Il barone svizzero, l’aragosta
e il dilemma dell’identità


È una ben strana storia quella raccontata dall’elvetico Stéphane Goël nel documentario Insulaire, proposto al Bergamo Film Meeting 2019 per Visti da vicino, la sezione dedicata ai film documentari, corti, medi e lunghi, solo produzioni indipendenti provenienti dal panorama internazionale e tutti inediti in Italia.
È una storia che parte abbastanza indietro nel tempo e arriva lontano dal suo punto di partenza: la Svizzera. È la storia di un’isola e dei suoi abitanti, l’isola Más a Tierra situata a circa 670 chilometri a ovest della costa cilena, una delle tre (Más Afuera e Santa Clara le altre) più uno sciame di isolette ancor più piccole che formano l’arcipelago Juan Fernández, dal nome del suo scopritore. Isole vulcaniche, in gran parte decisamente brulle. Más a Tierra è l’unica abitata: meno di novecento anime.
L’isola ha anche un altro nome: Robinson Crusoe, così venne ribattezzata ufficialmente nel 1966. Lo deve al fatto di essere quel piccolo pezzo di terra dove abitò dal 1704 al 1709 l’originale Crusoe, ovvero il naufrago scozzese Alexander Selkirk (quello stesso anno Más Afuera divenne Isola di Selkirk), su cui Daniel Defoe basò la nota vicenda romanzata. È un’isola speciale, come tutte le isole, ma in questo caso la sua differenza consiste nell’essere in un certo senso ai confini della realtà, una terra di mezzo tra la letteratura e la geografia, tra la finzione dichiarata e la tecnica con cui raccontiamo la nostra conoscenza del pianeta.

D’altronde c’è isola e isola. Le isole in genere sono circondate dal mare, ma se dalla geografia ci inoltriamo nella metafora, scopriremo che non sempre è così. Il passaggio lungo il quale transitiamo si chiama identità e una volta avvistato potremo scorgere intorno a noi altre isole chiamate comunità, nazioni, popoli e via dicendo; come tutte le isole alcune di queste sono particolarmente isolate e difficili da raggiungere, altre più ricche di approdi, ospitali e inclini allo scambio. La Svizzera di sicuro rientra tra le prime, così ben protetta dalle Alpi, al sicuro dalle più recenti invasioni barbariche e dalle guerre, adagiata sul suo benessere economico, la cui sola esistenza diffusa per un popolo di montanari e pastori testimonia, solo in parte involontariamente, la dimensione magica del Capitale.
Nonostante ciò, gli svizzeri sulla propria identità si interrogano eccome. Quell’esemplare romanzo, Stiller, scritto dallo zurighese Max Frisch nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, poneva domande ancora lì in attesa di risposte. C’era l’enigma dell’identità al centro della storia: un tale, proveniente dal Messico, un cittadino statunitense, un certo Mr. White, viene fermato per un controllo del passaporto al confine, mentre in treno sta per lasciare la Confederazione. Identificato come Anatol Ludwig Stiller, cittadino elvetico scomparso nel nulla circa sei anni prima viene arrestato. Seguirà un’indagine, o meglio seguiranno reiterati tentativi di far ammettere a Mr. White di essere Stiller, perché di questo sono tutti convinti, tranne lui, Stiller/White.
Da allora molti Stiller si aggirano inquieti tra quelle valli, forse tutti gli svizzeri sono un po’ Stiller, ma forse non è lì che va cercata, quantomeno tentato di ottenere una risposta, ma molto, davvero molto più lontano.

Così deve aver pensato Goël quando ha deciso di girare Insulaire. Lì si è diretto per cogliere meglio il senso dell’identità, portando alla ribalta una vecchia storia per certi versi assai nota e per altri meno. Il perché è presto detto. Dagli anni di Selkirk occorre spostarsi avanti fino al 1877, quando un giovane aristocratico di Berna, Alfred von Rodt, se ne andò su quest’isoletta sperduta, o giuridicamente appartenente al Cile, abitata solo da uccelli e leoni marini. Missione: fondare una colonia con il beneplacito delle autorità cilene (l’isola non ospitava alcuna popolazione indigena).
Nei ventotto anni del suo “piccolo regno”, von Rodt avviò varie attività e commerci, allestì diversi progetti, tutti regolarmente falliti, à la Bouvard e Pécuchet per intenderci.
Il vero lascito sono i suoi discendenti, gli isolani, meno di 900 persone, né cileni, né svizzeri, orgogliosi della loro identità al punto da osteggiare qualsiasi arrivo dall’esterno, fedeli al mandato che il barone affidò loro: nutrire un amore incondizionato per la loro piccola terra. Sembra una finzione, con Klaus Kinski a interpretare il barone, in un certo senso folle per sua stessa confessione, ma non lo è; d’altra parte siamo pur sempre sull’isola di Crusoe. E quale identità tutelano? Goël cerca risposte e scava nella vita quotidiana di questa piccola comunità.
Parlano lo spagnolo, si dedicano a caccia e pesca, quest’ultima soprattutto, pesca di aragoste, l’unica vera risorsa dell’isola, assai più numerose degli abitanti dell’isola. In giro ci sono cani che oziano. C’è un ristorante che si chiama – come altrimenti? – Baron de Rodt Restaurant. Anche loro si pongono delle domande, una soprattutto, “perché vivere in questo posto così diverso da tutto il resto del mondo, un punto così piccolo da non esserci nemmeno sulle mappe?”. La vita lì è semplice e cruda. Vigono riti d’iniziazione per il passaggio all’età adulta. Altro non è la scena dedicata alla caccia al coniglio che coinvolge un bambino che impara a sparare ed eviscerare la preda.

Il racconto orchestrato da Goël, complice una splendida fotografia e un bel commento sonoro (musica originale di Sara Oswald), si sviluppa lungo due direttrici: da un lato le testimonianze dirette degli isolani in spagnolo, dall’altro la voce fuori campo dell’attore Mathieu Amalric (visto di recente nel film su Van Gogh) che legge in francese un testo scritto dal drammaturgo, sceneggiatore e giornalista Antoine Jaccoud basandosi sulle lettere del barone von Rodt (da qui il francese, il barone, come si è detto, arrivava da Berna), dando voce, seppure spettrale, al re dell’isola.
Le isole, lo si è detto, sono il prototipo della singolarità della differenza: c’è isola e isola.
Alcune sono luoghi leggendari, un tempo creduti reali, davvero segnati sulle mappe. Su un’isola c’è stato chi vi ha collocato l’Eden, l’isola di San Brandano, oppure l’Isola dei Beati, talvolta confusa con la prima. Taluni la indicarono alla latitudine dell’Irlanda, altri molto più a Sud dalle parti delle Canarie, e scivolando verso l’Equatore cambiò anche nome: Isola Perduta (cfr. Eco, 2013). Eden profano è quello di Utopia, l’isola descritta da Thomas More. Altre sono luoghi della fantasia, pura immaginazione, esistono solo tra le pagine dei libri, oppure sugli schermi grandi e piccoli. È qui che spicca per eccellenza l’isola di Robinson Crusoe. Sul quel modello è disegnata anche l’isola di Cast Away di Robert Zemeckis, mentre ha più una natura magica, quasi un essere senziente come il pianeta Solaris, l’Isola di Lost. Siamo sempre nel Pacifico dove c’è l’ombelico del mondo, l’Isola di Pasqua, isola fertile per l’immaginazione, al punto da ritenerla anche punto di passaggio per visitatori dallo spazio.

A modo suo l’isola di Robinson Crusoe si colloca in questa costellazione di punti immaginari, in parte fatti di materia fisica in parte di quella di cui sono fatti i sogni, in questo caso quello di un europeo, forse l’ultimo dei colonizzatori e del suo laboratorio sociale. Ciò che resta è un pugno di vite circondate dal grande oceano, distanti una misura immisurabile dalle origini, che si difendono a ogni costo dall’esterno, dai “plasticos” quelli che arrivano dal continente, così indicati perché preferiscono la plastica alla ceramica.
Nel 2010 uno tsunami si abbatté sull’isola. Goël ha inserito immagini di repertorio mostrando i villaggi distrutti, i detriti che hanno invaso il territorio. Considerate le misure dell’isola e della sua popolazione, è una rappresentazione quanto mai attendibile dell’apocalisse. Una volta di più, di fronte a un evento così catastrofico arrivato dall’esterno, gli abitanti dell’isola si sono interrogati sulla capacità di tenuta dell’isola nei confronti di un possibile sovrappopolamento che minerebbe la capacità dell’isola di generare risorse sufficienti. Cosicché all’ordine del giorno pongono la questione di regolarizzare l’immigrazione! Chi sono gli svizzeri? La questione rimane insoluta.

Di sicuro ora siamo a conoscenza del fatto che parlano quattro lingue e non tre. Sappiamo che valligiani, montanari e insulani condividono una medesima visione del mondo, dell’interno e dell’esterno, ma che cosa e in che modo osservino per trarne identiche conclusioni resta un mistero e questo vale non solo per gli svizzeri. Dobbiamo forse iniziare un nuovo viaggio, magari in Scozia, nella patria di Selkirk? “È buio fitto per gli uomini la mente degli dei” (AA.VV., 2018) diceva Solone, figuriamoci quella degli uomini stessi.
Gran finale con la commemorazione del barone de Rodt, ormai nell’immaginario dei residenti una via di mezzo tra Guglielmo Tell e il Cesare del pianeta delle scimmie. Si ascolta l’intervento dell’ambasciatore elvetico mentre sventolano i vessilli cileni e quelli svizzeri e i cani gironzolano felici: “Alfred von Rodt apporta beaucoup à l’identité dell’île – dice –. Voilà pourquoi cette identité contient beaucoup de la culture suisse”.
Poco prima si è ammirata una dozzina impettita di militari mentre esegue il presentat’arm: è il battaglione Robinson Crusoe.

Letture
  • AA.VV., I lirici greci, a cura di Simone Beta, Einaudi, Torino, 2018.
  • Umberto Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano, 2013.