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di Adolfo Fattori

 

Una recente raccolta di racconti di Andrea Camilleri, Il diavolo, certamente (2012), contiene trentatré brevissime, fulminee storie in cui – in termini micidiali – i tentativi imbastiti da altrettanti uomini o donne di fare il Male si ritorcono puntuali e inesorabili contro i propri artefici. La forza, l’entità che governa queste vendette della realtà sugli uomini non appare mai, ma viene esplicitamente evocata nel titolo, con una traccia di sottilissima, quasi impercettibile ironia. 
Leggendo questi racconti dello scrittore siciliano si può immaginare un legame con l’ironia di un altro scrittore – e di un suo racconto – di più di mezzo secolo fa: lo scrittore è lo svedese emigrato ad Amburgo Kurt Kusenberg, e il racconto è Una certa stanza.
In un tempo che non sappiamo, anche se siamo nel Novecento, in una cittadina che non ha importanza sapere come si chiama, anche se immaginiamo sia nel nord dell’Europa, in una strada, forse suburbana, di cui è altrettanto fungibile il nome, c’era – e forse c’è ancora – un’abitazione (appartamento o villetta, ancora una volta è superfluo saperlo) in cui dimoravano il signor Klose, “uomo di modesta estrazione piccolo-borghese” e la sua famigliola.
Nell’abitazione dei Klose non poteva mancare il salotto buono, tenuto con estrema cura, quasi sempre chiuso, se non qualche volta aperto la domenica per ricevere parenti o amici – e durante la settimana perché la giovane signorina Klose, la figliola dell’inquilino, potesse esercitarsi al pianoforte. E, a partire da questo (posto a troneggiare nel mezzo del salotto, o collocato più discretamente in un angolo?), possiamo immaginarne il resto dell’arredamento, i soprammobili, i centrini all’uncinetto sotto questi, le passamanerie damascate e tutta quella cara roba di pessimo gusto che appartiene all’universo del kitsch. 
Un cattivo gusto probabilmente discreto anch’esso, sobrio, attento al decoro per così dire, come si conviene ad una famigliola perbene, senza slanci, né preoccupazioni, se non quelle minime, legate alla dignità della vita quotidiana. Un ménage, possiamo immaginare, routinario, regolare, una fila ininterrotta di giornate sempre uguali a se stesse all’insegna del decoro piccolo borghese.

 

libro02_kusenbergPure… pure, come spesso accade – come la letteratura ci rivela quanto spesso succeda – seppur nell’inconsapevolezza dei padroni di casa, quella “certa stanza” non è nemmeno lontanamente ciò che appare. Nasconde un segreto inquietante. Malvagio? Benigno? O semplicemente impersonale, demiurgico, metafisico? Ciò che avviene in quella stanza – i piccoli spostamenti dei soprammobili, l’aprirsi o chiudersi dei tendaggi, i movimenti delle sedie (forse anche la pressione sui tasti del pianoforte) si riverbera amplificandosi fin nei luoghi più lontani del pianeta, a volte catastroficamente (terremoti, morti, disastri), a volte con conseguenze benefiche (matrimoni, nascite, vincite alla lotteria…). Insomma, il salotto buono della famiglia Klose è il centro di una rete infinita di fili invisibili che legano gli oggetti che vi sono contenuti all’intero mondo, e ne decidono gli eventi – e la sorte degli uomini e delle donne coinvolti. Quello che viene chiamato “Effetto farfalla”, insomma. E l’aspetto inquietante della cosa è che fra i presenti, padroni di casa e invitati, non c’è nessuna consapevolezza del rapporto micro/macro che esiste fra la stanza del signor Klose e il mondo esterno. Né, tantomeno, la conoscenza del linguaggio che “traduce” gli eventi che accadono nel salotto negli avvenimenti che si verificano nel mondo esterno.
Finché qualcuno – non sappiamo come, ma ha davvero importanza? – lo scopre. Un certo Paik, piccolo lestofante, poco raccomandabile faccendiere coinvolto in loschi traffici, che si muove subito oltre i confini della legalità e dell’etica, che per un certo periodo ha frequentato il salotto, ha scoperto che “su una staccionata di assi, dove gli abitanti del quartiere erano soliti attaccare dei piccoli annunci […] comparivano regolarmente certi foglietti scritti in rosso, i quali contenevano comunicazioni, per esempio, del seguente tenore: Caricato l’orologio – Flagello di cavallette nel Siam, Spazzolato il tappeto – colpo di stato in Argentina”.

 

Fatta questa scoperta, Paik si impegna su due fronti: sorveglia la staccionata, per registrare quanti più collegamenti è possibile, e si ingegna, ogni volta che è ospite a casa dei Klose, a fare esperimenti per conto proprio. Il suo intento e costruire un vero e proprio dizionario “salotto-mondo”, per poter poi sfruttare le cose a suo vantaggio, orientando i suoi traffici sulle conseguenze degli eventi esterni che riesce a provocare. Una specie di “insider trading” del destino, insomma, ma a livelli demiurgici, e con gran beneficio dei suoi affari.
Addirittura, nel momento in cui il padrone di casa gli ingiunge di non farsi più vedere perché teme per la virtù e la serenità della figlia (che Paik aveva fatto capire di voler sposare, senza mai decidersi a farlo), il losco individuo giunge a addestrare un suo conoscente piuttosto stolido che frequenta la casa, perché agisca al posto suo e provochi gli eventi che Paik vuole che si verifichino. E così riesce, per un po’, a superare l’ostracismo che Klose gli ha imposto.
Ma in tutto c’è un ordine – metafisico o meno – che governa le cose. Le leggi che regolano il destino degli umani, che siano frutto di una meccanica senza volontà, o di un disegno consapevole, hanno una loro forza, e un robusto legame con l’equilibrio dell’universo. E, senza aver bisogno di una figura soprannaturale – come il diavolo di Camilleri – si ribellano alle forzature.
Accade così che – nel tentativo di riuscire a realizzare una mappatura completa dei rapporti fra micro e macromondo – il farabutto fa un gesto avventato. Ordina al suo “braccio esecutivo” di eseguire un’operazione di cui può solo dedurre, sulla base dei suoi “calcoli”, le conseguenze, ma che si rivela nei suoi esiti fatale: la sua stessa morte
L’ordine è ristabilito. L’armonia – seppur indecifrabile – delle catene che legano cause ed effetti viene ristabilita. Che sia fato, destino, caso, o necessità. Che sia il frutto di un’architettura precisa, o che affondi la sua ragione nelle profondità dell’abisso del continuum spazio/temporale, l’ordine delle cose non può essere ostaggio di un qualsiasi piccolo uomo, che costui si muova a fin di bene, o sia un malintenzionato egomaniaco. Se le buone intenzioni, insomma, ci spalancano davanti le porte dell’inferno, figuriamoci le cattive, sembra sostenere questo racconto. Anzi, questa parabola, nel senso in cui lo erano quelle di Franz Kafka, “parabole cui è stata sottratta la chiave”, secondo Theodor W. Adorno (1972), che a sua volta citava l’Angelus Novus (1976) di Walter Benjamin. 
È per questo che dobbiamo fermarci al “sembra”, che non possiamo essere sicuri che quello che abbiamo ipotizzato per il racconto di Kusenberg ne sia il senso.
Come si potrebbe dire degli altri racconti di Kurt Kusenberg, che diceva della sua scrittura: “Se qualcuno trova un senso nelle mie storie, è affar suo: io non ce l’ho messo. Sussiste naturalmente la possibilità che il senso ci sia capitato dentro a mia insaputa” (corsivo nostro), ammettendo così da sé la possibilità di essere soltanto uno sciamano, un mortale unto e invaso dal demone della letteratura – a sua volta espressione di sfere esterne, superiori, trascendenti.

 

Di Kurt Kusenberg (1904/1983), studioso di Storia dell’arte e narratore fra il grottesco, l’onirico e il surreale, in italiano è stata pubblicata solo una scelta di racconti, La città di vetro (1964), da cui sono tratti anche Una certa stanza e la frase virgolettata qui sopra.
Uno scrittore eccentrico, irriducibile per certi versi alle classificazioni, per la cifra serena, referenziale, cronachistica e neutrale con cui narra le sue storie, senza prendere le parti di nessuno dei personaggi, concentrato com’è nel narrare la stranezza del mondo e delle cose, la loro indecifrabilità sostanziale.
Come in questo racconto, se vogliamo paradigmatico: esiste un ordine nelle cose umane, ma appartiene ad una sfera intangibile, ineffabile, tanto che se la si sfiora questa si ribella per riequilibrarsi – e sa essere spietata.
Tema fino a Kusenberg trattato con molta maggiore drammaticità, nel dominio del fantastico puro, del gotico, dell’horror, della fantascienza. “Esistono più cose in cielo e in Terra, lettore, che in tutta la tua filosofia”, insomma, parafrasando l’Amleto di William Shakespeare. Con qualche forzatura interpretativa, l’archetipo di tutte le storie che ci ricordano che esistono soglie che è meglio non varcare, segreti che è più che opportuno non violare, misteri che si fa bene a non cercare di decifrare.
Ma per affermarlo e dimostrarlo, a leggere Kusenberg, non c’è bisogno di evocare le ire del cielo e dell’inferno, quanto piuttosto la saggezza delle cose stesse. Che non ha intenzionalità né valore, né direzione. Ma punisce la presunzione e l’arroganza degli uomini, dimostrandogli – con la ferocia dell’inconsapevolezza delle cose – che il principio umanista che poneva l’Uomo al centro dell’universo è falso, è pura illusione. Che non basta liberarsi dal dominio del sacro, che non è solo una questione di soggezione a qualcosa di inventato da noi uomini: la struttura della realtà è forte, e ha i suoi percorsi. E non tollera interferenze, forzature. Un po’ come nell’ultimo romanzo di Stephen King, 22/11/’63, di cui ci siamo di recente occupati ( www.quadernidaltritempi.eu/rivista/numero36/bussole/q36_b05.htm), anche se King si misura con eventi e biografie molto più imponenti.

 

Insomma, all’opera sembra essere ciò che Jean Baudrillard (1984) definì, anche se in un contesto decisamente diverso, “lo scaltro genio dell’oggetto”, la capacità che sembra abbiano acquisito le cose di mimetizzarsi, nascondersi all’osservatore, ingannarlo, sfuggirgli. Una riscrittura, all’ingresso nella tarda modernità e nell’era della simulazione, delle riflessioni del filosofo Ernst Mach sull’impossibilità di stabilire con certezza le relazioni di causa/effetto nello studio dei fenomeni. Seguiamo il suo ragionamento: “Dall’inizio del XX secolo la scienza riconosce che ogni dispositivo d’osservazione a livello microscopico provoca una tale alterazione nell’oggetto da metterne in forse la conoscenza”. 
Baudrillard ne trae implicazioni vertiginose: “Non viene mai fatta l’ipotesi, al di là della sua distorsione, di una ritorsione attiva da parte dell’oggetto al fatto di essere interrogato, sollecitato, violato” (ibidem, corsivo nostro).
Ora, tornando a Kusenberg il nostro Paik non si preoccupa assolutamente di cercare di sapere qual è il rapporto fra cause ed effetti, cos’è che lega il salotto dei Klose al resto del mondo. Gli basta conoscere, grazie alla pura osservazione dei dati (i biglietti sulla staccionata), cosa succederà. Ma compie una violazione ancor più estrema: cerca di sfruttare ai suoi fini – illeciti – le sue osservazioni, anzi, cerca di produrre eventi. Peccato ancor più grave, dal punto di vista dell’oggetto-realtà, evidentemente. Che lo punisce annichilendolo. “Si potrebbe immaginare – scrive ancora Baudrillard – che l’oggetto finga di obbedire alle leggi della fisica solo perché fa molto piacere all’osservatore” (ibidem, corsivo nel testo). Con una coda che aggiungiamo noi, pensando al signor Paik: Finché non perde la pazienza, e non si libera dell’osservatore.
“Questa sarebbe la patafisica – se seguiamo ancora il filosofo francese – che minaccia ogni fisica alle sue estremità inconfessabili” (ibidem).

 


 

LETTURE

Adorno Theodor W., Appunti su Kafka, in Prismi, Einaudi, Torino, 1972.

Baudrillard Jean, Le strategie fatali, Feltrinelli, Milano, 1984.

Benjamin Walter, Franz Kafka, in Angelus Novus, Einaudi, Torino, 1976.

Camilleri Andrea, Il diavolo, certamente, Mondadori, Milano, 2012.

King Stephen, 22/11/’63, Sperling & Kupfer, Milano, 2011.

Kusenberg Kurt, Una certa stanza, in La citta di vetro, Einaudi, Torino, 1964.

 

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