Il primo contatto
è una questione di fede

Non meriterà certamente lo stesso spazio dei grandi anniversari storici di questo 2017, ma i quarant’anni di Incontri ravvicinati del terzo tipo rappresentano, nel mondo del cinema, dell’immaginario e della fantascienza, un anniversario che merita di essere celebrato. E infatti non si è persa l’occasione di restaurare la pellicola nel formato 4K, con un’anteprima al Trieste Science+Fiction Festival e il lancio dell’edizione Blu-ray, che include sia la versione originale che l’edizione speciale del 1980 e la Director’s Cut del 1997. Ma cosa ci racconta, a distanza di quarant’anni, un film come Incontri ravvicinati del terzo tipo? Rispetto all’epoca in cui fu girato, l’immaginario è in parte cambiato: Steven Spielberg scelse di raccontare il primo contatto attingendo a piene mani dall’ufologia, che all’epoca andava ancora molto di moda, con le sue storie di abductions (i “rapimenti” alieni, di cui nel film è vittima il piccolo Barry), di “incontri ravvicinati”  (nel gergo ufologico, i contatti con gli UFO e i suoi occupanti alieni), di bestiame maciullato per strani esperimenti e di sparizioni di aerei e navi nel Triangolo delle Bermuda (che vengono fatti ritrovare dagli alieni a più riprese nella prima parte del film). Il libro di Charles Berlitz, Il triangolo maledetto, era stato pubblicato poco prima, nel 1974, e aveva venduto 18 milioni di copie nel mondo. Si era, insomma, in pieno revival ufologico e sembrava naturale immaginare che il primo contatto sarebbe avvenuto con enormi dischi volanti scesi finalmente dal cielo a raccontarci la verità.

Nuovi incontri, stessa storia
Un aspetto, questo, che oggi ha sicuramente fatto il suo tempo, ma meno di quanto potremmo pensare, se riflettiamo sull’eredità di Incontri ravvicinati nel cinema di fantascienza. Nel Blu-ray della nuova edizione in 4K c’è non a caso un’intervista a Denis Villeneuve, l’acclamato regista di Arrival (2016), che è stato spesso accostato dalla critica al film di Spielberg. Ma c’è un punto intermedio tra questi due film, rappresentato da un’altra pellicola di grande successo, Contact di Robert Zemeckis (1997), che uscì al cinema esattamente vent’anni dopo Incontri ravvicinati e intendeva proporre, apparentemente, una versione “scientifica” del primo contatto, sulla scorta dell’omonimo romanzo di Carl Sagan, astrofisico, scettico e divulgatore di enorme successo. Apparentemente, perché tra i due film c’è un importante punto di contatto. Claude Lacombe, il personaggio interpretato da François Truffaut in Incontri ravvicinati, lo evidenzia bene: “Queste persone sono venute qui da tutto il Paese nonostante gli fosse stato detto che mettevano in pericolo le loro vite. Perché? Questo piccolo gruppo di persone condividono una visione comune. Guardate. È ancora un mistero per me perché sono qui. Anche loro non sanno perché”. Durante l’interrogatorio di Roy (Richard Dreyfuss), il tema ritorna. “Che cosa cercate?”, chiede Lacombe. E Roy gli grida: “Una risposta!”. Roy, Jillian e gli altri sono stati in contatto con le entità aliene, e inconsciamente ne seguono le volontà: sono spinti a recarsi alla Torre del Diavolo, l’iconica montagna del Wyoming, perché quando l’hanno vista in televisione hanno capito che quell’immagine scolpita nelle loro menti corrisponde alla montagna. Il loro è un puro atto di fede, come quello degli indiani che hanno ascoltato “il Sole cantare” e ripetono come un mantra le note che il compositore John Williams renderà universamente note come l’inno degli extraterrestri. Note che Lacombe, frastornato, fa registrare dai suoi collaboratori, per poi farle ascoltare agli azzimati delegati delle Nazioni Unite, la cui reazione è una spontanea standing ovation. Di fronte all’entusiasmo del primo contatto, non c’è ragione che tenga.

I want to believe
Se l’elemento che assicurò il grande successo di pubblica del film di Spielberg fu quello di immaginare la musica come l’alfabeto comune tra noi e gli alieni, il tema portante che ha resistito al passaggio degli anni è un altro: I want to believe, per dirla con X-Files. Con buona pace di Sagan, anche il Contact di Zemeckis gioca tutto su questo versante: quando Ellie Arroway (Jodie Foster), di fronte alla commissione d’inchiesta che mette in dubbio la veridicità della sua incredibile testimonianza del primo contatto, è messa di fronte all’evidenza di non avere prove a sostegno delle sue asserzioni, deve ammettere che da scienziata deve dar loro ragione. “Ho avuto un’esperienza… Non posso provarla, non posso nemmeno spiegarla, ma tutto ciò che sono come essere umano mi dice che è stata reale! Mi è stato dato qualcosa di meraviglioso, qualcosa che mi ha cambiato per sempre… Una visione dell’universo che ci dice, innegabilmente, quanto piccoli e insignificanti e quanto rari e preziosi noi siamo! Una visione che ci dice che apparteniamo a qualcosa che è più grande di noi stessi, che nessuno di noi è solo!”. Il volto del reverendo Joss (Matthew McConaughey), con cui Ellie ha avuto una relazione, a queste parole s’illumina, perché capisce che la sua descrizione corrisponde a quella di un’esperienza mistica, di chi ha visto il volto di Dio. Nonostante tutto il suo scetticismo e tutti i potenti mezzi della scienza, Ellie deve riconoscere che il primo contatto è stato in sostanza un atto di fede. E la stessa cosa torna anche in Arrival: mentre le potenze del mondo si preparano ad abbattere le astronavi aliene con cui non si riesce a stabilire un contatto, Louise (Amy Adams) telefona al comandante in capo dell’esercito cinese e gli chiede di fermare tutto pronunciando le stesse parole sussurrate dalla moglie di lui in punto di morte, parole che il generale rivelerà a Louise solo nel futuro. Entrambi si basano su un puro atto di fede per stabilire il dialogo che consentirà all’umanità di comprendere infine il messaggio degli alieni.

Questo leitmotiv, insomma, non ci abbandona, e rappresenta l’aspetto più vivo e contemporaneo di Incontri ravvicinati, nonostante i quarant’anni passati dalla sua uscita. Nell’immaginario fantascientifico, il ruolo della fede nel contatto alieno, e nella civiltà extraterrestre portatrice di doni per l’umanità, persiste nel tempo a dispetto dei progressi che compie la ricerca scientifica di intelligenze altrove nell’universo. La grande intuizione di Spielberg fu di trasformare l’extraterrestre nella versione moderna, scientifica di Dio, che parla agli uomini attraverso apparizioni e miracoli. La nave-madre degli alieni appare in una nuvola di fuoco sopra una montagna, esattamente come Dio apparve per la prima volta a Mosè. Se questa intuizione è ancora oggi valida, è perché attinge in fondo dal nostro immaginario collettivo: Dio può anche essere morto, ma siamo pronti a sostituirlo con E.T.

Visioni
  • Denis Villeneuve, Arrival, Sony Pictures Home Entertainment, 2017.
  • Robert Zemeckis, Contact, Warner Home Video, 2009.