Topografia della libertà
e restauro dei polmoni


Il londinese Cafe OTO (dove oto sta in giapponese per suono/rumore) è una di quelle basi da cui quotidianamente partono esploratori sonori, sperimentatori, ricercatori e quanti ancora sono soliti sconfinare dal consueto all’incognito in musica. Nato nel 2008, si è presto distinto come luogo d’incontro per elezione di tutta la musica sperimentale, dal free jazz alla musica improvvisata, dall’elettronica al rumorismo, il post rock e quant’altro, in particolare gli incroci tra queste pratiche sonore.
In parallelo all’attività concertistica, che conta oramai una lista infinita di presenze, Cafe OTO ha avviato una attività discografica che sotto il marchio Otoroku ormai conta un bel numero di uscite, che documentano provvidenzialmente anche l’attività concertistica, oltre a una serie di album contemporanei e alcune ristampe. A tutto ciò si aggiunge la distribuzione in digitale di diverse etichette che si sono storicamente dedicate a musiche non convenzionali. Nell’elenco, in prima fila c’è la Incus, che inaugurò le sue attività nel 1970 con un album, The Topography of The Lungs, realizzato da una sorta di supergruppo dell’improvvisazione: i britannici Evan Parker (sassofoni) e Derek Bailey (chitarra) in compagnia del funambolico multistrumentista olandese Han Bennink. I tre avevano già dato avvio allo scompaginamento di norme e regole del far musica.

Da sinistra: Han Bennink, Evan Parker, Derek Bailey.

Bailey aveva intrapreso già da diverso anni l’uso di accordature aleatorie, capaci di produrre una distribuzione dei suoni affine all’uso del colore in Jackson Pollock. Parker andava affinando la tecnica della respirazione circolare, con il costante ricorso ai suoni parassitari del sax soprano, un flusso sonoro spesso analogo all’esperienza della trance. Quanto a Bennink, era già allora estroso e pirotecnico oltre ogni immaginazione, agendo con licenza di percuotere ogni superficie oltre che il suo armamentario che nel tempo si è arricchito di piatti, metallofoni, piccoli tamburi, accessori di ogni tipo provenienti da ogni latitudine.
È in questa cornice, con tali protagonisti, che prese vita la storica seduta del 13 luglio del 1970 che l’album documentò. Oggi, dopo aver rivisto la luce su compact disc nel 2006 a opera della Psi, l’etichetta di Parker, viene ripubblicata nuovamente in vinile dalla Otoroku, dopo una prima stampa uscita nel 2014 in occasione dei settant’anni di Parker. D’altronde la Incus nei fatti non esiste più, l’ultima uscita risale al 2013, con un disco che celebrava i settantacinque anni del batterista Tony Oxley, co-fondatore dell’etichetta con Bailey e Parker. L’attività si era via via diradata nel tempo e ridotta al minimo dopo la scomparsa di Bailey nel 2005. Se ne sta prendendo cura proprio la Otoroku sia ristampando direttamente alcuni titoli, sia distribuendo (sul proprio shop sul web) le edizioni digitali che hanno iniziato a uscire ancora con il glorioso marchio Incus. L’etichetta era nata dopo altre simili esperienze europee. In Olanda e in Germania si era partiti intorno al 1967 alla ricerca di nuovi territori sonori. Fu dopo essere andati a lezione dai maestri del free jazz, che alcuni avventurosi musicisti alzarono ulteriormente il tiro.

Musica in totale libertà: le etichette indipendenti
Nacquero anche le prime autoproduzioni, sottraendo in parte la musica ai padroni del mercato. Il pianista Misha Mengelberg e Bennink ad Amsterdam, il pianista Alexander von Schlippenbach, il sassofonista Peter Brötzmann e il batterista/percussionista Paul Lovens in Germania, tra gli altri, si misero in proprio creando etichette indipendenti, rispettivamente la ICP (Instant Composers Pool) e la FMP (Free Music Production). Poi toccò alla Incus e non poteva essere altrimenti, essendo Parker, Bailey e Oxley tra i primi e più intransigenti alfieri dell’improvvisazione in musica. Quest’ultimi avevano già un solido legame stabilito nell’esperienza insieme nell’Holbroke Trio, ben avviato sulla via della libera improvvisazione. Il terzo socio, val la pena ricordarlo, era il contrabbassista e compositore Gavin Bryars, colui che inaugurò la Obscure di Brian Eno con l’abissale The Sinking of the Titanic.
La Incus si presentò da subito come anima gemella della Fmp e della Icp, precisandolo puntigliosamente nelle note originali di Parker, riportate integralmente anche in questa nuova ristampa (che ne riporta anche altre aggiuntive scritte nel 2014).
Nel frattempo anche la Psi ha quasi chiuso i battenti (non pubblica dal 2015), e allora risulta benvenuta questa ristampa che rende di nuovo reperibile un documento chiave della nuova musica inglese (ed europea), che sembrava ormai di nuovo perso per sempre, anche perché il master originale è tuttora disperso e già il riversamento in digitale edito dalla Psi era stato effettuato da una copia vergine di un vinile giapponese; in più includeva due bonus track recuperate da Parker.

L’edizione Otoroku ripropone la sola scaletta originale e arriva da una copia prelevata dall’archivio personale di Parker. Storia accidentata, anche perché il disco era rimasto confinato in un limbo per decenni, in seguito alla rottura tra Parker e Bailey avvenuta sul finire degli anni Settanta, che separò per sempre i due titanici alfieri della libertà in musica, proprio a causa di una diversa visione della pratica dell’improvvisazione maturata negli anni. A congelarne la ristampa per anni, c’era l’accordo preso con Bailey. Quando Parker lasciò la Incus, infatti, si portò via le registrazioni a suo nome, ma si impegnò a non ripubblicare la The Topography of The Lungs fino a quando a dirigere la Incus ci sarebbe stato Bailey, con la cui scomparsa decadde l’impegno preso, consentendo la prima ristampa nel 2006. 
Venendo alla (meta)musica, qui, come nella coetanea Iskra 1903 (che vedeva Bailey con il trombonista Paul Rutherford e il contrabbassista Barry Guy), i tre estraggono ovunque dal nulla suoni senza destinazione alcuna. Un susseguirsi di trame ordite intorno al silenzio da Bailey, assecondate dall’energia furibonda di Parker, e dal funambolismo iconoclasta di Bennink, chiamato a dialogare con i due inglesi quasi a sottolineare ulteriormente la fratellanza tra improvvisatori senza frontiere. Il set percussivo dell’olandese incalza e svuota la scena sempre con il giusto piglio. A impressionare è la sintonia d’intenti e d’azione in un progetto allora tanto spericolato quanto severo. Pietra miliare che si apre con la tuonante Titan Moon e si chiude con l’epico assalto finale di Dogmeat. Anzi, si chiude con le parole di Parker riportate in copertina:

“We operate without rules (pre-composed material) or well-defined code of behaviour (fixed tempi, tonalities, serial structures etc.), and yet are able to distinguish success from failure”.