L’ignoto e l’inutile:
i poli del pianeta Herzog

Nel cuore del deserto australiano un gruppo di nativi difende il proprio territorio opponendosi con fierezza e fermezza a una compagnia mineraria.
In Guatemala, gli officianti di una cerimonia religiosa rendono omaggio al santo Maximón bevendo e poi spruzzando alcol su di una folla di credenti e su nugoli di candele, oltre che fumare sigari abnormi.
Nel cuore della Russia dei devoti ascoltano le parole del Cristo ritornato sulla Terra e altri cercano di ascoltare il suono di campane dalle profondità di un lago ghiacciato.
Un melomane, fan di Enrico Caruso, progetta di costruire un teatro d’opera nel cuore della foresta amazzonica.
Cronache vere? Storie inventate? Che importa, quando dietro la macchina da presa c’è Werner Herzog, queste distinzioni si auto aboliscono, decadono per insufficienza di prove in grado di attribuire loro lo status di documentario o di cinema di finzione. Le opere raccolte nei dvd distribuiti da Ripley’s Home Video invitano una volta di più a considerare la pratica del cineasta tedesco che mina con successo le barriere realtà e invenzione, la messa in discussione del documentario come genere in sé.
A latere è bene ricordare che Ripley’s Home Video ha intrapreso la meritevole iniziativa di ripubblicazione delle opere dei tre mattatori del Nuovo cinema tedesco degli anni Settanta, ovvero, oltre a Herzog, di Rainer Werner Fassbinder e Wim Wenders. In questa doppia uscita, viene riproposto su un dvd Fitzcarraldo, girato nel 1982, e su due dvd Dove sognano le formiche verdi (1984), Demoni e cristiani nel nuovo mondo (2000), Rintocchi dal profondo (1993) e un documentario/intervista allo stesso Herzog, Io sono i miei film, diretto da Christian Weisenborn e Erwin Keusch nel 1979.

La vicenda narrata (?) in Fitzcarraldo è nota: Brian Sweeny Fitzgerald sogna di realizzare un grande Teatro dell’Opera nel cuore della foresta amazzonica, un palcoscenico unico al mondo dove ascoltare le più importanti voci del bel canto, a iniziare da Caruso. Le idee e la passione non scarseggiano in Fitzcarraldo (storpiandone il nome, gli indigeni lo chiamano così), ma il denaro, quello sì che manca.
Lui è un imprenditore con alle spalle una serie di fallimenti (una ferrovia transandina lasciata a metà, una complessa macchina per fare il ghiaccio), animato sempre da febbrile, visionaria volontà di potenza e anche e soprattutto in questo caso, non si perde d’animo. Riuscirà ad acquistare un pezzo di terreno dove costruire il teatro e per raggiungerlo dovrà attraversare con la sua nave la foresta amazzonica che sopra tronchi e con argani e corde verrà trasportata da numerosi indios, convinti di aver incontrato un dio da tempo atteso accompagnato dal canto di Caruso, che un fonografo fa risuonare lungo il corso del grande fiume.
Viaggio estremo e folle, sfida senza precedenti (anche produttivi) alla conquista dell’impossibile, ma come dirà Molly (una luminosa Claudia Cardinale), l’amante di Fitzcarraldo, “chi sogna può muovere le montagne” e questo conquistatore di mete inafferrabili a modo suo ci riuscirà. Ancora una volta, forse come non mai, eroismo e sublime qui si saldano, perché nel cinema di Werner Herzog, scrisse Gilles Deleuze:

“l’azione si sdoppia: c’è l’azione sublime, sempre al di là, ma essa stessa genera un’altra azione, un’azione eroica che si confronta per conto suo con l’ambiente, penetrando l’impenetrabile, sormontando l’insormontabile. C’è dunque al contempo una dimensione allucinatoria in cui lo spirito agente s’innalza fino all’illimitato nella Natura, e una dimensione ipnotica, in cui lo spirito affronta i limiti che la Natura gli oppone. […] in Fitzcarraldo, l’eroico (la pesante barca che varca la montagna) è ancora più direttamente il mezzo del sublime: l’intera foresta vergine diventa il tempio dell’Opera di Verdi e della voce di Caruso” (Deleuze, 2016).

Il film è anche il penultimo capitolo di uno dei rapporti più contraddittori e violenti della storia del cinema, quella tra Herzog e Klaus Kinski, iniziato con Aguirre, furore di Dio (1972), proseguito con Nosferatu (1979) e Woyzeck (1979) e conclusosi nel 1987 con Cobra Verde. Relazione spesso trasformatasi in scontro, su cui qui basterà dire che i due non scherzavano affatto quando si minacciarono reciprocamente di farsi fuori. Di quella conflittualità esuberante si accenna anche in Io sono i miei film.
Arte e vita che danzando insieme si scambiano le posizioni, segno costante nelle storie di Herzog, dentro e fuori dal set, all’interno o meno dalla storia reale: il film e il making of del film stesso.
In fondo, la vicenda di Fitzcarraldo prende vita a partire da un personaggio realmente esistito, un industriale della gomma e i conflitti con Kinski riverberano nella storia. Provocando, ma non tanto, Herzog definì Fitzcarraldo il suo miglior documentario, e allora ancora una volta occorre chiedersi: qual è la natura del cinema di Herzog?
Facciamo un passo indietro, quando il giovane Werner girò il suo primo cortometraggio, Ercole, modellando sul corpo del culturista Mister Germania 1962 le dodici fatiche del mito. Tra muscoli e attrezzi ginnici iniziava il suo corpo a corpo con la realtà e l’immagine, una serie di sfide senza compromessi.
Quell’anno, in maggio, la rivista New Worlds pubblicò un articolo di James Ballard intitolato Which Way to Inner Space? (Qual è la strada per lo spazio interiore?), che piuttosto rapidamente assurse al rango di manifesto programmatico per una nuova fantascienza, creando scompiglio in un mondo che pur votato al futuro era sempre stato piuttosto legato al passato, tradizionalista, conservatore e talora reazionario.
Ciò che Ballard auspicava era una fantascienza capace di:

“inventare da zero situazioni inedite e contesti che illustrino trasversalmente i suoi temi. Per esempio, invece di trattare il tempo come una specie di pirotecnica rotaia panoramica, mi piacerebbe che fosse usato per quel che è, come una delle prospettive della personalità e che fossero elaborati concetti quali zona temporale, tempo profondo, tempo archeopsichico” (Ballard, 1994).

Una chiamata alle armi della fantasia e dell’invenzione che nasceva da una sola, chiara convinzione: “è lo spazio interiore, non quello esterno, che dobbiamo esplorare. L’unico pianeta veramente alieno è la Terra” (ibidem). Che Herzog conoscesse il testo di Ballard è da escludere, ma è altrettanto certo che tutto il suo cinema non sia altro che una minuziosa esplorazione dello spazio interno le cui forme manifeste sono proprio i luoghi radicalmente altri, ostili, del pianeta Terra.
Ecco allora manifestarsi il possibile legame tra terrae incognitae e spirito d’esplorazione di molti dei suoi personaggi con il regista sempre a capeggiar la banda. Esponendosi anche e rischiando, come per le riprese di La Soufrière (1977), quando con due fidi operatori si avventurò nell’isola di Guadalupa dove il vulcano era in procinto di esplodere e l’isola venne evacuata; rimase un solo abitante ed Herzog e la sua troupe sfidarono davvero la morte per arrivare da lui. La catastrofe non avvenne, tutti tornarono a casa, compreso il cineasta e i suoi fidi, anche delusi per il mancato botto! Il paradosso Herzog: nel secolo che ha visto chiudersi l’epopea delle scoperte geografiche, un cineasta ha rovesciato l’esplorazione come un guanto, viaggiando dall’esterno verso interno.
Non è tutto, Herzog è sempre in transito da una dimensione di realtà estrema e una onirica e viceversa, al punto che gli attori di Cuore di vetro recitarono sotto ipnosi, e così oscillando aboliscono la necessità di essere fedeli a un canone, a dover riferire fedelmente della realtà documentandola, o a immaginarne una finzionale sulla falsariga di quella onirica.

Questo movimento né vero né falso alla conquista dell’inutile (come si intitola il suo libro d’appunti sulla lavorazione di Fitzcarraldo) congiunge il sognatore interpretato da Kinski ai figli del tempo del sogno, il Dreamtime e i suoi discendenti, i nativi del continente australiano che presidiano la propria terra, facendo letteralmente muro di fronte alle macchine e alle mine della Company dei bianchi, come si narra in Dove sognano le formiche verdi.
Altro scenario, altra storia, ma medesima natura ostile, e identica sfida impossibile, anche in questo caso partendo da una storia effettivamente accaduta, e al film alcuni degli aborigeni che realmente si opposero a una compagnia mineraria e alle sue mire di sfruttamento del territorio.
Si tratta di uno snodo chiave nel percorso herzoghiano, perché il doppio piano finzione/documentario qui è quanto mai manifesto, sin dalle inquadrature della splendida ripresa panoramica iniziale che sorvola il deserto da cui sorgono innumerevoli termitai bianchi (le formiche verdi in realtà sono delle termiti), campi lunghissimi che di diritto ne fanno uno straordinario incipit per un documentario catalogabile come “la  natura selvaggia e incontaminata” e invece ci conduce a lambire la dimensione aliena agli occidentali dove umano e sacro non si escludono.
C’è una scena che ci svela, senza mostrare nulla, questo legame perduto. Nel corso dell’udienza in tribunale che vede di fronte la compagnia e gli aborigeni, uno di questi si decide a mostrare una sacra reliquia alla corte, a suo modo di vedere la prova inconfutabile di essere nel giusto, ma per farlo chiede che tutti i presenti in aula si allontanino e con loro si ritira anche la macchina da presa… qui il fiero rappresentante di un popolo in via d’estinzione sembra ribadire a modo suo quanto sosteneva Andrej Tarkovskij sulle immagini, che conterrebbero una coscienza dell’infinito, un interiorità spirituale.
L’epifania è sempre impossibile in fondo e ne scorgiamo solo le ombre, i riflessi, gli echi. Nel breve Demoni e cristiani nel nuovo mondo è di scena la trasfigurazione delle tradizioni e dei culti delle civiltà precolombiane in rituali e cerimonie di stampo cristiano. Stati di esaltazione e di perdita del sé raggiunti in virtù di una resilienza culturale che ha prodotto un estremismo religioso capace di far sconfinare una volta di più la ricognizione di Herzog oltre la soglia.
Sognatori, ciarlatani e devoti sono i protagonisti dello splendido Rintocchi dal profondo, uno dei documentari, anzi film realizzati da Herzog. Siamo in Siberia, via dal polveroso e bollente deserto australiano alle gelide terre della Russia più remota.

Il film è suddiviso in dieci capitoletti: 1) Fede e superstizione; 2) Siberia; 3) Il redentore; 4) L’acqua consacrata; 5) Il guaritore; 6) L’esorcista; 7) Il campanaro; 8) La città sommersa; 9) La cattedrale di Zagorsk e la tomba di San Sergio; 10) Alla ricerca della città di Kìtezh. Si parte da Tuva ammirando l’impressionante progressione del canto armonico tuvano, recuperato nell’ambito della musica improvvisata e sperimentale europea dall’artista siberiana Sainkho Namtchylak; di seguito compaiono fantomatici guaritori e un neo Gesù ridisceso in Terra, tale Vissarion, uno dei numerosi predicatori russi che si dicono reincarnazioni di Cristo.
L’extraterrestre e la vita di tutti i giorni si incontrano ai confini del mondo e solo Herzog poteva riprenderli. L’eroe di Rintocchi dal profondo è però il campanaro Yuri Yurevitch, artista, recluso, visionario, un autentico eremita che esegue musica legando le campane tra di loro con delle funi, in pratica orchestrandole. Bastano cinque minuti a questo sononauta per rendersi indimenticabile.
I rintocchi del titolo però non alludono alla sua vicenda, bensì, e qui si entra nel meraviglioso, alla leggenda della Città Perduta di Kitzeh, storia con radici profonde nell’immaginario russo, narrata anche in un’opera di Nikolaj Rimskij-Korsakov. La città sparì nelle acque per non cadere nelle mani dei Tartari e nel luogo dove si trovava, si narra, oggi, anzi dal XIII secolo, tempo di quell’evento, si trovano le acque del lago Svetloyàr.
Un pope e un’anziana donna (Maria Pàvlovna) ci confidano di episodi legati alle leggende e alle apparizioni legate alla città fantasma, che gli abitanti della zona e pellegrini da tutta la Russia continuano a cercare, anche perché in alcuni momenti sotto la superficie ghiacciata del lago, si narra, è possibile udire rintocchi di campane (non ci sono campanili nella zona).
Pellegrini a pancia in giù strisciano sul ghiaccio alla ricerca di un rintocco dal profondo, “La nostra anima continuerà sempre a cercare la città sommersa” dice a un certo punto il pope.
È l’archeopsichico di Ballard. È il cinema di Herzog, spiegato ai (suoi) fedeli.

Letture
  • James Ballard, Qual è la strada per lo spazio interiore?, in Autori Vari, Re-Search – J. G. Ballard, ShaKe, Milano 1994.
  • Gilles Deleuze, L’immagine movimento. Cinema 1, Einaudi, Torino, 2016.