Palloncini e altri sobillatori

Alterations in concerto, in Italia, nell’ambito della ventisettesima edizione del Festival di Angelica, a Bologna, il 5 maggio 2017, unica data italiana a cura di Walter Rovere. Quattro imperturbabili signori inglesi che grattano, strofinano, percuotono, carezzano, pizzicano il loro armamentario sonoro, e tutto sembra sbriciolarsi, precipitando in un vortice che conduce al silenzio. È una falsa pista: ecco che a turno qualcuno si gingilla con un suono trovato apparentemente per caso, o estratto da un arpeggio, oppure soffiando ora in un palloncino, ora in un flauto. Un ritmo prende consistenza, un tema fa capolino dal nulla, uno o più strumenti tradizionali, una batteria, un pianoforte provano ad articolare una forma, tutti insieme innalzano rapidi muri di suono. È una falsa pista, ecco spuntare una nuova striscia di suono, distorta, fragile: a quale musica somiglia quella degli Alterations? A nessun’altra esistente, neanche a quella che loro stessi concepiscono all’istante suonando, manipolando, riciclando pianoforte, melodica, organo (un Farfisa), elettronica, oggettini vari, chitarra acustica, registrazioni d’ambiente, batteria, percussioni, palloncini, flauti di bambù, chitarra elettrica, basso elettrico, gli attrezzi comparsi sul palco del teatro San Leonardo di Bologna.
È questo il bello e l’impossibile del quartetto britannico composto da Steve Beresford, Peter Cusack, Terry Day e David Toop, tornati a esplorare insieme la natura stessa del suono. Lo hanno fatto anche in Italia, dopo alcune performance tenute a Londra, al Cafe Oto, nel 2015 e nel 2016.

Da sinistra: Steve Beresford, Terry Day, Peter Cusack e David Toop (foto di Walter Rovere).

Musiche senza compromessi
La sede di Angelica è la più congeniale a questi artisti, considerata la storia e la coerenza della manifestazione che esordì nel 1991 con una scelta di campo precisa, rigorosa, dedicata alle musiche di confine, alle sperimentazioni, anche documentando parte dell’enorme materiale prodotto con un’etichetta discografica, I dischi di Angelica, che oramai conta oltre trenta titoli in catalogo. Non è un azzardo sostenere che, messi in fila, i cartelloni delle ventisette edizioni disegnano quasi per intero le zone di commistione, di meticciato musicale che in oltre un quarto di secolo si sono ampliate e sono divenute note a un pubblico non più ristrettissimo, anche grazie al ruolo pioneristico, almeno in Italia, di una manifestazione come Angelica, inventata da Massimo Simonini, direttore artistico insieme a Mario Zanzani, l’uomo con un grappolo d’uva in mano ritratto nel manifesto dell’edizione 2017, il decennale della sua prematura scomparsa. “Le finalità di Angelica sono programmaticamente volte a ignorare gli steccati che dividono la musica in tante famiglie; vogliamo considerare i fatti musicali come unici, propri, al di là della loro appartenenza a generi o stili”, si leggeva nell’editoriale della prima edizione e quell’impostazione non è mai venuta meno.
Basterebbe qualche nome preso a caso dalle annate di Angelica a comprovare l’autenticità di questa dichiarazione d’impegno. L’elenco è lungo, ma necessario perché eloquente: Lol Coxhill, Derek Bailey, Tom Cora, Fred Frith, Lindasy Cooper, Peter Kowald, Hans Reichel, Han Bennink, Misha Mengelberg, Palinckx, Ossatura, Ground Zero, John Zorn, AMM, Recedents, Terry Riley, La Monte Young, Mike Cooper, Joan La Barbara, Mimeo, Anthony Braxton, Jim O’Rourke, Butch Morris, Maryanne Amacher, Henry Threadgill, Wadada Leo Smith, John Oswald, Mike Westbrook, Elliot Sharp, Musica Elettronica Viva, Pauline Oliveiros. Quanto al cartellone di quest’anno, spiccavano l’immaginifico Roscoe Mitchell e Ghedalia Tazartés, voce apolide dunque universale.

La prima virtuale ad Angelica 1991
Nella prima edizione del festival oltre ai concerti vennero proiettati due film, due parziali biografie dedicate a due artisti simbolo di Angelica. Uno è intitolato Step Across The Border di Nicolas Humbert e Werner Penzel e filma la prima stagione di Fred Frith dopo gli Henry Cow. L’altro, firmato da Roger White, è Frog Dance, un ritratto di Lol Coxhill, il soprano calvo che mette in scena sé stesso e viene raccontato da altri artisti a lui sodali. Tra questi i quattro componenti degli Alterations, che potremmo dire parteciparono in modo virtuale (allora la formazione si era già sciolta) al primo festival di Angelica. Alterations è un’idea di fare musica diversamente che nasce a metà anni Settanta e termina intorno al 1986. Dei quattro, soltanto Terry Day aveva già militato in storiche formazione della prima stagione degli improvvisatori inglesi, per via della sua maggiore d’età, essendo nato nel 1940. Il collettivo di cui fu tra le anime principali si chiamava Continuous Music Ensemble, poi ribattezzato People Band (con questo nome pubblicarono un album nel 1970) per evitare confusioni con lo Spontaneous Music Ensemble di John Stevens e Trevor Watts. Per lungo tempo le loro gesta sono rimaste solo nella memoria dei testimoni dell’epoca. Soltanto negli anni Duemila verranno riproposte diverse registrazioni inedite della People Band grazie al prezioso lavoro della Emanen di Martin Davidson. Il senso del loro agire spesso caotico consisteva nello scoprire anche il lato ludico delle pratiche dell’improvvisazione, rompendo gli schemi rispetto al maggior rigore dell’altro polo accentrato intorno alle pratiche di Derek Bailey e Compagnia da un lato e il citato SME dall’altro. “La filosofia che era dietro alla People Band era puro anarchismo darwiniano nel quale ogni cosa poteva succedere” (Wickes, 1999). Approccio che diede i suoi frutti migliori proprio con gli Alterations.

I tre complici di Day non avevano nulla da invidiargli quanto a iconoclastia e sense of humor. Cusack arrivava dal London Musicians Collective, un’organizzazione dedita a far conoscere e sostenere la sperimentazione in ambito musicale. Beresford aveva dato già prova di disinvoltura come membro della Portsmouth Sinfonia, bislacca formazione di studenti universitari che offriva una singolare rilettura del repertorio classico, da Gioacchino Rossini a Johann Strauss. Le loro manovre catturarono l’attenzione di uno degli insegnanti, il compositore Gavin Bryars, e di Brian Eno, che vi suonò e ne produsse i primi due album. Lo stesso Eno allestì all’epoca una collana poi divenuta un cult della musica di frontiera: la Obscure. Soltanto dieci titoli, tra cui la sua celeberrima Discreet Music, lo splendido The Singing of Titanic di Bryars e anche un album intestato a Toop e allo scultore di suoni Max Eastley: New And Rediscovered Musical Instruments. Questo in estrema sintesi il prologo alla nascita degli Alterations.

La storia di una formazione avventurosa
La formazione inizia a darsi da fare nel 1977 tenendo concerti anche fuori da confini nazionali e pubblicando il primo album con la Bead, etichetta indipendente poi estintasi. Lo intitolano semplicemente Alterations. A metà del decennio la scena musicale inglese ha subito due forti scosse che hanno frantumato certezze e manierismi: i Sex Pistols con tutta la valanga punk che si sono trascinati dietro e i Throbbing Gristle che hanno strapazzato altrettanto l’elettronica e in generale l’accademismo d’avanguardia. In qualche modo, anche gli Alterations intervengono nel loro territorio di riferimento, quello dell’improvvisazione elettroacustica, rigenerandolo, soprattutto liberandolo da una austerità talvolta superflua. Sul palco con i quattro salgono oggetti decisamente non accademici, come fischietti per cani, sirene, i sopra citati palloncini, strumenti giocattolo anche di plastica (il pianoforte, per esempio), oggettini impensabili in musica (come gli spazzolini da denti), oppure strumenti modificati come la chitarra con corde di nylon di Cusack e un’infinità di strumenti ortodossi ma insoliti da vedere impiegati tutti insieme, come il mandolino, le maracas e la chitarra elettrica. L’attività critica è estesa anche alle pagine di una rivista, Musics (ventitré numeri bimestrali autoprodotti tra il 1975 e il 1979) che alimenta il dibattito tra gli improvvisatori di prima e seconda generazione. Beresford e Toop non si tirano certo indietro. I primi due album cercano di catturare alcune delle loro performance, il secondo disco (Up Your Sleeve) sarà pubblicato dall’etichetta creata dallo stesso Toop, la Quartz, mentre il terzo e ultimo album, My Favourite Animals, sarà pubblicato dalla francese Nato, che darà spazio anche a un album di canzoni di Day e soprattutto a numerose operette di Beresford, in particolare nell’esilarante trio dei Melody Four con Lol Coxhill e Tony Coe. È il 1984, gli Alterations vanno in giro ancora un paio d’anni e poi ognuno per la sua strada, magari incrociandosi, come Toop e Beresford nei surreali General Strike e negli sgangherati 49 Americans, oppure tutti e quattro nell’orchestrina Promenaders per suonare Mozart e il tema di Bond. Anzi ognuno se ne andò per diverse strade, basti pensare a Toop, impegnato sia come esploratore di suoni sia come scrittore e critico musicale. Usciranno postume anche due raccolte con registrazioni di altri concerti, ma l’intera produzione discografica del gruppo, tra vinili e cd, oggi è in pratica non disponibile.

Alcuni degli attrezzi sonori impiegati da Steve Beresford (foto di Walter Rovere).

Di nuovo insieme quasi trent’anni dopo
Si ritrovano nel 2015 quando al Cafe Oto di Londra viene allestito un Alterations Festival dal 13 al 19 giugno. Si adopera non poco per renderlo possibile l’artista Blanca Regina, già alle prese con la realizzazione di un film sulla vita e l’opera di Terry Day: Unpredictable. L’intesa c’è tutta, e i quattro pensano bene di rivedersi l’anno dopo, sempre al Cafe Oto, per un’intera settimana (13-19 giugno) di concerti con diversi ospiti, amici di ieri e di oggi, tra cui Evan Parker, Eastley e John Butcher, oltre a eventi vari. Per l’occasione confezionano insieme a Blanca Regina, a cui si deve il prezioso artwork (libricino e cartoline), un box in colori diversi che scodella tutto d’un botto quattro dischi di materiale inedito: una raccolta di registrazioni di esibizioni in varie piazze europee tra il 1979 e il 1985, un concerto a Francoforte nel 1983, un altro all’Arts Theatre Club di Londra nel 1986 e la riunione del 2015, con la serata all’Iklectik di Londra. A seguire è saltato fuori anche un disco contenente una selezione dei concerti tenuti nel giugno 2016. “Pur separate da trent’anni e più, le improvvisazioni che si ascoltano in questi dischi sono tutte sotto il segno di quella pratica che Day stigmatizzava come upstaging, nei fatti la possibilità da parte di ognuno dei membri della band di disturbare, interrompere, far deragliare quanto ognuno degli altri stava facendo, ricorrendo non solo a strumenti ortodossi, ma anche a giocattoli, fischietti e quant’altro. Sembra un’ottima premessa per garantirsi il caos perenne, invece i quattro creano flussi sonori, dove scorre di tutto con naturalezza” (Fucile, 2017).
È l’impossibile che si manifesta, come nel corso dello stupefacente concerto bolognese: un flusso di suoni incessante, a tratti impalpabile, prossimo al silenzio, a momenti impetuoso, torrenziale. Un’altalena di magia e disincanto. Tra il serio e il faceto, la messa in scena della metafora del rizoma, che “non ha un principio né una fine, è sempre in mezzo, tra le cose, inter-essere, intermezzo” (Deleuze, Guattari, 2010).

Ascolti
  • Alterations, Alterations, Beard, 1978.
  • Alterations, Up Your Sleeve, Quartz, 1980.
  • Alterations, My Favourite Animals, Nato, 1984.
  • Alterations, Alterations Live, Intuitive Records, 2000.
  • Alterations, Voila Enough!, Atavistic, 2002.
  • Alterations, Alterations, Unpredictable Series, 2016.
  • Alterations, Void Transactions, Unpredictable Series, 2017
Letture
  • Gilles Deleuze, Félix Guattari, Millepiani, Castelvecchi, 2010.
  • Gennaro Fucile, Alterations, Musica Jazz, maggio 2017, 22Publishing, Milano.
  • John Wickes Innovation in Modern Jazz: Volume 1, 1960-1980, Soundworld, Londra, UK, 1999.