromi Goto affronta con precisione l’espropriazione indebita del corpo femminile da parte dell’organizzazione sociale ansiosa di garantire la propria sopravvivenza.
Il corpo sociale non esita a mutilare o a imprigionare una qualunque delle proprie parti se ritenuto necessario dalla mentalità dominante. L’autrice giapponese racconta con ironia i dolori e le ipocrisie intorno all’allattamento, puntando il dito su certe convenzioni sociali che rilanciano con irragionevole veemenza il destino biologico della donna.


Le visionarie include anche un racconto intitolato Sur di Ursula LeGuin, scomparsa lo scorso 22 gennaio.

Ovvio che in una società patriarcale la donna viva con angoscia l’ingiustizia dell’esproprio finalizzato a garantire un astratto bene supremo collettivo. Ma il fatto che la scrittura sia solo femminile non implica necessariamente una riproposizione a ruoli invertiti del sessismo ancora imperante nella nostra società. Nella raccolta non vi sono matriarcati che nascondono patriarcati al contrario.
La lotta contro il pregiudizio si combatte lavorando invece sulle radici. Racconti come quelli di Rose Lemberg, di Eleanor Arnason e di L. Timmel Duchamp, operano sul fronte della trasmissione intergenerazionale giocando molto con il lessico, a volte esaltando il valore delle parole per sottrazione, sempre ricordando che la cultura, i saperi e i discorsi politici costituiscono il radicamento di una società.
Il racconto E Salomè danzò di Kelley Eskridge (autrice fortemente impegnata con la teoria queer) attacca le fondamenta stesse del raccontare lasciando sfocato il genere del personaggio protagonista e lavorando sulla sintassi.
I racconti di Le visionarie sono stati scritti in varie epoche e concepiti a partire da vari contesti geografici e culturali. L’antologia si presenta senza ordine cronologico e senza un indice ragionato su basi tematiche o storiografiche. Se negli ultimi anni il mainstream televisivo e Hollywood stanno provando a muovere timidi passi avanti sul piano della rappresentazione femminile lontana dagli stereotipi bisogna prepararsi ad andare oltre e qui ci sono modelli narrativi realmente alternativi.
Insomma se nel flusso della narrativa popolare moderna la donna può diventare al massimo un sostituto dell’uomo (replicandone strategie e muscolarità) in racconti come questi si possono sperimentare visioni più libere da vincoli industriali troppo rigidi.

Letture
  • Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Ponte alle Grazie, Milano, 2017.
  • Oriana Palusci, Terra di Lei, Tracce, Pescara, 1990.