Urticante e deviante,
l’arte secondo Yoko Ono

Nel 1990, il poeta sonoro/visivo Maurizio Vannucci curò e pubblicò per la propria etichetta Zona Archives/Recorthings un’antologia dedicata alla musica di Fluxus, intitolata didascalicamente Fluxus/Anthology. Operazione già di per sé fedele all’imprevedibilità propria di quell’insieme di relazioni ed eventi chiamato Fluxus, poiché parlare di musica e documentarla, in questo caso, è spiazzante oltre che essere un azzardo. Uno dei membri storici della congrega, Wolf Vostell, chiarì bene come stavano le cose: “La musica Fluxus non si realizza a partire dai rumori, come […] la musica concreta. […] I processi musicali che produce, infatti, nascono o sono prodotti da un’azione […], nel corso della quale il processo visivo e quello acustico costituiscono simultaneamente un avvenimento unico, senza dissociazione […]” (Vostell, in Bonito Oliva, 1990).
L’antologia di Vannucci includeva, tra gli altri, lavori di Robert Watts, Nam June Paik, Walter Marchetti, Juan Hidalgo, Joseph Beuys e anche due compagni di strada, si potrebbe dire, come La Monte Young e John Cage. Il primo perché fu dall’incontro con lui che l’artista lituano George Maciunas partorì l’idea Fluxus e il secondo perché la sua concezione dell’evento sonoro segnò fortemente le scelte di Fluxus.

Uno sciabordio a fungere da emblematica liaison
Nella scaletta del disco, frammento tra i frammenti, compariva anche Toilette Piece attribuita a Yoko Ono, in pratica la registrazione del suono di uno sciacquone. Lei arrivava da Fluxus, l’ultima delle avanguardie storiche e la prima delle avanguardie moderne, il non movimento per eccellenza, l’apice del concettualismo, la prima articolata esperienza di arte transmediale, come si direbbe oggi, intermediale come scrisse Gillo Dorfles. L’unica tra i vari concettualismi nel segno del suono. Non bisogna mai dimenticare Fluxus se si vuol far breccia nell’enigmatica opera d’arte chiamata Yoko Ono e della sua omonima autrice, Yoko Ono. Fluxus come rottura degli schemi, logica a cui aderì sin da subito la giovane artista proveniente da Tokyo, che si fece notare, per la verità, soprattutto per una performance più prossima alla body art che agli eventi sonori di Fluxus: Cut Piece. Si era nel 1964 e lei, posta al centro della scena, invitava il pubblico armato di forbici a ritagliare, sminuzzare completamente i suoi abiti. Solo due anni dopo l’incontro che infrangerà ben altro.
Storie note. Che avesse causato la fine del matrimonio (di per sé malmesso) tra John e Cynthia, ci passarono sopra tutti, tranne la diretta interessata, ma nessuno le ha mai perdonato il seguito: aver rotto l’unione dei magnifici quattro. In realtà, prima o poi l’avventura sarebbe finita, ma lei indubbiamente accelerò le cose.
Lei, Yoko Ono, è la malafemmina per antonomasia di tutta la storia della musica del dopoguerra. Lui, il divorziato, è ovviamente John Lennon e i quattro sono i Beatles, ma tutto ciò è superfluo precisarlo. Ono realizzò una dozzina di dischi durante la sua chiacchieratissima storia con Lennon e a partire dallo scorso anno è iniziato un piano di ristampe dei suoi album. A oggi, è questo il capitolo più recente della vicenda.

Il primo blocco, pubblicato nel 2016 (e non “rilasciato”, come si usa dire diffusamente oggi, ricalcando ridicolmente l’inglese “to release”), ha interessato la coppia di dischi intestati a Ono e Lennon, Unfinished Music No. 1: Two Virgins (1968), l’album con copertina scandalosa e censurata, perché li ritraeva nudi, Unfinished Music No. 2: Life with the Lions (1969) e il disco intestato a Yoko Ono & Plastic Ono Band del 1970, che faceva il paio con quello di Lennon (a nome Lennon & Plastic Ono Band, zeppo di splendide canzoni), con la copertina che invertiva le posizioni dei due abbracciati sotto il medesimo albero nel medesimo parco. Assente da questo primo blocco è il disco matrimoniale, Unfinished Music No. 3: Wedding Music (1969). È solo questione di tempo, perché il disco rientra nel piano di ristampe messo a punto da Secretly Canadian e Chimera Music, responsabili del progetto che comprende anche: A Story (registrato nel 1974, ma uscito solo nel 1992 nel cofanetto Ono Box), Season of Glass (1981), It’s Alright (I See Rainbows) del 1982 e Starpeace (1985). Operazione davvero per completisti, in quanto Unfinished Music No. 3: Wedding Music poco aggiunge al collage sonoro creato nei primi due, se non un ulteriore radicalismo (vi svolge un ruolo chiave il battito cardiaco degli sposi). Esperimenti che fecero irrompere prepotentemente le tecniche e le pratiche proprie delle avanguardie novecentesche nei territori ancora piuttosto innocenti del rock, se si escludono alcune (mal)sane eccezioni. Non a caso, il precedente più consistente è proprio la celeberrima Revolution n.9 apparsa nel White Album (1968) dei Beatles, quando ormai la quinta colonna dell’avanguardia era in pianta stabile negli studi della Apple: Yoko Ono, appunto.

Nel “flusso” della ricerca musicale
È noto che ai tempi del gran daffare in studio, sperimentando a più non posso per creare Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, il più interessato alla ricerca era McCartney e non Lennon, ma le cose cambiarono dopo l’ingresso del quinto (anzi del sesto, il quinto era il produttore George Martin) Beatles, perché tale fu Yoko Ono, incollata più di un’ombra a Lennon e presente a ogni seduta di registrazione per creare un’opera parallela degna della congrega da cui proveniva.  Ovvero, in un certo senso, tutta la relazione Ono/Lennon è connotata come un’opera Fluxus, dove musica e azione si producono vicendevolmente, a partire dall’anthem Give Peace a Chance, partorito nel corso di uno dei bed-in della luna di miele: performance pura, con la coppia a letto, frotte di giornalisti, amici e celebrità assortite (da Allen Ginsberg a Petula Clark) e gli Hare Krishna a far da coro e percussioni. La differenza rispetto al passato è che a partire dall’album intestato a Yoko Ono & The Plastic Ono Band, tutto ciò, come si è detto, si amalgama con il rock.

Frutto delle medesime sedute del disco firmato Lennon & The Plastic Ono Band, anche quella che si potrebbe definire la Side Ono vanta non pochi titoli di merito ed è la sua prima musicale in senso stretto. Il free rock di Ono (come definirlo altrimenti?) è difatti stupefacente: un assalto sonoro che, ripensando allo scenario del 1970, non ha precedenti, se non in parte nel percorso intrapreso in Germania dai Can a partire da Monster Movie (1969). La voce di Ono imperversa, si modula in urla, guaiti, sospiri, gemiti, sbraitamenti. Subito, senza mezzi termini, a gran velocità, sin dall’iniziale Why, sorretta da un riff esuberante, mastica vetro e lo sputa tutt’intorno. Occorrerà attendere una decade per veder irrompere sulla scena una strega ancor più agguerrita, libera dal rock e dotata di ben altri mezzi vocali: Diamanda Galás.  La totale libertà delle forme è radicale, non a caso il brano AOS vede ospite l’uomo che codificò il free jazz, Ornette Coleman, insieme ad alcuni suoi storici compagni d’avventura: i contrabbassisti Charlie Haden e David Izenzon e il batterista Ed Blackwell. Ono ripetutamente, in tutto l’album, sembra voler incarnare l’urlo vetricida dell’Oskar Matzerath, il bambino con il tamburo di latta del romanzo di Günter Grass.
I tre album successivi, ristampati quest’anno, saranno anche gli unici che pubblicherà nel corso degli anni Settanta e tornerà a incidere un album a proprio nome solo l’anno dopo l’assassinio di Lennon, dopo aver condiviso Double Fantasy (1980) con lui. Un disco, l’ultimo che vide la luce quando era ancora in vita, nel quale alternava le sue canzoni con quelle della moglie, un pop tanto piacevole quanto addomesticato rispetto alle prove precedenti.

Tre passaggi di stato della materia rock
Il trittico (tutto infarcito da una serie di bonus track) è in effetti la summa della comunione tra Ono e il rock, tra la performer e la compositrice. Il doppio album Fly, il primo della serie, è quello più legato al versante Fluxus (e al precedente disco), con maggiori azzardi, sobillazioni e concettualismi. È qui, nella scaletta originale dell’album, che si trova inserito il mezzo minuto di registrazione dello scarico d’acqua di uno sciacquone intitolato Toilette Piece. Il volo inizia con del rock primigenio, in puro stile Fifties. È il brano Midsummer New York, che punta astutamente a non respingere subito l’ascoltatore, ma già si registra una temperatura elevata. In seguito a volte Ono preferisce far prevalere gli stilemi del rock, anche sfilacciandoli e sfibrandoli(/ci) come nella maratona del successivo Mind Train, quanto mai affine alle jam dei Can, oppure si dedica alla costruzione di tele astratte e inquietanti: Mind Holes, O’Wind (Body Is the Scar of Your Mind) e Don’t Count the Waves. Altre volte sceglie di mescolare tutto, per esempio in Don’t Worry Kyoko (Mummy’s Only Looking for a Hand in the Snow) bilanciata sul versante rock da Eric Clapton, o di abbandonarsi a ballad quasi melanconiche come Mr. Lennon. In altri casi, la strategia sonora ha un solo obiettivo: l’assalto frontale all’ascoltatore. Per farlo, Ono schiera Hirake, You, con il punk ancora di là da venire, e soprattutto il brano eponimo: venti minuti di gridolini modulati. Infine, incastonate come rimembranze di altri tempi, registrazioni di suoni concreti: Telephone Piece e la citata Toilette Piece.

La forma canzone prende il sopravvento
Diverso il registro del successivo Approximately Infinite Universe, che inizia a puntare di più su canzoni strutturate per intero e spesso melodiche, come era la Mr. Lennon di Fly: per esempio, le carezzevoli I Want My Love to Rest Tonight e Have You Seen a Horizon Lately. I ritmi si fanno anche ballabili, sin dal primo brano, Yang Yang, e soprattutto in Waiting for the Sunrise e la quasi samba What a Mess; spesso si tratta proprio di motivetti senza pretese, ma che fanno presa. Tutto si fa più morbido come nell’esemplare Death of Samantha. La varietà dei generi è ampia, con robuste intrusioni di funky (Kite Song) e rhythm and blues, talvolta speziate con un ritorno a grida e urli (What Did I Do!). I testi prendono posizione sul potere (What a Bastard the World Is) e sull’identità femminile (I Have a Woman Inside My Soul). Ono ha dato così luogo a un nuovo happening: laddove dove tutto doveva esplodere definitivamente, il senso della forma e del compiuto si afferma prepotente. Si torna anche al rock & roll Fifties con I Felt Like Smashing My Face in a Clear Glass Window, si corre a mille in Move on Fast (qui si avvista Grace Jones dieci anni prima) e si sguazza nel blues malsano di Is Winter Here to Stay. Il collage non è più nei suoni concreti montati insieme ma nei generi che si alternano con lucida disinvoltura.

Il trittico si conclude nello stesso anno con Feeling the Space, album singolo al quale collaborano, tra l’altro, fior di jazzisti. Il registro musicale è ancora più eclettico (si sfiora il burlesque di Men, Men, Men) e commestibile, basti pensare all’infernale ritornello di Run, Run, Run, che poi si fatica a scacciare. Un po’ ovunque il femminismo si affaccia, fa capolino e si afferma prepotentemente in Woman Power, il pezzo pregiato della raccolta, che vanta almeno altri due brani di sostanza: la dolce ballata che apre il disco, Growing Pain, e Angry Young Woman, sofficissimo country rock (!). Dall’arte pour épater le bourgeois alle musiche di massa, dalla disarticolazione del gesto sonoro alla composizione ortodossa (i brani sono tutti scritti da Ono): il ribaltone nel segno di Fluxus terminò qui, e poi terminarono i Settanta e poi andò a finire che John Lennon venne ucciso e forse il rock già prima di lui, ma non per colpa di Ono. Forse.

Letture
  • Wolf Vostell, Fluxus, in Ubi Fluxus Ibi Motus 1990-1962, (a cura) di Achille Bonito Oliva, Mazzotta, Milano, 1990.