Il saggio di Paolo Simonetti, L’arte della fiducia. Herman Melville, letteratura e post verità, si concentra su un romanzo quasi sconosciuto persino agli appassionati non specialisti e lo pone al centro della propria lettura dell’intera opera di Melville, trasformandolo in un grimaldello, uno strumento per affrontare questioni universali e fondative tanto della letteratura quanto della filosofia. Si tratta de L’uomo di fiducia (The Confidence-Man, 1857), la sua ultima opera in prosa prima della conversione integrale alla poesia. Un romanzo sui generis, che Simonetti erige a spartiacque: un modo per interpretare la storia degli USA sin dalla Dichiarazione di Indipendenza e insieme per gettare le basi di una rifondazione, per procurarsi strumenti che ancora oggi ci appaiono di estrema attualità. Il libro è interamente ambientato su un battello fluviale sul Mississippi e si svolge nell’arco di una sola giornata, dall’alba al tramonto: unità di tempo che da un lato affonda nell’antico, riattivando il canone aristotelico proprio della forma drammatica, coerente con un testo a vocazione teatrale come questo, e dall’altro anticipa di mezzo secolo un meccanismo ripreso dal grande romanzo modernista: Ulisse di James Joyce e Signora Dalloway di Virginia Woolf. È già il sottotitolo del saggio a introdurci nel tema che Simonetti vuole affrontare: il legame tra letteratura e post-verità. Un legame che si rivela come caso particolare di uno più ampio, quello con la verità tout court, con la parresia, con il modo in cui la letteratura, per definizione generatrice di invenzione, si confronta con il problema dell’autenticità. L’uso della categoria di post-verità non è, per Simonetti, un’etichetta d’attualità appiccicata a un classico, un modo per rendere appetibile un’indagine che in prima istanza appare come specialistica e settoriale, ma la chiave per rendere l’opera e Melville nella sua globalità leggibile come nostro contemporaneo. Lo dichiara apertamente:
“Il termine “post-verità” […] cattura con efficacia una condizione culturale in cui le risposte emotive e istintive prevalgono sulla verifica dei fatti. […] In questo contesto la letteratura sembra sempre confinata a mero intrattenimento, narrazione consolatoria o veicolo di polarizzazioni ideologiche. Tornare oggi a uno dei testi più ardui e provocatori di Melville significa quindi rivendicare un’idea di letteratura intesa come esercizio critico indispensabile, in grado di smascherare i meccanismi retorici e ideologici che deformano la realtà, non certo per addomesticarla o tenerla a distanza di sicurezza, quanto per provare ad agire positivamente in essa”.
Simonetti non cela i propri obiettivi e questi vanno oltre l’analisi filologica del romanzo in sé, che pure c’è ed è puntuale. Affrontando la questione epocale del rapporto tra finzione e verità, egli cerca di far emergere un’affinità di fondo tra i due mondi, riconoscendo alla letteratura una vocazione all’espressione del vero, un vero che passa attraverso la finzione, non malgrado essa. Lo fa senza aggirare lo scetticismo, che anzi diventa lo strumento portante della sua costruzione: non l’anticamera del nichilismo, ma il gradino che consente di attraversarlo e oltrepassarlo, andando oltre le antinomie che stanno alla radice del relativismo. È la tesi più impegnativa del libro e poggia su un assunto dichiarato fin dall’introduzione:
“[…] in un regime discorsivo in cui i fatti oggettivi cedono sempre più terreno a pregiudizi o credenze arbitrarie, Melville ci pone di fronte a domande decisive: come affrontare la discrepanza tra ciò che riteniamo vero e ciò che ci viene raccontato? Su quali basi fondare la fiducia nel prossimo, e quando è legittimo concederla, pretenderla o negarla? […] che senso ha, per un romanziere, invocare la verità quale obiettivo ultimo di opere dichiaratamente finzionali? È in queste contraddizioni che si rivela il cuore della poetica di Melville: il conflitto tra sincerità e menzogna, fiducia e scetticismo – e dunque tra letteratura e verità – che […] trova in The Confidence-Man la sua espressione più compiuta”.
Di qui la tesi-cardine, che vale la pena riportare nella formulazione dell’autore:
“[…] The Confidence-Man costituisc[e] il perno della produzione melvilliana – cerniera tra due fasi della sua carriera, e autentico centro gravitazionale del suo percorso artistico e intellettuale. Più che un’opera di transizione, il romanzo si configura come un testo bifronte, rivolto a un tempo alla narrativa che lo precede e alla scrittura poetica che lo segue e lo completa: sia al passato, alla tradizione filosofico-letteraria da cui trae alimento e legittimità, sia al futuro, anticipando sviluppi tematici e formali della letteratura modernista e postmodernista e prefigurando la nostra era della post-verità”.
Lo spostamento del baricentro è, in sé, un gesto critico: sottrarre la centralità a Moby-Dick per assegnarla a un’opera marginale significa trattare il canone non come dato ma come costruzione, per poter poi leggere Melville partendo dal suo punto di massima problematicità.
Un romanzo ricorsivo: la struttura de L’uomo di fiducia
Prima di seguire Simonetti nel suo percorso, conviene richiamare la fisionomia singolare del testo di cui parla, perché è da lì che discende gran parte della sua forza teorica. L’uomo di fiducia si presenta come un’opera che resiste a ogni definizione di genere: in parte satira, in parte morality play e in parte trattato mascherato da romanzo. L’azione, se di azione si può parlare, si riduce a una successione di conversazioni, di dialoghi caratterizzati da una ispirazione platonica: a bordo del Fidèle, battello a vapore che scende il Mississippi verso New Orleans, un personaggio che assume di volta in volta identità diverse, al punto che non è dato sapere se si tratti di un solo uomo o di molti, sollecita, mette alla prova, estorce la fiducia degli altri passeggeri. È una struttura episodica e insieme labirintica, in cui ogni incontro è un dialogo a sé stante e il filo non è dato dalla trama ma dal tema: la fiducia, e la sua vulnerabilità. Manca un protagonista con cui il lettore possa identificarsi, il truffatore è un camaleonte senza fondo, gli interlocutori sono figure di passaggio, e manca una conclusione: il romanzo si chiude senza chiudersi, con una promessa ambigua come se il lettore dovesse aspettarsi un seguito: “Schiudendo un seguito alla messinscena” (Melville, 2020). Fu proprio questa refrattarietà a decretarne l’insuccesso nel 1857: i recensori contemporanei lo giudicarono illeggibile ed è la stessa refrattarietà che, un secolo più tardi, lo ha reso il più attuale dei testi melvilliani.
Un viaggio per temi attraverso la storia della filosofia
Nel tentativo di andare al cuore del problema posto dall’invenzione, il modo unico in cui la letteratura si rapporta alla verità, Simonetti ricostruisce, seguendo Melville, un lungo cammino interno alla storia del pensiero filosofico. È il movimento che dà al libro la sua ampiezza: L’uomo di fiducia diventa il punto in cui convergono linee che risalgono all’intera tradizione occidentale.
“The Confidence-Man guarda anche al passato: al dialogo platonico e alla satira menippea, ai testi sapienziali e ai morality plays, al dramma elisabettiano e ai trattati seicenteschi, dai saggi di Montaigne al Dizionario storico-critico di Pierre Bayle, spingendosi fino all’enciclopedismo illuminista”.
Dentro questa mappa, alcuni autori ricevono un rilievo particolare, e sono quelli su cui si regge l’asse scettico del libro. L’ombra di Aristotele apre il percorso, come orizzonte logico e classificatorio contro cui Melville misura la propria diffidenza verso ogni pretesa di ordinamento definitivo del reale. Onnipresente, in Melville ma anche nel saggio di Simonetti, è la figura di Platone, interlocutore costante con cui misurarsi. Ma è con lo scetticismo antico che il discorso trova il suo baricentro filosofico: Pirrone e Sesto Empirico forniscono il modello di una sospensione del giudizio (epoché) che non è rinuncia alla verità, bensì disciplina critica di fronte a ogni asserzione dogmatica. È il gesto che Melville eredita e trasforma in forma narrativa: il romanzo come dispositivo che però non risolve i problemi, non risponde alle domande, ma sceglie di sospendere la questione della fiducia. Da questo ceppo antico Simonetti fa discendere i due autori moderni che sappiamo centrali nella biblioteca melvilliana. Michel de Montaigne, anzitutto: lo scetticismo dei Saggi (1580, 1582 e 1588) offre a Melville non un relativismo passivo ma una postura conoscitiva, il meccanismo per cui l’esame di sé e del mondo si rivela come interrogazione permanente, mai conchiusa in sistema.

E soprattutto Pierre Bayle, la cui presenza è documentata filologicamente dalla celebre annotazione manoscritta di Melville sul risguardo della propria copia del New Testament and Psalms: il Dizionario storico e critico (1697) che Simonetti legge, con una formula efficace, come un’opera postmoderna alle soglie della modernità. La sua scrittura obliqua, il testo principale eroso e quasi soverchiato dall’apparato di note, rimandi, digressioni, che smentiscono o complicano l’asserzione a testo, rifiuta ogni conclusione definitiva e diventa la matrice strutturale stessa del romanzo-enciclopedia melvilliano. L’analisi del pensiero scettico attraversa l’intera opera di Melville e giungerà fino ad Arthur Schopenhauer, ma prima di procedere oltre vi è una ulteriore figura con cui confrontarsi, centrale nel pantheon melvilliano: William Shakespeare. Simonetti non gli dedica una trattazione specifica in questo saggio, ma se c’è un faro che accompagna Melville lungo l’intero arco della sua ricerca, è il Bardo. Simonetti, infatti, gli ha dedicato un saggio a sé, uscito quasi in contemporanea con il volume, che conviene tenere accanto al libro perché ne illumina uno degli assi portanti. La tesi è che L’uomo di fiducia sia il più shakespeariano dei romanzi di Melville, non per citazionismo, ma per costruzione: fondato quasi interamente sul dialogo e aderente alle unità aristoteliche, il romanzo mette in scena una vera e propria “mascherata del male”, affidata a un protagonista cangiante e di natura diabolica che passa da una persona all’altra senza mai lasciarsi fissare. Contestualizzando la presenza shakesperiana in Melville, Simonetti riporta come essenziale il motto citato da Shakespeare nell’Enrico IV: “Dite la verità e svergognate il diavolo” (Shakespeare, 2010), di fatto “una vera e propria dichiarazione di poetica”.
“L’esortazione a «svergognare il diavolo» dicendo la verità […] riflette i cardini della sua [di Melville, ndr] poetica: anzitutto, la centralità della verità in tutte le sue implicazioni letterarie, filosofiche e teologiche, che fa dell’impossibile ricerca del vero l’origine e il fine ultimo della scrittura”.
Lo Shakespeare di Melville, dice Simonetti, è un artista ambiguo, “diabolico” nel senso che affida il vero a un modo di dirlo inquietante e obliquo. Melville lo definiva il maestro della “grande arte di dire la Verità” e in un frammento tardo lo allineava a un diavolo “sincero”, un’intelligenza profonda, priva dell’astuzia del Serpente, tanto avanti sui tempi che “non ancora lo abbiamo raggiunto”.
“Shakespeare è per lui [Melville, ndr] il modello supremo dell’artista capace di dire la verità in modo trasversale, di smascherare le ipocrisie del mondo senza cedere alla retorica della denuncia, insinuandosi tra le maglie della censura e del potere”.
Resta la differenza che Simonetti addita come decisiva, e che vale come cerniera verso l’esito del romanzo. Dove Shakespeare, ne Il racconto d’inverno, fa seguire alla tragedia una redenzione comica, Melville rovescia il movimento: la sua mascherata non approda a nessuna riconciliazione, ma sprofonda verso l’indeterminatezza e un’oscurità sempre più fitta. È la stessa direzione discendente che porta alla notte senza fine con cui il romanzo si chiude e che apre la questione della post-verità.
America postmoderna
Il viaggio di Simonetti tra la rete di reciproche influenze letterarie che si costruisce intorno a Melville non si arresta, ma procede nel confronto con i contemporanei di Melville e con gli autori a noi più prossimi, quella letteratura post-moderna qui evocata. Simonetti allarga lo sguardo al rapporto con Ralph Waldo Emerson e con il mondo letterario statunitense di quegli anni, ma soprattutto proietta L’uomo di fiducia in avanti, verso le riletture novecentesche, in dialogo con una costellazione di autori, da Thomas Pynchon a Don DeLillo, da Cormac McCarthy a William T. Vollmann, che di quella poetica dell’inafferrabilità sono, a vario titolo, eredi. Ed è qui che affiorano i nomi di Jacques Derrida e di Jean-François Lyotard, insieme all’etichetta del postmoderno. Però il postmoderno non è, per Simonetti, la lente teorica che impugna per leggere Melville, bensì il contesto storico di ricezione che ha reso L’uomo di fiducia finalmente leggibile. È in virtù della sensibilità postmodernista che il romanzo più ostico di Melville ha smesso di apparire un fallimento ed è diventato un classico.
In questa prospettiva Derrida e Lyotard non sono strumenti applicati al testo, ma sintomi tardivi di qualcosa che Melville aveva già messo in opera: quando Simonetti osserva che il romanzo sembra anticipare le premesse contenute in Della grammatologia di Derrida – “la razionalità che non riesce più a manifestarsi nella scrittura” – il verbo è scelto con cura. Anticipazione, non identificazione: Melville non è Derrida, ma prepara il terreno concettuale su cui la decostruzione camminerà un secolo dopo. Questa cautela ha una radice metodologica dichiarata. Simonetti colloca il proprio lavoro in quel terzo spazio che Robert Levine, nell’introduzione a The Cambridge Companion to Herman Melville, individua tra i bookworm, i filologi attenti alle intenzioni autoriali, alle letture, ai metodi compositivi e i creative reader, gli studiosi interessati alla risonanza teorica e culturale delle opere. La sua scommessa è che una sintesi tra i due approcci non sia soltanto possibile ma necessaria, e il radicamento filologico funziona da contrappeso costante alla tentazione teorica. È il filologo, in Simonetti, a tenere a bada il decostruttore: Derrida e Lyotard sono nominati come esito di una parentela storica, non assunti come griglia interpretativa. Se ne potrebbe semmai osservare una certa reticenza, il confronto con la decostruzione resta evocato più che approfondito, ma è una reticenza coerente, non una lacuna. Questo doppio sguardo, da un lato verso il passato di Montaigne e Bayle, dall’altro rivolto al futuro di Pynchon e della decostruzione, è ciò che consente a Simonetti di ancorare la questione della verità nelle fondamenta stesse della cultura americana:
“La questione di verità e menzogna si radica così nelle fondamenta della nazione americana, dove l’ideale di trasparenza democratica convive fin dall’inizio con l’idea della finzione”.
- Pierre Bayle, Dizionario storico-critico, Laterza, Bari, 1976.
- Jacques Derrida, Della grammatologia, Orthotes, Napoli, 2024.
- Robert Levine, The New Cambridge Companion to Herman Melville, Cambridge University Press, Cambridge, Regno Unito, 2013.
- Michel de Montaigne, Saggi, Adelphi, Milano, 1992.
- Herman Melville, L’uomo di fiducia, Garzanti, Milano, 2020.
- William Shakespeare, Il racconto d’inverno, Garzanti, Milano, 2008.
- William Shakespeare, Enrico IV, Garzanti, Milano, 2010.
- Paolo Simonetti, Melville’s Shakespearean Masquerade of Evil: The Confidence-Man, in Memoria di Shakespeare. A Journal of Shakespearean Studies, n. 12, 27 dicembre 2025.

