È sempre più radioso
il passato che verrà

Dire cinema di fantascienza in Italia equivale a dire Trieste Science+Fiction Festival, un po’ come leggere fantascienza significa dire Urania. Divenuta oramai rassegna per antonomasia, anno dopo anno, in virtù della qualità (e della quantità) della selezione annuale, la manifestazione triestina è un osservatorio privilegiato su quanto accade nella cinematografia internazionale dedicata alle narrazioni fantastiche e la 17a edizione (31 ottobre – 5 novembre 2017) ha fornito puntualmente un quadro convincente dello stato dell’arte del genere.
I film in rassegna hanno proposto figure immancabili, dai non umani (robot, androidi, alieni) ai viaggiatori nel tempo, hanno disegnato paesaggi familiari, come le apocalissi e le invasioni, in un alternarsi di temi e registri narrativi, ora avventurosi e drammatici, ora ironici e disincantati, non sottraendosi alla mescola dei generi, al citazionismo e al tema del momento: l’intelligenza artificiale. Per tutti i titoli in programma è valso il doppio impegno di intrattenere il pubblico e al tempo stesso di confrontarsi, in qualche modo, con il presente e il futuro del genere stesso, ormai storicamente alla ricerca di una nuova, o quantomeno rinnovata identità dopo la “lenta cancellazione del futuro” (Berardi, 2013), per usare le parole di Bifo. Quel futuro che per il moderno è stato obbligatorio progettare e sognare e di cui, di pari passo, la fantascienza ne ha celebrato i fasti ipotetici e le sciagure possibili. Una volta liquidato il futuro, azzerato l’orizzonte del progresso in tutti i campi, scientifico e sociale soprattutto, anche le narrazioni d’anticipazione ne hanno dovuto tener conto.

La svolta epocale in una data fatidica
L’anno di grazia, o meglio l’anno zero è stato il fatidico 1984, che vide non tanto l’avvento della distopia orwelliana, quanto l’uscita di Neuromante di William Gibson, prima schietta e radicale opera cyberpunk. La peggiore delle distopie della fantascienza si era avverata: quella riguardante il genere stesso, condannato a dissolversi nel reale, anzi nel virtuale. Soltanto pochi anni prima Darko Suvin aveva prodotto uno degli studi più poderosi sul genere, Metamorphoses of Science-Fiction: On the Poetics and History of a Literary Genre, apparso in Italia sei anni dopo con il titolo Le metamorfosi della fantascienza. Vi formalizzava una chiara premessa assiomatica: “la fantascienza si distingue attraverso il dominio o egemonia narrativa di un «novum» (novità, innovazione) finzionale convalidato dalla logica cognitiva” (Suvin,1985, corsivo dell’autore). Invece, come d’incanto, la medesima magia così ben funzionante nel fantasy, al punto che iniziò a sorpassare la science fiction proprio in quel decennio, il reale prese il sopravvento, in un singolare intreccio di tecnologia, comunicazione e consumo; una vera nuova ondata che sommerse tutto e tutti e dalla quale nessuno più è tornato completamente a galla, non solo la fantascienza.
Una delle più convincenti vie d’uscita all’impasse del genere, altrimenti condannato a una sterile riproposizione di sé stesso, venne intrapresa dallo stesso Gibson e dal sodale Bruce Sterling. Quasi d’istinto i due produssero un anticorpo chiamato steampunk, messo nero su bianco nel romanzo La macchina della realtà, un cocktail mix, analogo a certe operazioni di sampling in musica diffusesi negli anni Novanta, che miscelavano epoche e civiltà dando luogo a inediti presenti.
Era il 1990 e da allora, la fantascienza ha iniziato un nuovo percorso, affine a quello di tutte le arti, trovando nuova linfa (c’è chi, per esempio, ha parlato di anti science fiction, di science fantasy, meta-science fiction e comic science fiction e oggi siamo al new weird), riformulandosi, non tanto affidandosi alle sue (presunte) capacità predittive, all’essere dispositivo generatore di futuri, quanto agendo sul passato. Sul proprio passato in particolare, in quell’immaginifico serbatoio di figure e di situazioni in grado di prefigurare tutti i tempi possibili, dando luogo al paradosso principe per un genere come la fantascienza: la nostalgia del futuro. Ripartendo anche dalle origini, dal gotico, dalla prima creatura schiettamente fantascientifica, quale è quella costruita dal dottor Frankenstein; quel romanzo che l’intellettuale francese Jean Gattégno indicò in un saggio del 1977 come “il primo testo narrativo che utilizza l’impulso d’una scienza in piena espansione per lanciare il suo intrigo” (Gattégno, 2016). Ogni azione prometeica una volta intrapresa in seguito ne paga il fio e da allora la fantascienza ha scodellato innumerevoli esempi di creature che sfuggono ai loro creatori, agli apprendisti stregoni, che come dèi regnano sulla materia, dagli ibridi del dottor Moreau in poi. È uno dei classici della fantascienza, addirittura il più antico a voler concordare con Gattégno, e forse per questo tra gli oggetti privilegiati nelle operazioni di recupero, di omaggio e di ripresa a vari gradi di nostalgia nelle narrazioni contemporanee. Il programma del TSFF ne ha proposte diverse di queste operazioni tutte agenti, per così dire, nella modalità nostalgica.

Tre divagazioni su un motivo ricorrente
Dentro uno scenario di controllo e società concentrazionaria si svolge Science Fiction Volume One. The Osiris Child dell’australiano Shane Abbess, proiettato in anteprima italiana. Lo scenario è classicissimo: un pianeta tra i tanti che un’evolutissima civiltà umana ha colonizzato, per farne anche un carcere di massima sicurezza. Qui si incontrano il tenente Kane Sommerville, al servizio di un’azienda appaltatrice dell’esercito, la Exor, e un evaso, tale Sy Lombrok. Sul pianeta infatti è in corso una violenta rivolta e Kane è ritornato per salvare la sua figlioletta, che aveva lasciato per motivi di lavoro. Missione di salvataggio avventurosa che si intreccia con l’intenzione della stazione orbitante di distruggere il pianeta e con l’entrata in scena di creature mostruose tenute in cattività nel carcere e che si liberano approfittando del grande caos. In realtà, i mostri sono frutto di esperimenti su esseri umani contro i quali finiranno per rivoltarsi, massacrandoli. Salvo trovare nel finale una singolare eccezione. La ricetta è classica, includendo mostri, astronavi, villain e reietti/eroi di un altro pianeta, la morale è aggiornata, perché prefigura un sodalizio tra il vecchio mostro e una nuova generazione di umani: la piccola Indi, la figlia di Kane. Quindi, dapprima i mostri sfuggono al controllo dell’uomo che ne è l’artefice e successivamente si ricrea il sodalizio per libera scelta del mostro.

Si torna sulla Terra con Beyond Skyline, sequel del precedente Skyline. Il regista è sempre lo statunitense Liam O’Donnel, anche gli alieni conquistatori senza pietà del nostro pianeta sono gli stessi, ma qui si chiarisce meglio la dinamica dell’asservimento e si ribalta la logica di fondo: la creatura che sfugge al controllo del suo creatore è un umano mutato dall’alieno ed è contro questi che si ribella. In campo anche in questo caso alcuni evergreen del genere: un’incredibile, maestosa e quasi invincibile astronave aliena, un nemico implacabile e sanguinario, dei mostri frutto di tecnologia malvagia, uno sparuto gruppo di difensori dell’umanità, capitanati dal detective di Los Angeles Mark Corley, che trova il sostegno in Indonesia di guerriglieri battaglieri e cultori di arti marziali. Il tutto coadiuvato da effetti speciali di ottima fattura e non gratuiti, oltre che da un ritmo martellante quanto basta. Due esempi di cinema di genere che oltre ad aver per fine quello di intrattenere, fanno sì che sia proprio l’ingrediente più stagionato a rendere fresco il prodotto.

Nostalgia come motore per nuove avventure. Se poi si aggiunge anche la dichiarata dedica d’amore per il genere, allora il cerchio si chiude del tutto. Se poi l’omaggio riguarda i B-movie degli anni Cinquanta siamo di fronte a un vero trionfo del tempo perduto e ritrovato. Tanto più se l’omaggio è a qualcosa che a sua volta era già stato un omaggio. È quello che succede nel film del finlandese Marko Mäkilaakso, It Came from the Desert, che riparte dal punto in cui si era attestato l’omonimo videogame sviluppato dalla Cinemaware negli anni Ottanta in primis per Amiga: creature mutanti, formiche divenute giganti a seguito di radiazioni emanate da un meteorite piombato sulla Terra, nel Nevada. Il gioco si spostava di poco, rispetto a un film come Them! del 1954 che vedeva sempre delle formicone in azione, ma nel New Mexico, creature mutanti sempre a causa di radiazioni, una delle numerose pellicole che affidava agli insetti il ruolo di portavoce del terrore per il nucleare di quegli anni. Una variante dei mostri dagli occhi d’insetto, i BEM (Bug-Eyed Monster) che avevano già invaso ripetutamente il nostro pianeta dalle pagine dei pulp degli anni Trenta.
In questa matrioska di citazioni, il film di Mäkilaakso, che ritorna nel New Mexico, prende gli elementi portanti per farne motivo di affettuoso omaggio, di divertito sfottò e di citazionismo tanto sfrenato quanto scevro da intellettualismi. Protagonisti sono dei giovani, come teen erano i lettori dei pulp, al pari degli avversari, le disgustose formiche giganti, frutto questa volta di esperimenti andati a male e dunque ancora una volta di creature sfuggite al controllo dei loro artefici.
Operazioni nostalgiche? Sì.
Fantasmi del passato che ritornano? Sì, ma in qualche modo si tratta di film che sono tutti annoverabili come spettri benigni, come avrebbe detto Mark Fisher; magari non forieri di un generale nuovo tempo a venire, ma almeno di una buona novella. Di fantascienza, ovviamente.

Letture
  • Franco Berardi (aka Bifo), Dopo il futuro. Dal Futurismo al Cyberpunk. L’esaurimento della Modernità, DeriveApprodi, Roma, 2013.
  • Jean Gattégno, 1818, in Europe, Revue littéraire mensuelle, 1977, traduzione parziale in Quaderni d’Altri Tempi, settembre 2016.
  • Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, il Mulino, Bologna, 1985.