Spezzare il silenzio
in una società bianca

Igiaba Scego (a cura di)
Future. Il domani narrato
dalle voci di oggi
effequ, Firenze, 2019
pp. 221, € 15,00

Igiaba Scego (a cura di)
Future. Il domani narrato
dalle voci di oggi
effequ, Firenze, 2019
pp. 221, € 15,00


Il titolo dell’antologia pubblicata per effequ, Future, contiene tre elementi centrali nel volume: soggetti parlanti, tema e prospettiva. Nelle parole di Igiaba Scego, curatrice della raccolta, Future sono infatti le “giovani e meno giovani donne italiane di origine africana” che “hanno preso in mano una penna” per parlare di futuro, e ancor più per proiettare sé stesse nell’Italia del futuro. È una declinazione femminile e plurale quella che il titolo suggerisce, perché femminile e plurale è la prospettiva che questo libro intende veicolare: “non esiste una singola «afroitalianità» ma una molteplicità di esperienze che convergono intorno a una serie di soggettività e lotte condivise”, come afferma Camilla Hawthorne nella prefazione.
I testi delle undici autrici afroitaliane che hanno contribuito alla raccolta si caratterizzano per una notevole varietà di stili narrativi, forme e generi letterari di riferimento: racconti dal sapore di un memoir o di vere e proprie narrazioni autobiografiche si alternano a sperimentazioni che spaziano dal racconto storico a quello fantascientifico e distopico, dal saggio biografico al manifesto politico generazionale.

Le immagini sono lavori dell0 street artist irlandese Eoin O Connor. 

In questa polifonia è però possibile individuare un filo conduttore, uno scopo esplicito e condiviso, dichiarato da Igiaba Scego già nella prima pagina del testo: Future è “un moderno J’accuse” che prende forma “da questo presente distopico, da questa Italia distopica, dove viviamo, amiamo, mangiamo, dormiamo, piangiamo e ridiamo”.
Ragionare e scrivere di futuro, tanto dei modi in cui lo si percepisce plausibile quanto di quelli in cui lo si immagina desiderabile, significa in primo luogo effettuare una critica del qui e ora, ovvero dello spazio-tempo in cui il futuro prende forma. Ma implica anche una resa dei conti con un passato, spesso rimosso o distorto, la cui non elaborazione e non discussione sulla scena pubblica ha fondato le basi del nostro presente, rendendo meno probabili alcune traiettorie future auspicabili agli occhi delle autrici.
In questo senso, non è necessario immaginare il futuro per esplorare la distopia, Future la colloca nel presente, nell’immobilismo della società italiana, non ancora capace di considerare parte del paese i figli e le figlie dei migranti; non ancora in grado di mettere in discussione la whiteness che la caratterizza. Igiaba Scego, dodicesima voce che introduce e accompagna le autrici dell’antologia, ne fornisce un affresco nella sua nota introduttiva:

“Oltre al razzismo istituzionale fatto di leggi e porti chiusi, parole volgari e razzismo a buon mercato, quello che mi preoccupa sempre di più è la barriera tra noi e loro che vedo quotidianamente palesarsi dagli uffici pubblici agli enti formativi. La nostra scuola, la nostra università, la nostra letteratura, la nostra politica è bianca. È raro trovare un professore universitario afrodiscendente, un maestro di scuola musulmano, una scrittrice di origine cinese, una banchiera che viene dal Bangladesh”.

Rispetto a tali scenari, le autrici del volume condividono l’idea che la critica e la denuncia non siano sufficienti: non basta cioè individuare ed esplicitare ciò che nella società italiana non funziona. L’orientamento al futuro consente un passaggio successivo, che riguarda il campo dell’immaginazione e delle possibilità. Se l’immaginazione, in quanto “pratica sociale”, è precondizione dell’azione (Appadurai, 1996), immaginare, e narrare di conseguenza, significa anche porre le basi per costruire una società diversa. Ed ecco allora il senso del sottotitolo, Il domani narrato dalle voci di oggi, che mette in campo una circolarità temporale di cui occorre tenere conto.

Distopie presenti e passati taciuti
Elemento trasversale a diversi racconti è il “peso della melanina” (Fanon, 1952) che trapela dallo sguardo della società italiana e che nelle esperienze di alcune narratrici si traduce nell’impossibilità di essere considerate anche italiane.
Così, attraversata in aereo la frontiera fisica del Sahara e del Mediterraneo, si può scoprire l’esistenza di un’altra frontiera: “spessa meno di due millimetri, densa e oscura come la selva dantesca: la nostra pelle nera, limes fitto che divideva i superiori esseri umani dagli inferiori primati in cui ci saremmo trasformate” si legge nel racconto Nassan tenga di Leaticia Ouedraogo; frontiera immateriale, ma dagli effetti estremamente concreti, eretta dai “presbiti e miopi epidermici” i cui commenti e domande improbabili sono intrisi di stereotipi sessisti e razzisti; di stampo coloniale, verrebbe da dire.

C’è chi, trasferendosi in Olanda da Milano per migliorare la propria posizione lavorativa e vivere la cosiddetta international experience che accomuna tanti giovani italiani, si rende conto che “expat se sei nera si dice refugee” (Addes Tesfamariam in La maratona continua). Si capisce allora che certe esperienze, come la migrazione intra-europea di giovani qualificati, sono pensate come esperienze per europei. E gli europei sono bianchi. E ancora, ci si può trovare coinvolte in una paradossale conversazione con un poliziotto all’aeroporto di Luanda che, per giustificare un malfunzionamento nel sistema di riconoscimento facciale, spiega come quest’ultimo si serva della “scala di Fitzpatrick che riconosce tipologie di pelle che vanno dal tipo I al tipo VI. La sua è una pelle di tipo V, come la mia, quindi non rientra tra le prime tipologie che la macchina riconosce in automatico” (Alesa Herero, Eppure c’era odore di pioggia). Una pelle “non abbastanza pelle per essere automaticamente riconosciuta”, conclude tra sé e sé Matimba, protagonista del racconto.
Episodi analoghi attraversano diverse delle narrazioni che compongono l’antologia e possono essere interpretati come esperienze di “razzismo quotidiano” (Essed, 1991), nelle quali non solo ci si trova a essere oggetto di razzismo, ma bisogna anche fronteggiare l’incapacità di riconoscere come tali delle pratiche che sono razziste da parte di chi le mette in atto. Bisogna, cioè, combattere la negazione stessa del razzismo. Piuttosto che percorrere questa strada, talvolta appare più semplice accogliere l’ingiunzione alla normalizzazione che proviene dalla società circostante e che spesso implica una negazione, se non una repressione, delle proprie origini:

“Sono stata cresciuta perché fossi normale tra i normali, proprio come mio padre, nonno e zie non avevano potuto essere. Per una vita intera sono cresciuta senza avere un passato. Hanno preferito tacerlo piuttosto che consegnarmi un passato nero. Eppure ho ereditato un cognome di origini schiavili”
(Marie Moïse, Abbiamo pianto un fiume di risate).

La dimensione temporale del passato, biografico e collettivo, e la necessità di ri-conoscerlo e rinarrarlo, è un altro elemento trasversale della raccolta, spesso introdotto attraverso un espediente narrativo estremamente efficace: il rapporto tra generazioni, madri e padri migranti e figlie e figli che si sono trovati “in mezzo. Incastrati nelle crepe lasciate sul suolo dal terremoto della migrazione” (Ouedraogo, Nassan tenga). Un rapporto generazionale che spesso si articola sul non detto, su storie non raccontate, genealogie sconosciute e nomi non attribuiti, perché si vive in una società in cui alberi genealogici poligami creano scalpore (Leila El Houssi, L’incanto della memoria); in cui il nome degli antenati non viene dato ai propri figli per evitare ai bianchi il fastidio di impararlo (Djarah Kan, Il mio nome); in cui “l’opposto della normalità bianca è il fallimento” e “ammalarsi è stato il modo migliore di resistere a una società che impone un insalubre e unico modo di essere sani” (Moïse, Abbiamo pianto un fiume di risate).

Una società, quella italiana, in cui le biografie generate dall’ “amore ai tempi delle colonie”, appaiono inevitabilmente segnate da violenza, oppressione e rimozione (Angelica Pesarini, Non si intravede alcuna speranza).
L’Italia raccontata dalle donne Future è un’Italia distopica nella misura in cui la visibilità della pelle nera, e l’incapacità di vedere il bianco come colore della pelle, mostrano che il razzismo biologico non è questione che ci siamo lasciati alle spalle con gli orrori del primo Novecento.

Quali futuri?
L’impossibilità di raccontarsi se non a partire dal razzismo, che produce un senso di non riconoscimento nella vita di tutti i giorni e una percezione di fragilità delle proprie origini, genera necessariamente un quesito: quale futuro si può immaginare dalle posizioni in cui si trovano le donne afroitaliane?
Una risposta possibile è data dal racconto che chiude la raccolta, Lamiere di Esperance H. Ripanti, in cui l’autrice indica l’estate del 2018, quella in cui sono stati uccisi o attaccati Soumaila Sacko, Idi Diene, Assane Diallo, Konate Bouyagui, Ibrahim Manne, come il momento cruciale in cui ha preso forma la distopia vera e propria, che nel suo racconto viene collocata nel futuro più immediato, nel 2020:

“Alla TV si sono sentite novità assurde; censimenti, controllo dei documenti, convocazioni in questura per chi fosse di origine straniera, revoca di cittadinanze senza motivazioni ben precise e strade affollate di corpi spaventati e sperduti. È successo così piano che non abbiamo nemmeno pianto”
(Esperance H. Ripanti, Lamiere).

Ma la distopia ha una funzione di warning, viene immaginata quando un’altra strada può essere ancora intrapresa. Per esempio la strada, che questo testo apre, del non rimanere in silenzio, qui e ora.  Nassan tenga, il testo forse più efficace nel tenere insieme le tre dimensioni temporali che attraversano il volume, nelle pagine finali si trasforma in un vero e proprio manifesto politico generazionale, in cui probabilmente può essere rintracciato l’intento profondo della scelta di produrre questo libro:

“Prima di pensare al futuro avevamo bisogno di impossessarci del nostro presente. Convinti che senza presente non avremmo mai avuto accesso al futuro, che sarebbe rimasto utopia. Il futuro che cercavamo era certo un’utopia, ma non cercavamo un’utopia contemplativa come quella dei nostri genitori: la nostra doveva essere attiva. […] Noi abbiamo cominciato rifiutando la loro maggiore eredità, il silenzio: espulso dalle nostre membra. […] Abbiamo iniziato a studiare da soli per liberarci dei nostri complessi. […] Volevamo abbandonare la fabbrica, i bagni di hotel, i lavandini delle cucine per superare il pregiudizio, ormai interiorizzato, sulla nostra incapacità di contribuire anche intellettualmente allo sviluppo dell’Italia”.

Il futuro è un campo di lotta, perché ciò che si ritiene plausibile possa accadere ha effetti sull’ora (Jedlowski, 2017). Perciò produrre immaginari critici che tengono insieme più dimensioni temporali è un atto di resistenza che in questo lavoro collettivo, e al tempo stesso polifonico, si mostra in tutta la sua urgenza. La nozione chiusa di italianità con la quale i soggetti narranti si scontrano è estremamente radicata nella storia italiana; una storia nella quale si sono sedimentati criteri, oggi dati per scontati, attraverso i quali si definisce chi può o non può essere considerato parte di una comunità, e dunque di tutti quei processi che costruiscono un “noi” e un “voi”. Ma tali criteri non sono immutabili e dati per sempre, al contrario possono essere messi in discussione proprio da coloro che non vi trovano spazio. Future è un passo in questa direzione:

“Il nostro rapporto con il passato, non lo vogliamo più arido e passivo, ma fecondo e conscio. Ci stiamo appropriando del diritto e del dovere di reinvenzione, della nostra voce per cambiare la narrazione […] Stiamo rileggendo per riscrivere”
(Leaticia Ouedraogo, Nassan tenga).

Letture
  • Arjun Appadurai, Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization, University of Minnesota Press, Minneapolis, 1996.
  • Philomena Essed, Understanding Everyday Racism. An Interdisciplinary Theory, Sage Publication, Newbury Park, 1991.
  • Frantz Fanon, Peau noire, masques blancs, Editions du Seuil, Paris, 1952.
  • Paolo Jedlowski, Memorie del futuro. Un percorso tra sociologia e studi culturali, Carocci, Roma, 2017.