LETTURE / 11/22/'63


di Stephen King / Sperling&Kupfer, Milano, 2011 / pp. 768, € 23,90


Rifare la storia: Tristano e Isotta
alla guerra del Tempo e del Destino

di Adolfo Fattori

 

Cambiare la Storia, rimettere a posto le cose, modificando quegli avvenimenti che si impongono indelebili alla memoria individuale e collettiva, fertili lieviti che alimentano l’immaginazione narrativa come quella storica – e quella giornalistica. Eventi inizialmente di cronaca, che diventano pietre miliari della Storia intrecciandosi con le nostre vicende personali, che vengono percepiti e assimilati come boe che marcano correzioni di rotta dell’avventura umana che possono condurre a esiti imprevedibili e catastrofici, e su cui non ci si può non interrogare continuando a sezionarli, scrutarli, smontarli, mantenendoli sempre vivi nell’immaginario – storico, scientifico, narrativo.

Una sfida su cui si è già esercitato Quentin Tarantino con Bastardi senza gloria (2009), il film in cui ci racconta di come Hitler e i suoi macellai siano in realtà morti bruciati vivi o soffocati dal fumo in un cinema parigino durante la II guerra mondiale ad opera di una benemerita giovane ebrea sfuggita al massacro della sua famiglia.

Sfida accettata da Stephen King con 11/22/’63, il suo nuovo romanzo, in cui narra i tentativi di un giovane insegnante americano dei giorni nostri di impedire l’assassinio di John Kennedy attraversando una soglia che permette di viaggiare nel tempo – e nello stesso tempo salvare la donna di cui si è perdutamente innamorato andando ad esplorare il passato.

Noi moderni siamo abituati a progettare il nostro futuro nonostante le disillusioni che proviamo quando vi ci addentriamo, quindi (uno dei focus da sempre della fantascienza), perché non dovremmo provare a modificare il passato, per assicurarci un presente più benevolo?

In questa presunzione c’è una differenza sostanziale fra tradizione e modernità. Nel rispetto verso l’intangibilità del passato e del suo valore.

È vero, le società premoderne potevano conservare gli eventi passati solo attraverso la memoria orale, e poi quella scritta, ma il trasferimento del sapere sugli eventi sfociava in narrazioni, sì, in continua trasformazione, che però acquistavano i connotati della leggenda, del mito, modificandosi continuamente e quindi incrementando il loro valore proprio grazie a questi mutamenti, e stilizzandosi in storie che attraverso il simbolico assicuravano il primato del passato come guida per il presente.

Per noi abitanti del Novecento il cambiamento è stato radicale. Possediamo strumenti di registrazione del reale più robusti, referenziali: le registrazioni su pellicola, su nastro, su cd e dvd. Possiamo riproporre e replicare all’infinito la nostra visione dei fatti, assistere e ri-assistere allo svolgersi di certi eventi, immergendoci in essi, vivendoli e rivivendoli come se fossimo presenti.

Potremmo rivedere tutto ciò che è stato registrato e conservato, ma – è ovvio – non tutti gli avvenimenti che hanno fatto la nostra storia recente (e quindi anche la nostra vita) hanno la stessa forza: alcuni di questi si impongono su tutti gli altri, ancorandoci a loro, costringendoci a ritornarvi sopra, acquistando quindi anch’essi un potente valore simbolico, ma che non serve più a legittimare la tradizione, quanto a guardare al presente e al futuro come esiti, conseguenze di questi – e spingendoci a fantasticare su cosa sarebbe cambiato se la storia avesse seguito un corso diverso, magari semplicemente per un piccolo dettaglio.

Nella memoria recente si erge l’immagine delle Twin Towers colpite da due aerei di linea l’11 settembre 2001, casualmente riprese da un videoamatore, e poi replicate – dopo il doveroso periodo di quarantena emotiva politicamente corretta – nelle scene iniziali del serial FlashForward (2009-2010). Andando più indietro nel tempo, le immagini disumane fissate su pellicola dai primi soldati americani entrati nei campi di sterminio nazisti (il fuoco di Tarantino sembra anche insufficiente, come punizione…). A metà strada, rimangono negli occhi le riprese di un altro videoamatore, il sarto di origine ebraica Abraham Zapruder, che armato di una cinepresa a 8 millimetri, si trovò nel posto giusto al momento giusto, proprio mentre John Kennedy transitava per il posto sbagliato al momento sbagliato: dalla Elm Street alla Dealey Plaza di Dallas, il 22 novembre del 1963, per arrivare puntuale al suo appuntamento più importante, quello con la Morte e con l’eternità della memoria.

Le immagini – sfocate, grossolane, sgranate – del breve film non possono essere dimenticate nella loro referenzialità silenziosa, nella loro inintenzionalità, conservano intatto il loro contenuto – drammatico di per sé, prima ancora che per la Storia e la memoria degli americani – e continuano ad essere l’enzima per ritornare a quel giorno, a quei fatti, e nutrire l’immaginazione della fiction, quella storica, e quel genere a cavallo fra le due che alimenta le tante “teorie del complotto”.

Nel suo stile estremo ci aveva già pensato James G. Ballard che, parafrasando Alfred Jarry, e viaggiando sul filo del rasoio del politicamente accettabile, aveva pubblicato nel 1966 il racconto L’assassinio di John Fitzgerald Kennedy visto come una gara automobilistica in discesa (Ballard, 2004; cfr. Quaderni d'Altri Tempi n. 22); dopo di lui si era cimentato con la stessa vicenda James Ellroy, dispiegando una storia parallela, una rigorosa e avvincente rielaborazione delle “teorie del complotto” con tre romanzi (American Tabloid, 1995; Sei pezzi da mille, 2001; si conclude con Il sangue e randagio; 2010; cfr. Quaderni d'Altri Tempi n. 29).

Ma King segue un’altra strada rispetto a quella sulfurea e sardonica dello scrittore inglese o a quella sanguigna e frenetica del compatriota, e rielabora il tema insediandosi con sicurezza nei territori della science fiction classica e pescando fra le sostanze a lui più consuete: la tensione narrativa, il gioco di anticipazioni e sospensioni, l’avventura, il melodramma, l’amicizia, l’amore, la livida e fredda rabbia che nutre la lucida determinazione dell’uomo comune messo di fronte alla responsabilità della lotta contro il Male assoluto.

Il “Re del brivido” si muove con disinvoltura, richiamando qui e là i luoghi della “scienza” fantascientifica classica nel suo interrogarsi sulla struttura del tempo, sulla possibilità di alterarne il corso, sulle conseguenze della conoscenza del futuro e sui rischi del modificare il passato, sugli eventuali paradossi fattuali, elaborando una sua “teoria minima delle cause e degli effetti”, se vogliamo, giusto quanto è sufficiente a fare da sfondo coerente e da “macchina dei perché” per lo svolgersi dell’intreccio e l’articolazione delle vicende che gli interessano di più: combattere il male, coltivare le amicizie, incontrare e difendere l’amore. Senza rinunciare, naturalmente, a qualche sottile, quasi subliminale accenno ai territori che gli sono più consueti, quelli ereditati da uno dei suoi maestri, Howard P. Lovecraft: l’orrore soprannaturale, le blasfeme geometrie aliene che fanno da sfera esterna, ulteriore, alle ingenue e presuntuose cosmogonie ordinarie, regalandoci anche una veloce incursione al centro nevralgico della sua mappa dell’inferno, la famigerata, immaginaria (?) Derry, nel Maine, e richiamando così, col suo stile, il rimando alla dimensione archetipa della narrazione: il mito, il sacro.

Il Tempo, la Realtà – le Realtà: tutto è connesso alle “stringhe” che cuciono insieme l’universo, per cui modificare un piccolo evento può cambiare il futuro senza grossi danni, ma l’accumularsi di tanti eventi minimi può sfibrare il tessuto della realtà fino al collasso. Una variazione della teoria dell’effetto farfalla che si rivelerà tragicamente inesorabile: “Qualcosa non vuole che il passato cambi, di questo sono abbastanza sicuro. Ma cambiarlo si può. Tenendo conto delle resistenze, si può” (corsivo nel testo). “Per un momento tutto mi fu chiaro, e nei momenti in cui accade, vedi quant’è sottile il mondo. Non lo sappiamo tutti quanti in cuor nostro? È un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita […] un universo di orrore e smarrimento circonda un palcoscenico illuminato, sul quale noi mortali danziamo per sfidare le tenebre”. Come onorare meglio i versi di William Shakespeare nel Macbeth: “La vita è un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, che non significa nulla”.

E così Jake Epping, giovane insegnante di inglese dei nostri giorni si ritrova a fare l’apprendista stregone del Tempo, della Storia, e del destino dell’umanità, coinvolto suo malgrado da un vecchio amico, che gli mostra una “soglia” fra il suo tempo e una data specifica del passato recente: un giorno di prima estate del 1958. Avvertendo il giovane che ogni volta che si ritorna al passato, dopo esser tornato nel presente, il passato si “resetta”, i cambiamenti prodotti nel viaggio precedente si azzerano, e tutto torna come prima.

Jake, dopo la comprensibile ritrosia iniziale, si fa sedurre dalla possibilità di impedire prima che avvengano un paio di brutte storie, per poi farsi convincere a puntare al bersaglio grosso, Lee Harvey Oswald, l’assassino di John Kennedy.

Ma questo significa che deve “trasferirsi” nel passato per quasi cinque anni, costruircisi una vita credibile, evitare errori dovuti alla conoscenza di quei tempi solo “per sentito dire” e all’opposto alle sue eccessive conoscenze del futuro. Così Jake – George Amberson nel 1958 – comincia a condurre una doppia vita: quella di “ombra” di Oswald, quella di insegnante in una piccola comunità del Texas dove viene accolto con fiducia, sviluppa amicizie, e naturalmente trova la donna della sua vita.

È qui che Stephen King mostra ancora una volta la sua maestria nel mettere in scena il progredire dei rapporti affettivi fra le persone dopo i primi contatti, l’intuire le affinità reciproche, l’alludere e il ritrarsi, il mettersi alla prova l’un con l’altro per controllare se le proprie intuizioni sull’altro sono giuste. Buoni sentimenti, forse? Piuttosto, sotto l’apparenza, le strategie di ricerca dei propri simili in un mondo in cui il Male è sempre in agguato, che sia incarnato in qualche entità aliena, o anche solo nella crudeltà profana e banale dei propri simili, o nell’impersonalità del caso.

Le assenze periodiche di George/Jake però finiscono per destare dubbi proprio in Sadie, la ragazza che ama, a cui, alla fine rivela tutto della sua “missione”. Col risultato che Sadie decide – impone – di aiutarlo. Possiamo immaginare il seguito: Kennedy si salva, Oswald viene ucciso, ma con lui rimane colpita a morte anche la ragazza.

Un sacrificio terribile, quello di rinunciare al proprio amore, che in nome di un futuro migliore si potrebbe anche accettare: il calcolo era che rimasto in vita il Presidente, non sarebbero morti suo fratello, Martin Luther King, il Vietnam sarebbe stato una storia chiusa… Invece, tornato nel presente, Jake/George trova una situazione catastrofica, disastrosa: c’è stata una guerra atomica, la civiltà è distrutta. L’effetto farfalla si è scatenato, liberando le forze del caos e della distruzione, i biblici cavalieri dell’apocalisse.

Allora… allora torna indietro ancora una volta, anche se dovrà rinunciare alla donna che ama, sapendo che basterà il semplice suo ritorno nel passato per ristabilire l’equilibrio precedente, l’armonia delle stringhe e dei legami spazio-temporali, per azzerare i cambiamenti che ha provocato e ristabilire l’armonia – non metafisico/scientifica, questa volta, ma mitica – che gli americani attribuiscono ai loro anni Cinquanta.

Jake/ rinuncia all’amore, ma non rinuncia a cercare di assicurare alla donna che ha conosciuto e amato nel passato – e che ama ancora – almeno la salvezza.

Perché nel romanzo di King la “seconda” storia, intrecciata con quella principale, la storia d’amore di Jake, è altrettanto importante, e non solo per dare più spessore alle vicende narrate. Ne è parte integrante, strutturale – parte dello sfondo di riflessioni e paure novecentesche su cui si ambienta il romanzo: questioni che riguardano il fato, la causalità, lo statuto delle coincidenze, l’idea di destino e di caso, i fondamenti mitici dell’amore in Occidente.

Allora spostiamo la nostra attenzione da Jake/George alla bella Sadie, e alla sua vicenda personale. La ragazza, anche lei insegnante, incrocia la vita di George/Jake perché è in fuga da un marito ossessivo/compulsivo, paranoico e sessuofobo – e dalla propria famiglia, conservatrice e puritana. Racconterà tutto a George, fino al particolare più bizzarro: una scopa messa nel letto, a separarla dal marito, per evitare le tentazioni. Una versione scalena e dissonante della spada che Tristano depone fra se stesso e Isotta come ostacolo alla forza possente della passione reciproca (de Rougemont, 2006).

Jake sa che nell’aprile del 1963 il marito di Sadie ricomparirà per cercare di ucciderla, e che nella versione del passato in cui Kennedy è sopravvissuto, riuscirà a sfigurarla prima di essere ucciso, e vuole evitare almeno che muoia. Riuscirà a farle salvare la vita e liberarla dal suo persecutore, ma non il brutto sfregio che le rovinerà un lato del volto per sempre.

Nel finale del romanzo, ormai solidamente e definitivamente tornato nel suo 2011, andrà a cercarla, la troverà, ormai ottantenne ma ancora ai suoi occhi bellissima nonostante la cicatrice sul viso. Balleranno insieme, osserverà nella sua espressione gli indizi di una perplessità indefinibile, quasi l’effetto di un déjà vu, di un riconoscimento arcano, evanescente, incantato:

“Parla a voce troppo bassa perché la senta sopra la musica, ma io la sento, l’ho sempre sentita.

«Chi sei George?»

«Uno che hai conosciuto in un’altra vita, tesoro.»

Poi la musica ci porta via, la musica allontana il tempo, e balliamo”.

Le varie linee del tempo, le stringhe che assicurano l’armonia del Tempo e dei mondi possibili risuonano fra loro, si intrecciano invisibili, impalpabili, evanescenti, ad assicurare agli uomini sogni ed illusioni, la materia onirica che nutre l’immaginazione.

Rimangono dei dubbi che l’autore non evoca nemmeno, né direttamente né attraverso i suoi personaggi, dubbi, però, che al “fedele lettore” di Stephen King, magari appassionato di fantascienza, vengono lo stesso: chi può dire che la distruzione della civiltà occidentale che Jake incontra al suo ritorno nel presente dopo aver salvato Kennedy sia dovuta a questo cambiamento? E non per esempio al sacrificio di Sadie? Jake/George non vuol rischiare, e non si pone l’interrogativo. E forse, nel profondo, ha ragione. Perché, se guardiamo alla vicenda di Jake/George e Sadie, ci accorgiamo di essere ancora una volta di fronte ad uno dei miti più antichi dell’Occidente cristiano, quello di Tristano e Isotta e dell’amore impossibile. Dove a separare gli amanti non è la lontananza spaziale, più o meno cercata, o la contiguità della Morte, più o meno invocata, ma è la distanza nel Tempo, che si impone con la differenza d’età: Jake ritrova la sua bella, nella stringa temporale originaria, ma le loro biografie non si potranno fondere, potranno solo sfiorarsi, baciarsi per un attimo, per poi allontanarsi l’una dall’altra per sempre.

 


 

LETTURE

× Ballard James G., L’assassinio di John Fitzgerald Kennedy visto come una gara automobilistica in discesa, in Tutti i racconti 1963-1968, Fanucci, Roma, 2004.

× De Rougemont Denis, L’amore e l’Occidente, Rizzoli, Milano, 2008.

× Ellroy James, American Tabloid, Mondadori, Milano, 1995.

× Ellroy James, Sei pezzi da mille, Mondadori, Milano, 2001.

× Ellroy James, Il sangue è randagio, Mondadori, Milano, 2010.

 

VISIONI

× Braga Brannon, Goyer David S., FlashForward, ABC, Usa, 2009-2010.

× Tarantino Quentin, Bastardi senza gloria, Universal, Usa, 2009.