Estro e stravaganze
con variazioni

Polistrumentista e compositore britannico nato a Plymouth nel 1937 e da molti anni residente in Germania, Bob Downes continua con gran determinazione a tener viva l’attenzione su di sé e a sfornare nuovi lavori. Ostinato e indifferente alle mode e a un incomprensibile ostracismo da parte dei media specializzati, anche da chi tra questi si picca di monitorare con certosina puntualità le tendenze più singolari o estreme dell’ancora fiorente scena sperimentale d’oltremanica. Dopo lo stupefacente, in tutti sensi, lavoro pubblicato due anni fa dalla casalinga Openian che lo vedeva svariare con gli Alphorn Brothers, un trio di suonatori di corno alpino (aerofono utilizzato dalle Alpi francesi ai Carpazi), eccolo di nuovo in pista con It’s a Mystery, raccolta di dodici registrazioni inedite che coprono un ampio arco temporale, compreso tra il 1970 e il 2004. A rendere finalmente giustizia all’estro di Downes ci ha pensato la ReR Megacorp di Chris Cutler, etichetta-santuario di musiche coraggiose e indipendenti in attività dal 1978, e chissà se questa volta, visto l’imprimatur dell’occhialuto ex Henry Cow, il nome di Downes cominci a essere riconosciuto almeno dagli addetti ai lavori.

Pur non provenendo da ambienti classici o colti (il suo esordio avviene agli inizi degli anni Sessanta nei John Barry 7; sì, proprio la band del famoso compositore noto soprattutto per aver composto le colonne sonore di dodici film dedicati alle gesta di James Bond, dove tra gli altri militava un altro futuro protagonista minore della scena jazzistica inglese, il chitarrista Ray Russell) Downes entra ben presto a far parte della folta schiera degli improvvisatori e innovatori tout court che gravitavano su Londra nella seconda metà di quel decennio.
Una scena ben tratteggiata sul piano storico-musicale in una raccolta curata nel 2001 da David Toop, Not Necessarily “English Music”. A collection of experimental music from Great Britain, 1960-1977, che include nomi come AMM, Spontaneous Music Orchestra, Derek Bailey, Frank Perry, The People Band, John Stevens, Steve Beresford, Cornelius Cardew, Evan Parker, Paul Lytton, Mike Cooper, The Scratch Orchestra e molti ancora. Tutti artefici di una caleidoscopica miscellanea di altre musiche: dalle colonne sonore per installazioni artistiche o per performance, all’elettronica, all’improvvisazione radicale o all’etno jazz.

Selezione variegata per un ritratto a tutto tondo
Dream Journey, composizione scritta da Downes nel 1968 per una compagnia di danza contemporanea della capitale, il Rambert Ballet, e che vede tra i musicisti del suo collettivo denominato Open Music un giovanissimo John Stevens alla batteria, è uno dei manifesti più interessanti della tensione creativa che riverberava tale scena, definita da autorevoli critici e opinionisti la seconda età d’oro della musica inglese (la prima è quella del cosiddetto “soave Seicento” con Henry Purcell, John Dowland, Orlando Gibbons e William Byrd). Qui Downes, dividendosi tra flauti, sax tenore e voce, riesce a creare un’inquieta e inquietante trama sonora e un crescendo drammatico grazie a un intelligente, e diremmo oggi “atmosferico”, gioco timbrico con piatti e percussioni in grande evidenza. Parliamo di Dream Journey perché è una delle chicche contenute in It’s A Mystery, oltre a essere il brano di maggior durata della raccolta: oltre venticinque minuti. Si tratta di un alternate take di uno dei primi lavori che Downes diede alle stampe a proprio nome nell’ormai lontano 1970 e che venne pubblicato dalla Philips (l’album è Open Music). Non meno seducente è Imminent Danger, a metà tra un brano di musica d’avanguardia e la colonna sonora di un film di 007, eseguita dalla wind orchestra di 65 elementi di Gshwend, cittadina del Land del Baden-Württemberg in Germania, dove oggi vive il compositore. In Imminent Danger l’approccio di Downes ricorda quello di un altro grande talento protagonista nella Londra alternativa, il compianto Lol Coxhill, sempre pronto a improvvisarsi direttore d’orchestra di improbabili collettivi popolari. Tra le improvvisazioni che costellano la raccolta meritano una citazione Space Out, registrata nel 1971, che lo vede cimentarsi in un’esecuzione al flauto alto con il supporto rumorista del motore di un affettatore elettrico di uova, e Surprise Encounters, risalente al 1976, con Downes sempre al flauto e Timothy Kramer al violoncello. Da segnalare, infine, una sorta di antefatto al disco con l’Alphorn Trio: l’oscura Night Fear, datata 2004. Bellissima la foto di copertina, scattata dallo stesso Downes, raffigurante la caldaia arrugginita di una vecchia nave abbandonata su una spiaggia della Cornovaglia.

It’s A Mystery ha il merito di svelare l’anima più profonda e oscura di un improvvisatore sfaccettato sempre pronto a sfidarsi, cambiando però continuamente il terreno di gioco: dal blues-rock elettrico dei primi lavori fino alla musica ambient e meditativa degli anni Novanta con la serie The Inner Universe. Per non parlare del lato sperimentale e, forse, più autentico svelato da Cutler proprio in questa raccolta quanto mai opportuna.

Ascolti
  • AA.VV, Not Necessarily “English Music”: A Collection of Experimental Music from Great Britain, 1960– 1977 (a cura di David Toop), allegato a Leonardo Music Journal, Volume 11 (Not Necessarily “English Music”: Britain’s Second Golden Age), 2001.
  • Bob Downes, Open Music, Esoteric Recordings, 2010.
  • Bob Downes Open Music, Bob Downes and The Alphorn Brothers, Openian, 2015.
Letture
  • David Toop. Not Necessarily Captured, Except as a Fleeting Glance (cd companion introduction), Leonardo Music Journal Volume 11, 2001.
  • Nicolas Collins, Not Necessarily English Music: Britain’s Second Golden Age (Introduction), Leonardo Music Journal Volume 11, 2001.