Laddove le True Detective
diventano antropologhe

Issa Lopez (ideatrice)
True Detective: Night Country
Quarta stagione
Sei episodi
Cast principale: Jodie Foster, Kali Reis,
Christopher Eccleston, Fiona Shaw,
John Hawkes
Produzione: HBO
Distribuzione Italia: Sky Atlantic, 2024

Issa Lopez (ideatrice)
True Detective: Night Country
Quarta stagione
Sei episodi
Cast principale: Jodie Foster, Kali Reis,
Christopher Eccleston, Fiona Shaw,
John Hawkes
Produzione: HBO
Distribuzione Italia: Sky Atlantic, 2024


Nella fittizia città mineraria di Ennis, tra i ghiacci dell’Alaska settentrionale, durante il buio e gelido inverno artico, il capo della polizia locale Liz Danvers (Jodie Foster) e la poliziotta Evangeline Navarro (Kali Reis) sono di turno nel comporre l’ormai classico schema di investigazione a due motori, l’uno diverso dall’altro. Uno schema poliziottesco che ha radici antiche a Hollywood e che proprio la prima stagione di True Detective nel 2014 aveva ripreso e rilanciato con molta fortuna. L’ossessione per un vecchio caso di femminicidio irrisolto porta Navarro a collaborare con Danvers tra contrasti metodologici e scontri caratteriali.
True Detective: Night Country chiarisce fin dal titolo che si colloca nel perimetro della celebre serie tv antologica ma che non vorrebbe essere un numero quattro, piuttosto una sorta di installazione autonoma. Senza riguardo alcuno per il fan service, lo stesso Nic Pizzolatto, ideatore della prima stagione di True Detective, aveva provato radicali cambi di rotta per le stagioni due e tre. Le operazioni furono generalmente e ingiustamente sottovalutate. Proprio quando sembrava avesse trionfato l’amore per le tradizioni, ecco Night Country, ideato dalla sceneggiatrice e regista messicana Issa Lopez che viene a bussare alle porte dei cuori induriti dei fan, sicura di avere almeno un momento di ascolto per giocarsi le sue carte.
Night Country si mantiene eroicamente in bilico tra la necessità di doversi sobbarcare il rispetto per una serie di convenzioni e la volontà di proporre qualcosa di diverso e non banale. Resta lo spirito guida di Thomas Ligotti e il suo glaciale umanesimo rovesciato. Ma ci sono talmente tante di quelle riproposizioni del simbolo della spirale (la stagione uno e i suoi tatuaggi, lo stormo di uccelli notato da Rustin Cohle, il “time is a flat circle”) da far venire il dubbio che Issa Lopez voglia proprio prendersi gioco dei fan. Notevole la spirale formata tagliando la buccia dell’arancia in un’unica lunga striscia. La filmmaker messicana riesce ad allungare la vita di True Detective, rielaborando quello specifico non-so-cosa metafisico di origine ligottiana e mettendolo a confronto con la cultura dei nativi americani della punta più settentrionale dell’Alaska. Un confronto da cui gli occidentali hanno molto da imparare.

Animismo inupiat
L’agente Navarro è una nativa inupiat, un popolo legato al territorio dell’Alaska e che rientra nella più vasta galassia dei gruppi etnici inuit, da millenni stanziati in tutto il territorio nord-americano all’interno del circolo polare artico. Interessante l’etimologia della parola che designa il popolo citato in Night Country: “inupiat”, parola che deriva da iñuk (persona) e -piaq (reale), ovvero “gente reale”. Tra pietre totemiche, spiriti guida e visioni sciamaniche le persone reali di Ennis hanno spesso a che fare con individui diversamente vivi. Fantasie, sogni o allucinazioni? Manca nella diegesi una chiara affermazione di presenza o comunque una visione collettivamente condivisa del fenomeno. L’intuizione di calare la narrazione crime in un contesto etnografico caratterizzato dall’animismo inuit frutta un notevole gioco di ruoli e di sguardi che rende ambiguo qualsiasi elemento di quello che è solo apparentemente un horror soprannaturale. Nel 2000 esce quello che viene annoverato come il primo film totalmente inuit: Atanarjuat il corridore. Il plot è basato su un’antica leggenda indigena tramandata oralmente e il particolare focus etnografico è affidato al regista nativo Zacharias Kunuk che dirige attori che parlano in un dialetto inuit. La leggenda narra di un uomo che riesce a sfuggire a un tentativo di omicidio, correndo nudo tra la neve, per poi tornare a vendicarsi. Qui un riferimento alla morsa del gelo che aleggia sui territori e scivola comprensibilmente in molti miti locali. Questo primo incontro tra il cinema occidentale e la cultura inuit è segnato dunque dal freddo e mette al centro un animale umano che si spoglia dalle sovrastrutture della civilizzazione e cerca una connessione con qualcosa collocato oltre l’orizzonte del visibile. Una passeggiata nella neve che torna spesso in Night Country legandosi ai fantasmi ma anche al destino di Navarro in cerca di completezza nel suo retaggio culturale.

Nel corso delle indagini, al potente e suggestivo apparato di sogni e allucinazioni che atterriscono, si affianca gradualmente un’attenzione più ricettiva rispetto ai simboli. Il tradizionale sapere mitologico (qualunque sia la matrice culturale) viene riprogrammato nella consapevolezza che i miti non hanno più le stesse funzionalità sociali di epoche premoderne ma possono comunque aiutare a indirizzare i problemi. Se l’avvento della modernità tecno-scientifica rappresenta un’auto-affermazione umana di fronte a una natura ostile e indifferente, il mito può forse ancora offrire una prospettiva alternativa. La trooper Navarro sceglie la sua particolare metodologia cercando le giuste domande nel solco dei saperi ancestrali, esaltando così le curiosità antropologiche di Night Country. Qui si vede la vastità dei rapporti tra fantasia e ragione, l’ascolto dell’indeterminato o meglio la realtà metaforica come direbbe Hans Blumenberg: una esaltazione di bisogni cognitivi ed emotivi fondamentali che descrivono per via narratologica l’uscita degli umani dallo stato di natura (cfr. Blumenberg, 2009).

Apertura al fantastico tramite le pietre
A Ennis c’è un freddo che pietrifica la vita in molti modi diversi. La morte per ipotermia è in effetti, ciò che spetta agli scienziati della base Tsalal, fotografati dal gelo in un grottesco gruppo laocoontico di cadaveri. La presenza della stazione scientifica e della miniera, promessa di benessere e sviluppo, rappresenta in realtà un miserabile fallimento della civilizzazione occidentale che un tempo trivellava in cerca di petrolio e che ora scava nel permafrost in cerca di biodiversità da sfruttare. Ipotermia significa diventare come pietra fredda e inanimata, un elemento minerale che ha sempre affascinato Roger Caillois il quale lega le aperture dell’immaginazione e la predisposizione verso il fantastico al modo in cui la percezione umana si lascia guidare da certe forme della natura.

“La visione che l’occhio registra è sempre povera e incerta. L’immaginazione l’arricchisce e la completa, con i tesori del ricordo, del sapere, con tutto quel che l’esperienza, la cultura e la storia rimettono alla sua discrezione, e senza contare quel che essa, all’occorrenza, inventa o sogna”
(Caillois, 2018).

I cadaveri pietrificati degli scienziati sono perfetti catalizzatori di trame dell’immaginario intessute sulla fredda superficie delle prove scientifiche. Morte causata da “evento climatico” si dirà nel Paese della Notte. Una dicitura burocratica che ricorda il baratro ambientale verso cui ci sta conducendo la dissoluta industrializzazione occidentale. A proposito delle pietre con sopra inciso il simbolo della spirale, da notare che a Ennis c’è l’antica usanza di marchiare in quel modo così da segnalare la presenza di grotte sotterranee e pericoli di crollo. Pietre che sono solo pietre dunque. In Night Country le suggestioni e le citazioni fanno volare alto l’immaginazione. Prima promesse di tormenti lovecraftiani mostrandoci cadaveri pietrificati che ricordano le leggendarie sculture di Rob Bottin, l’effettista di quel La cosa di John Carpenter citato esplicitamente in un frame di Night Country. Ma poi arriva il bilanciamento delle spiegazioni razionali o scientifiche. Proprio nella strana confusione di un horror senza mostri, nel sentore di possibili invasioni da alieni mutaforma (cfr. Campbell, 2022), scatta il nesso tra materia inerte e sedimento immaginario, tra fossili e animismo. Le opere della natura si mescolano a quelle dell’uomo rivitalizzando l’eterno attimo di sospensione che chiamiamo fantastico.

La speciale sensibilità di Navarro rispetto alle presenze fantasmatiche dei trapassati rappresenta la proposta di Issa Lopez per quella componente metafisica necessaria all’accettazione di una nuova installazione di True Detective. Ma potrebbe anche essere solo un frutto dell’immaginazione. Così, mentre lo spettatore non sa cosa pensare di quelle pietre con la spirale e di una generale atmosfera carica di aspettative orrorifiche, il radicale percorso di decostruzione e reinterpretazione del giallo deduttivo proposto da True Detective procede verso un affascinante fuori pista. L’investigazione svela gradualmente uno sfondo sociale in cui si descrivono le strategie di adattamento degli inuit moderni che provano a far sopravvivere la propria cultura nonostante l’assedio delle logiche industriali e burocratiche di marca occidentale. Un tentativo che è presente anche nella ricerca di Leah, la figliastra di Danvers. Un tipico subplot adolescenziale che qui, invece di annoiare (come capita spesso negli show mainstream per tutta la famiglia) richiama esplicitamente tracciati mitologici legati al senso di scoperta tipico dei passaggi di età. La straordinaria densità antropologica della narrazione ideata da Issa Lopez risiede nella vivacità e nell’equilibrio con cui vengono intrecciate culture e snodi spettacolari, suspense narrativa e rivelazioni sciamaniche, vissuti mitologici e misteri esistenziali. Qualcosa di diverso senza allontanarsi troppo dalla traccia ligottiana originaria, senza andare davvero “far from any road” (lontano da tutte le strade) come canta la canzone nei titoli di testa della prima stagione.

Due contro tutti
Il duo Danvers/Navarro è dunque l’ormai canonico schema della coppia di “true detective” dalle visioni contrapposte. Due contro tutti per una certa causa. Avanti con una comune avversione alla pigrizia imbelle delle organizzazioni burocratiche e dello status quo. E lo status quo a Ennis non va affatto bene per i nativi, men che meno per le donne della sorellanza inupiat che devono ammazzarsi con doppi e tripli lavori e seppellire i propri neonati a causa di un dilagante inquinamento causato dalla miniera locale. Lontano dalle visioni bucoliche di una tranquilla vita di campagna, troviamo l’ufficiale Liz Danvers a dirigere l’ordine pubblico. Il personaggio è interpretato dalla carismatica Jodie Foster che qui incarna perfettamente lo spirito del detective razionalista anche (ma non solo) per i suoi precedenti in carriera. Tra questi sicuramente l’agente FBI Clarice Starling ne Il silenzio degli innocenti (1991).Tra i vari riferimenti più o meno evidenti al capolavoro di Jonathan Demme c’è la continua sottolineatura della statura dell’attrice attraverso un sottile lavoro della macchina da presa sulle proporzioni tra i corpi in campo. In Night Country è significativa la scena in cui il capitano Connelly (Christopher Eccleston) viene dalla capitale per togliere il caso alla detective.
L’inquadratura tiene la figura di Jodie Foster piccola sul fondo mentre entra in scena. Molto più grandi, in primo piano, a occupare tutto il resto del frame, gli interlocutori. Tutti uomini tra superiori e subalterni. Figure maschili che occupano spazio e porzioni di inquadratura usurpando la giurisdizione di Danvers. La donna entra con il suo incedere a passettini svelti e nervosi, con quelle movenze un po’ mascoline tipiche di Jodie Foster. La bassa statura ulteriormente evidenziata con un accorto design costumistico, con quei pantaloni perfettamente stirati che riflettono bene l’idea di un ordinato funzionario pubblico piovuto in un altrove molto poco urbano.

In queste visualizzazioni di Foster c’è anche una indiretta citazione di premesse analoghe presenti ne Il silenzio degli innocenti: la giovane Clarice Starling (che valse a Jodie Foster un premio Oscar) viene introdotta con una serie di inquadrature che la mostrano tra colleghi nell’accademia FBI, rimarcando una sorta di distacco fisico da dover compensare in qualche modo. Significativa la scena dell’ascensore in cui bastano pochi secondi a Demme e Foster per caratterizzare un personaggio e il contesto con il quale si deve confrontare: Clarice corre a prendere un ascensore carico di giganteschi e muscolosissimi colleghi tutti uomini. Uno schema visivo con cui gioca la regia di Night Country (sempre Issa Lopez) anche mostrando la differenza tra Danvers e la muscolare co-protagonista Navarro (interpretata da Kali Reis, ex-campionessa di boxe), la cui potenza fisica si rivela però sempre inutile.
Tornando alla scena con il capitano Connelly che vuole destituire Danvers, la macchina tiene Jodie Foster in campo lungo. La donna comincia a frugare tra i cassetti e i faldoni della piccola stazione di polizia. Il capitano flette i muscoli della sua autorità annunciando che l’avrebbe sollevata dal caso. Finalmente Danvers tira fuori un librone pieno di regolamenti. Ancora una volta femmina e piccola, inquadrata da lontano, in primo piano gli interlocutori maschi e grandi. Danvers umetta il pollice e comincia a leggere: “Sezione 9, capitolo 4. Corretta gestione di resti congelati” ecc. ecc. Ovviamente il capitano Connelly è totalmente ignorante in materia e non può che lasciarsi mettere in riga (almeno temporaneamente) come tutti gli altri presenti. Da notare l’apporto dell’ottimo Eccleston, efficiente spalla (anche comica) quando si tratta di caratterizzare la personalità straripante di Danvers. Nei duetti tra i due emerge il senso opprimente di una invisibile ma concreta gabbia sociale che blocca la carriera della scomoda detective. Tra l’altro Eccleston ha frequentato spesso i luoghi del fantastico con popolari serie fantascientifiche, più specificamente qualcosa di molto vicino alle allucinazioni/visioni di Night Country come la serie The Leftovers, fondamentale narrazione sul mistero dei dialoghi tra il visibile e l’invisibile. Eccleston vi interpreta il reverendo Jamison e ruba la scena a tutti in particolare nel bellissimo e disordinato terzo episodio, una corsa vertiginosa tra ricordi, tesori sepolti, fede, miracoli, destini e rinascite attraverso il fuoco.

Ricamare sul cielo stellato inventando storie
La coppia dei poliziotti partner perennemente in conflitto sul filo delle dialettiche teoria/prassi o materialismo/idealismo è un marchio di fabbrica True Detective. Confrontando la prima e la quarta stagione viene da chiedersi: che accoppiata sarebbe stata quella tra l’ossessivo Rustin Cohle (Matthew McConaughey) e la Liz Danvers (Jodie Foster) di Night Country? Da una parte l’investigatore la cui retorica è talmente intrisa di filosofia e nichilismo da far pensare per un attimo a lui come colpevole. Dall’altra Danvers che ripete continuamente: “qual è la domanda?”, costringendo gli altri e sé stessa a concentrarsi sui fatti e sulle possibili connessioni. Gli interpreti di questi due poliziotti marchiati e inseguiti dalle tragedie, si sono incrociati in un film ormai quasi dimenticato che ha toni molto diversi ma che riflette in maniera altrettanto brillante sul fronte visibile/invisibile: Contact (1997) di Robert Zemeckis, un capolavoro di quel cinema in grado di imporre anche allo spettatore più distratto un momento di riflessione. Jodie Foster vi interpreta la scienziata Ellie Arroway e Matthew McConaughey (nel 1997 ancora in ruoli da belloccio, ben prima della svolta del 2014) il predicatore cristiano Joss Palmer.

I due personaggi costruiscono una dialettica tra scienza e fede molto simile a quella dei tipici dialoghi tra sbirri in True Detective. Forse in quel film e nel fondamentale carisma di Jodie Foster vi è un primo lampo dell’idea di Night Country, o addirittura di True Detective in generale. Zemeckis costruisce un discorso sull’ambiguità delle immagini e delle percezioni quando interviene un potente apparato di memorie. Il cielo notturno scrutato (e auscultato tramite i radiotelescopi SETI) da Ellie Arroway e il Paese della Notte vissuto da Liz Danvers sono luoghi in cui l’oscurità occupa quasi tutto il campo rispetto alle stelle (come dice Woody Harrelson nel già citato dialogo finale che chiude la prima stagione) e i morti fanno sentire la loro voce con una tale chiarezza da far vacillare tutte le tradizionali certezze proposte dal razionalismo tecno-scientifico che caratterizza il nostro Occidente civilizzato. Nel finale di Night Country e nel finale di Contact la protagonista deve affrontare una sorta di inchiesta/processo messo in piedi dalle istituzioni umane che vorrebbero capire cosa è successo. Ma in entrambi i casi lo spettatore condivide con Jodie Foster un segreto che non è possibile spiegare al pubblico con le parole o facendo la domanda giusta. Come dice Ellie quando è lassù: “non ci sono parole, è poesia, dovevano mandare un poeta”.

La neve si tinge ancora di rosso
Night Country porta tra i ghiacci una violenza metropolitana, in molti modi legata agli sviluppi della macchina industriale. Premesse ecologiste molto simili a quelle del recente A Murder at the End of the World altra serie ambientata nella neve e girata in Islanda. Ironico che le due produzioni condividano quasi le stesse location visto che Night Country è esplicitamente ambientata in Alaska. Ennis è una città immaginaria che trabocca di dettagli scenografici e logistici che puntano esplicitamente a una reale porzione di territorio che si chiama North Slope, la più settentrionale e sperduta tra tutte le contee USA. Formalmente in uno dei paesi più ricchi del mondo ma talmente inaccessibile e disorganizzato dal punto di vista logistico da far preferire la lavorazione in Islanda. Mentre il bunker tecnologico di Ronson in A Murder at the End of the World rappresenta un’umanità tutto sommato combattiva nei confronti della minaccia esistenziale, in Night Country la morsa è più generalizzata e gli umani sembrano impotenti contro sistemi e altre minacce invisibili. Nell’Islanda di A Murder at the End of the World ci troviamo ai margini della storia umana nel suo sviluppo tecnologico e industriale, mentre a Ennis siamo piuttosto in una zona di frontiera della convivenza civile e percepiamo la trivellazione di popoli e di risorse ambientali nel suo farsi più spietato e incurante del pluralismo culturale e della biodiversità.

L’allontanamento di Liz Danvers dalla metropoli e dalla centrale operativa dei giochi imperiali si inserisce nel solco di una tradizione hollywoodiana che imbastisce trame sull’invarianza della violenza umana in tutti i contesti, compreso quello del paesino sperduto seppellito dalla neve. L’esilio campagnolo del detective metropolitano, l’indagine su un femminicidio e la neve continuamente insanguinata costituiscono premesse metaforiche e narrative che legano Night Country a una traccia probabilmente inaugurata dall’insolito noir anni Cinquanta Neve rossa. Il titolo originale è On Dangerous Ground (1951), che si riferisce al rischio di affondare rompendo il ghiaccio che copre acque ghiacciate, ed è firmato dall’anticonformista Nicholas Ray (il cui senso per la neve tornerà nel 1960 con l’avventura inuit intitolata Ombre bianche). Tra gli infiniti thriller che implicano una dialettica città/campagna c’è anche Insomnia (2002) di Christopher Nolan. Sempre un detective esiliato in Alaska a indagare su un femminicidio ma questa volta l’ambientazione è diurna. La lunga giornata dell’estate artica disturba il sonno e provoca allucinazioni condizionando il corso degli eventi. Un Nolan che prova ad approfondire le idee di Memento (2000) lavorando sui codici di genere e sul terreno di confusione tra identità, memoria e immaginazione. In Night Country la morte aleggia anche sui grandi spazi aperti come mostra sin da subito l’apertura del primo episodio che vede i caribou in fuga da una qualche entità.

L’effetto horror metafisico è attivato dall’ultimo lembo di disco solare che scompare all’orizzonte accompagnato da una eterea colonna sonora e da un sound design punteggiato da voci femminili che sussurrano in lontananza.
Ma cosa accade davvero ai caribou? Bisogna analizzare frame per frame per apprezzare il depistaggio architettato da Issa Lopez. I caribou si sentono minacciati da una qualche entità soprannaturale o semplicemente annusano la presenza del cacciatore? Certo la loro reazione sembra strana ma in realtà non abbiamo certezza della sorte degli animali. E lo stupore del cacciatore, un vecchio inuit che probabilmente avrà visto di tutto lì fuori, potrebbe essere semplicemente legato alla stranezza della scena. La scena dei caribou premette allo spettatore un regime di ambiguità. In arrivo una forza in grado di condizionare la realtà scivolando attraverso i sogni e passando per vari strati di suggestione e di quella disposizione al fantastico descritta da Caillois. Il progetto nel segno dell’ambiguità delle immagini sonore è il marchio di fabbrica, il contributo di Issa Lopez al pantheon dei racconti che ruotano intorno ai veri detective contemporanei. Night Country argomenta bene perché illumina angoli nascosti ma concreti nella dialettica tra una plausibile apocalisse brutal-liberista e l’equilibrio dei sistemi socio-ecologici pre-moderni che potrebbero salvarci.

Letture
  • Hans Blumenberg, Paradigmi per una metaforologia, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.
  • Roger Caillois, La scrittura delle pietre, Abscondita, Milano, 2018.
  • John W. Campbell, La Cosa. Inferno di ghiaccio, Mondadori, Milano, 2022.
Visioni
  • Jonathan Demme, Il silenzio degli innocenti, MGM, 2020 (home video).
  • Zacharias Kunuk, Atanarjuat: The Fast Runner, Alliance Atlantis, 2000 (home video).
  • Damon Lindelof e Tom Perrotta, The Leftovers – Svaniti nel nulla Stagione 01, Warner, 2015 (home video).
  • Christopher Nolan, Insomnia, Eagle Pictures, 2022 (home video).
  • Nicholas Ray, Neve rossa, Terminal video, 2008 (home video).
  • Nicholas Ray, Ombre bianche, Butterfly, 2018 (home video).
  • Robert Zemeckis, Contact, Warner, 2000 (home video).