Nel 2004 la prima edizione del Korean Science & Technology Creative Writing Award, un concorso coreano dedicato alla fantascienza, portò fra i tre finalisti della sezione riservata alla novella due testi della stessa esordiente, Kim Bo-Young. La giuria premiò all’unanimità L’esperienza del tatto ed escluse In viaggio verso il futuro con una motivazione riferita dall’autrice in una nota che chiude Odissea stellare: il testo aveva “le caratteristiche e il potenziale di un romanzo più che di una novella”. Nata nel 1975, Kim Bo-Young aveva lavorato dal 1998 al 2004 nel team di sviluppo di videogiochi Garam & Baram, come grafica, sceneggiatrice e game designer, e dopo essersi licenziata stava componendo una raccolta che aveva in cantiere da tempo, Racconti che viaggiano lontano, pensata perché scorresse “come una specie di unicum”, con il finale di ogni racconto legato all’inizio del successivo. Della sequenza prevista facevano parte anche il racconto di robot che dà il titolo a L’origine delle specie e lo stesso In viaggio verso il futuro, due testi che il lettore italiano trova oggi in libri diversi e che nascono dallo stesso progetto. La partecipazione al concorso ne stravolse in parte l’ordine, ma l’idea che caratterizzava quel progetto, ovvero una sequenza di testi che si continuano l’uno nell’altro riaffiora, a distanza di anni, nella costruzione di Odissea stellare. Da allora il lavoro di Kim Bo-Young ha trovato riconoscimento anche fuori dalla Corea. Il primo romanzo, uscito nel 2013, ha ricevuto l’anno seguente l’SF Award, premio coreano dedicato alla fantascienza, alla sua prima edizione, e lo stesso riconoscimento le è stato attribuito di nuovo, alla quinta, per una novella; nel 2015 Il mito dell’evoluzione è stato il primo racconto coreano pubblicato dalla rivista statunitense Clarkesworld, e nel 2021 sono uscite in inglese due raccolte, I’m Waiting for You and Other Stories presso Harper Voyager e On the Origin of Species and Other Stories presso Kaya Press, entrata nella longlist del National Book Award per la letteratura tradotta.
I seni e la fantascienza
Proprio L’origine delle specie, che riprende la scelta di testi dell’edizione americana, si apre con un breve scritto che vale come dichiarazione di poetica, Riflessione sui seni. Vi sono accostate due domande, “Quanto è importante la scienza nella fantascienza? Quanto è importante il seno in una donna?”, e a rispondere è l’analogia. La presenza del seno, “anche in lontananza, basta a far identificare una persona come donna”, e la scienza “sembra occupare una posizione simile nella fantascienza”; ma molte donne non hanno il seno, che “non è una caratteristica essenziale del genere femminile”. Il poscritto sposta il discorso, non si tratta solo di una questione etimologica, ma genetica, costitutiva: scrivere prevalentemente fantascienza non è stata “una decisione deliberata”, le storie sono venute alla luce da sé e “sono stati i lettori, in seguito, a classificarle come fantascientifiche”. Il genere è dunque una proiezione del lettore più che un programma, e la scienza, che nei libri di Kim Bo-Young è tutt’altro che decorativa, ne è il tratto più visibile, ma non il centro. Questo, nei racconti della raccolta, è il modo in cui i viventi, umani e no, si adattano, mutano e si interrogano sulla propria origine: robot che, su una Terra divenuta inabitabile per la vita organica, discutono di creazionismo ed evoluzione; un principe ereditario di Goguryeo, privato del titolo, il cui corpo cambia come quello delle creature prodigiose registrate negli annali del Samguk Sagi; una donna narcolettica che in una lettera al fratello spiega perché non vuole curarsi. Anche Il mare infetto, nato su commissione come riscrittura della Maschera di Innsmouth di Howard Phillips Lovecraft, porta la stessa attenzione ai corpi che mutano in un villaggio di pescatori della costa orientale coreana, isolato da tre anni dopo un terremoto sottomarino e un contagio che deforma chi ne è colpito: uno stile e un tema che sorprenderanno i lettori di Jeff VanderMeer.
Postini intergalattici
Odissea stellare riunisce tre testi che l’editore coreano Paran Media ha raccolto in trilogia nel 2020 e che appartengono a momenti lontani del lavoro dell’autrice. I primi due formano un dittico epistolare di quindici lettere per parte. In Ti sto aspettando, pubblicato nel 2015, un uomo scrive alla fidanzata, partita con la famiglia per Alfa Centauri: per accorciare l’attesa si è imbarcato su una nave che viaggia alla velocità della luce, così da lasciar scorrere gli anni terrestri in pochi mesi di bordo e arrivare all’appuntamento nuziale insieme a lei, ma una serie di contrattempi allontana l’incontro di anni, poi di secoli. Sto tornando da te (2020) racconta lo stesso viaggio dal punto di vista di lei, che ha seguito la famiglia nell’emigrazione soltanto per potersene liberare. All’origine del dittico c’è una committenza privata. Un amico dell’autrice, prossimo alle nozze, voleva fare la proposta alla fidanzata, che come lui amava i libri di Kim Bo-Young, leggendole un racconto scritto per l’occasione; la scrittrice, che fino ad allora, ricorda nella nota, non aveva mai scritto “niente di romantico”, accettò, e il seguito, pensato come dono di nozze per la sposa, arrivò soltanto per il secondo compleanno della figlia della coppia.

Le due sezioni intitolate La storia oltre la storia, poste dall’autrice come intercalari tra i due epistolari, raccolgono le note della stessa e i commenti dei due destinatari, che raccontano la proposta, la registrazione fatta ascoltare in auto, di notte, sulla riva del fiume Han, e la vita del racconto dopo la pubblicazione. Chiude il volume il testo più antico, In viaggio verso il futuro: la storia di Seong-ha, un viaggiatore del tempo che torna sulla Terra a distanza di millenni, assiste all’estinzione e alla rinascita delle civiltà e chiede a una cosmografa la rotta per i confini dell’universo. Le quattro parti del racconto, contrassegnate dai caratteri 起 承 轉 合 che nella composizione classica estremo-orientale designano avvio, sviluppo, svolta e conclusione, spingono il viaggio fino alla fine del tempo. L’ordine del volume, dunque, non è quello della scrittura, ma è il primo dei molti scarti fra tempi diversi su cui il libro si regge.
Lettere perdute
Il pensiero corre a Così si perde la guerra del tempo di Amal El-Mohtar e Max Gladstone (uscito originariamente nel 2019), in cui Rossa e Blu, agenti di due fazioni che si combattono attraverso il tempo, si scrivono lettere disseminate lungo i secoli. Lì però le lettere arrivano, e la storia si percorre nei due sensi; nel dittico il tempo ha una sola direzione, e le lettere smettono presto di arrivare. Le lettere del dittico di Bo-Young portano in testa una doppia data, il tempo di navigazione e il tempo terrestre, e basta scorrerne le intestazioni per misurare la sproporzione su cui la vicenda poggia. Nella seconda lettera di lui, a un mese di navigazione corrispondono circa quattro anni e quattro mesi terrestri; nella terza, qualche minuto perso per un errore del capitano nel calcolo dell’accelerazione si converte in tre anni di ritardo sull’appuntamento. Lui ha scelto di aspettarla viaggiando, su una rotta che l’equipaggio chiama “orbita d’attesa” perché descrive un’ellisse attorno al Sole e riporta al punto di partenza “senza andare da nessuna parte”. Fin dalla prima lettera ne trae la conseguenza:
“Non è verso un altro luogo che migrano i passeggeri, ma verso un altro tempo”.
L’attesa smette così di essere la condizione di chi resta e diventa una tecnica di spostamento. La regge un’aritmetica che Kim Bo-Young tratta con uno scrupolo di cui il paratesto conserva traccia: nella nota a Sto tornando da te l’autrice ringrazia Jung Jik-han per l’aiuto con i calcoli e dichiara di aver colto l’occasione per correggere diversi errori cronologici. Poi però l’aritmetica si guasta. Nella nona lettera di lui l’orologio a molla ricevuto dal capitano si è fermato, perché nel periodo del crollo il protagonista ha smesso di caricarlo. Da quel momento la data terrestre si trascina dietro una parentesi, “(forse)”, “(probabilmente)”, “(approssimativamente)”, finché resta soltanto “Un numero imprecisato di anni terrestri di viaggio”; la quindicesima e ultima lettera non ha più intestazione. La serie di lei conosce la stessa erosione, ma nella quindicesima lettera il conto riprende da un’origine diversa, “Tre anni e tre mesi terrestri dal ritorno sulla Terra”, e il baricentro si sposta dal tempo del viaggio al tempo dell’abitare. Più degli strumenti, del resto, a misurare il tempo sono i luoghi: il porto invaso dalle erbacce, poi sepolto dalla neve, infine scomparso sotto una foresta di conifere. Resta una regola che il protagonista ricorda di aver sentito da lei, nella settima lettera, davanti a una casa di campagna in rovina:
“«Basta poco tempo senza che nessuno ci viva perché una casa si riduca in questo stato», avevi detto, passando le dita sullo stipite scolorito della porta. «Avrei dovuto prendermene cura.» Pareva che stessi accarezzando i miei capelli, invece che l’ingresso della casa, e che parlassi al me del passato. Quello che non ti aveva ancora incontrato, che non aveva nessuno”.
Nell’ultima lettera la regola riaffiora come una formula: “Le case durano a lungo solo se ci vive qualcuno”.
Lettere quantistiche
Qui conviene affiancare al dittico uno dei racconti raccolti in L’origine delle specie: Tra zero e uno. La voce che nelle sezioni dispari si rivolge a un’adolescente vi enuncia in termini quantistici il principio che le lettere mettono in scena senza mai nominarlo. Lo sguardo, vi si legge, “modifica lo stato quantico da caotico a stabile”, e per questo “una casa senza inquilini va in rovina”; il passato non può più essere cambiato perché “è stato già osservato”, mentre il futuro resta aperto “perché nessuno ci ha ancora posato gli occhi”. Nello stesso passo c’è un’immagine che sembra scritta per i due amanti: il fiore che non sboccia mai mentre lo si fissa, “per quanto tu possa aspettare e aspettare” e fiorisce “nell’attimo in cui distogli brevemente gli occhi”. Riletto alla luce di queste righe, il dittico lascia vedere un disegno che nessuno dei due narratori può cogliere e che soltanto il confronto delle intestazioni restituisce. Lui, al porto, prova a consolarsi con una proporzione (“In uno di dieci anni, un anno in più non è niente”), aspetta quattro mesi e tre giorni e poi riparte: la lettera che lo racconta porta la data terrestre di diciannove anni, due mesi e tre giorni. Lei, appena uscita dalla criostasi, trova un avvallamento lasciato da qualcosa “delle dimensioni di una piccola astronave” e una ciotola ancora sporca, senza sapere se attribuirli a lui: la sua lettera è datata diciannove anni, due mesi e quattro giorni. Un giorno. L’arrivo cade esattamente nell’intervallo in cui chi aspettava ha smesso di guardare. E se la chiesa dove si sarebbero dovuti sposare svetta “quasi incolume” tra le macerie, nonostante i secoli, è perché qualcuno, a ogni ritorno, ne ha tolto le erbacce e l’ha ripulita. “Aspettami”, allora, non chiede pazienza ma presenza: la cura quotidiana che tiene un luogo nell’essere perché l’altro abbia dove tornare.
Lettere Superluminali
Tra zero e uno offre anche la chiave di un ultimo slittamento, che riguarda l’ordine della scrittura. La sua narratrice sa di esistere “come conseguenza della macchina del tempo, non come causa”, e si chiede come una conseguenza possa produrre la propria causa. Nel sogno raccontato dalla tredicesima lettera di lui, lei gli propone un figlio da concepire nella “realtà superluminale”, perché “non vivesse lo scorrere del tempo con malinconia”; e nella dodicesima delle sue lettere scrive davvero che, se avessero un bambino, lo vorrebbe nato “lungo la traiettoria superluminale”, come i bambini nati sulla nave su cui viaggia:
“I bambini nati sulla nave non hanno come casa la Terra, ma questo infinito oceano di stelle. Quando attracchiamo, chiedono confusi agli adulti perché il tempo non scorra.
Pensano che sia normale andare a letto e svegliarsi in una realtà completamente diversa, dove non è rimasto nulla di quella precedente. Anzi, per loro è più strano immaginare un mondo in cui aprono gli occhi la mattina e ritrovano le cose dove le avevano lasciate ieri, e sopra di loro c’è lo stesso cielo del giorno prima”. Quel figlio ha già un nome. La nota a Sto tornando da te dichiara che i protagonisti del dittico “sono i genitori del personaggio principale di In viaggio verso il futuro”. È Seong-ha, che in quel racconto dice di sé “sono nato su un’astronave” e che l’autrice aveva immaginato anni prima di dargli un padre e una madre. Nella cronologia della scrittura la conseguenza ha davvero preceduto la propria causa, e il dittico è il passato che un futuro già scritto si è dato a posteriori. Che le lettere smettano presto di arrivare, il dittico lo lascia intuire fin da come vengono spedite. Si scrive su carta, e la carta passa per le mani dell’equipaggio, che la fotografa e ne trasmette l’immagine: nella terza lettera di lui un membro dell’equipaggio spiega che a bordo “preferiscono gli aggeggi semplici perché durano più a lungo”, e nella prima di lei un altro taglia corto: “Carta e matita, invece, sono alla portata di tutti”. Arrivano però soltanto i primi messaggi, e arrivano come voci.

La lettera di lei raggiunge lui in formato audio, “letta da una voce maschile leggermente disturbata, forse di uno straniero”, da qualcuno che sembra non avere “la più pallida idea di cosa significhino quelle parole”, e lui la riascolta fino allo sfinimento; lei carica quella di lui sull’e-reader, “così la posso riascoltare quando voglio”. Poi la corrispondenza si ferma nelle mani del capitano della nave di lei. Lui se la sente recitare in cella, lettera dopo lettera, dal capitano che lo deride: i suoi messaggi, gli dice, sono stati “un’infinita fonte di intrattenimento”; lei scopre che “nessuna delle lettere che ti avevo scritto aveva mai lasciato la nave”, e che il capitano ha trattenuto anche quelle di lui “solo perché poteva farlo”. La cella si trova proprio su quella nave, e le intestazioni registrano un secondo incontro mancato, più ravvicinato del primo: le due decime lettere portano la stessa data, “Ottantaquattro anni terrestri di viaggio (probabilmente)”. Lui, liberato, gira per i corridoi, si fa medicare e riparte, e mentre chiude il portellone sente la voce di lei che lo implora di andare con loro; lei lavora nella stiva, in terza classe, e le dicono che la navicella trovata al porto era vuota. Al decollo la scorge dalla finestra, vecchia e ammaccata nella neve, e non sa spiegarsi quello che prova: “Era come se qualcosa, di quell’astronave, mi mancasse da morire”.
Lettere oniriche
Quello che le lettere non portano lo portano i sogni. Già nella terza lettera lui sogna di ritrovarla con un altro uomo e di sentirsi dire: “Lettera? Ma io non ho ricevuto niente”; nella quattordicesima la sogna arrabbiata, ancora in chiesa ad aspettarlo, ed è quello che lei sta facendo davvero. Alla fine, arrivano soltanto i messaggi che non viaggiano: i foglietti che lei, a ogni ritorno, appende alla parete della chiesa, il più vecchio dei quali “risaliva a centinaia di anni fa”, e la lettera ricevuta all’inizio, che lui ritrova nella memoria sulla soglia, quando serve: “Se succederà, andrò comunque alla chiesa. Così potrò festeggiare, anche se sarò sola”. Prima di scrivere Ti sto aspettando, racconta Kim Bo-Young nella nota, aveva osservato che nella fantascienza d’amore “il tema principale è sempre il viaggio”, e aveva scelto l’attesa. In viaggio verso il futuro, scritto anni prima, sta dall’altro lato di quella scelta. Seong-ha appartiene alla specie che la cosmografa Selene ha imparato a riconoscere nei piloti di passaggio: “Non viaggiavano per andare da qualche parte, il loro unico scopo era viaggiare”. Padre e figlio, in fondo, non vanno da nessuna parte, l’uno per aspettare e l’altro per partire, e anche il figlio a suo modo aspetta: le rotte nuove le trova solo sulla Terra, e per tornarci quando gli uomini hanno ripreso a esplorare lo spazio ha “dovuto attendere ventimila anni”. La geometria che Selene gli disegna su un cartoncino ripete l’orbita del padre. Lo spazio è curvo, e “lasciando la Terra e procedendo in linea retta” si torna al punto da cui si è partiti; i confini dell’universo, capisce Seong-ha, dipendono da come ogni epoca interpreta il cosmo.

Il libro che Selene custodisce, e che il racconto cita a più riprese, è il Faust di Johann W. Goethe: la stessa opera che la madre di Seong-ha ascoltava sull’e-reader nella seconda lettera di Sto tornando da te, chiedendosi che cosa spingesse Faust a giocarsi tutto per un istante che gli facesse esclamare “Sei così bello, fermati!”. Quella copia, scopre Selene, era stata di Seong-ha, che l’aveva lasciata a sua nonna come anticipo per una rotta. E quando, alla fine del tempo, la coscienza collettiva che lo raggiunge legge in lui il desiderio che lo ha sempre mosso, la scommessa di Faust risulta mantenuta: “Volete andare avanti, proseguire, non fermarvi”. Quella coscienza lo accompagna sulla soglia della morte come una delle “doule della morte” che lui ricorda dalla sua epoca, e la quarta parte, contrassegnata dal carattere 合, che il testo glossa “incontrare, fondersi, unirsi”, mantiene la promessa di quel segno: superata la fine del cosmo, la coscienza di Seong-ha si fonde con un essere eterno, e quando un nuovo universo si accende l’anima che ne è nata si disgrega “in cento milioni di parti”. Uno dei frammenti si tuffa nel mare di un mondo appena nato, “sognando la miriade di organismi che avrebbe popolato la Terra”. Il viaggio verso il futuro si chiude in un’origine, e il racconto che nel progetto del 2004 veniva subito dopo L’origine delle specie finisce dove le specie cominciano. La nota racconta che era nato dal desiderio di esaurire, con un’opera sola, il bisogno di scrivere; il finale, arrivato senza progetto, ha dato all’autrice la risposta opposta: “Ora so di poter continuare a vivere e, inevitabilmente, a scrivere”.
I seni, l’umano e le lettere
Resta il confine dell’umano, su cui Riflessione sui seni offre l’apologo più netto. Una tribù di soli uomini vede per la prima volta una donna e si domanda: “Che creatura è mai quella? È davvero umana?”. La maggioranza conclude di no, i più rivoluzionari le riconoscono l’umanità, e l’autrice chiude la questione in una riga: “Non che la loro approvazione sia necessaria”. Che cosa sia umano lo stabilisce chi guarda, e In viaggio verso il futuro mette in scena la stessa esitazione. Al confine dell’universo, quando dal taglio sulla guancia di Seong-ha esce sangue verde, per via dei nanobot che gli permettono la fotosintesi, Nyx lo prende per un alieno, mentre Philemon, che ormai incontra soltanto viaggiatori venuti dal futuro, ragiona diversamente: “Che ne sai, magari gli umani avranno il sangue verde, tra un po’”. Le stelle brillano nel cielo della Terra porta lo sguardo ancora più lontano. La narratrice vive su un pianeta dal cielo sempre luminoso, dove perdere conoscenza è una malattia, e immagina la Terra, dove il buio torna ogni giorno, come un mondo di narcolettici, in cui al calare della notte “tutti si augurerebbero ‘buon svenimento’”; la vita sulla Terra, conclude, ha una probabilità “bassa, ma non nulla”. Per l’orrore cosmico bisogna invece aprire Il mare infetto, che lo affronta per contratto.

Nella nota Kim Bo-Young racconta di essersi chiesta per giorni “Cos’è Cthulhu, e cos’è un orrore cosmico?”, fino a una risposta che non sentiva del tutto nelle sue corde: un essere “portatore di una malvagità assoluta” e un terrore “a cui nessun essere umano, nella propria impotenza, può tener testa”. Da lì ha spostato il punto di vista, chiedendosi “come si ‘rendono’ impotenti le persone che non lo sono” e “come vivessero i residenti della cittadina di mare e come percepissero questa specie di intruso”. Il racconto è affidato a una poliziotta partita per Haewon con la nipote il giorno stesso del terremoto e rimasta lì per tre anni, tra malati in isolamento, voci di stampa e sospetti, fino a essere pronta, per proteggere la bambina contagiata, a “diventar parte di quella specie”. La voce lovecraftiana sopravvive nella cornice, nelle due lettere all’“Onorevole Presidente” che aprono e chiudono il libro. Le firma Ha U-Jin, ricercatore e, tra gli altri titoli, “Presidente del Comitato di difesa della specie umana dalla razza antica”: chiede che l’isolamento non venga allentato, liquida come verità parziali gli articoli sugli abusi subiti dai contagiati, conta i centomila iscritti del suo gruppo online e si congeda nel delirio di rito,
“Quegli occhi… Gli occhi!”. Il mostro esiste, e la poliziotta, ormai contagiata, gli va incontro con una barca che si sfascia; ma il testimone dell’orrore, spostato di qualche grado, coincide con chi lo produce, e l’inumano abita soprattutto nelle voci secondo cui “la gente di Haewon non aveva più nulla di umano”.
Il filo che lega i tre libri, alla fine, è la lettera. Nel dittico è la misura dell’attesa; in Le stelle brillano nel cielo della Terra è il tentativo di una sorella di far accettare al fratello un modo di stare al mondo che lui non condivide, e si chiude sulla speranza che un giorno lui possa augurarle “Dormi bene”; nel Mare infetto diventa la voce di chi ha paura e chiede che la paura si faccia legge. Odissea stellare conserva però anche la storia di una lettera arrivata. Ti sto aspettando era stato scritto per essere letto ad alta voce: il fidanzato lo registrò, e il suono della propria voce gli parve, scrive nel suo commento, “familiare (eppure alieno)”; poi lo fece ascoltare alla fidanzata. Nel racconto la lettera di lei arriva a lui allo stesso modo, letta da una voce maschile che non è quella di chi l’ha scritta, come se la finzione avesse anticipato la forma della propria consegna. La proposta andò a buon fine, e qualche anno più tardi la coppia chiamò la figlia Seong-ha, come il protagonista di In viaggio verso il futuro. Nel dittico le lettere non arrivano; il libro che le contiene è arrivato, e fuori dalla pagina il figlio sognato dai suoi personaggi ha dato il nome a una bambina.
Letture
- Kim Bo-Young, Il mare infetto, add, Torino, 2025.
- Kim Bo-Young, L’origine della specie, add, Torino, 2023.
- Amal El-Mohtar, Max Gladstone, Così si perde la guerra del tempo, Mondadori Milano, 2020.

