Distanziati dalla sci-fi?
No, TSFF è a tutto streaming


Verrà inaugurata domani la ventesima edizione del Trieste Science+Fiction Festival in una versione e in un contesto che più drammaticamente fantascientifico di così sarebbe difficile da immaginare al di fuori di uno scenario bellico. La fantascienza al tempo del virus. Difficile inquadrare altrimenti le vicissitudini della manifestazione del capoluogo giuliano. Ideata in un formato ibrido, dislocando prudentemente una parte del programma nella sala virtuale di MYmovies.it, la rassegna ha dovuto fare i conti con l’escalation implacabile del contagio a un passo dall’inaugurazione. In quella che tra le città italiane è il crocevia culturale per eccellenza, si sono così drammaticamente ritrovati faccia a faccia le meraviglie del possibile e il peggiore dei mondi possibili. Cancellate le proiezioni in sala (dieci i film che erano stati destinati in esclusiva alla proiezione dal vivo) e la folta pattuglia di eventi collaterali, è rimasto salvo il programma virtuale, baluardo della resistenza umana contro l’invasione aliena, per dirla in ossequio al canone fantascientifico e anche al tono da sempre un po’ scanzonato della rassegna; si pensi al grido “Raggi fotonici” del pubblico che accompagna storicamente la visione dei film in sala. Pur menomata, anche l’edizione 2020 è apprezzabile per la varietà dei temi e delle proposte, lasciando integra la sostanza del festival. In totale sono in programma diciannove lungometraggi, quattro programmi di cortometraggi per un totale di trentadue film e una serie televisiva antologica completa.

Il poster dell’edizione 2020 disegnato dai designer torinesi Van Orton.

Quest’ultima è un’esclusiva e una novità nella programmazione del festival. La scelta è caduta sulla produzione coreana SF8, otto episodi girati da registi già noti e affermati come Min Kyu-dong (l’horror Memento Mori, 1999) e Jang Cheol-soo (il durissimo Bedevilled, 2010), che affrontano i temi legati al lato oscuro dello sviluppo tecnologico, in particolare sulle derive negative possibili dell’intelligenza artificiale. Il riferimento obbligatorio è Black Mirror, ma c’è spazio per la classica storia sci-fi d’azione, come nell’episodio Blink girato da Han Ka Ram. Un cenno a parte per Joan’s Galaxy, episodio diretto da Lee Yoon Jung che descrive un mondo ormai ricoperto da polveri sottili, mentre la società è divisa tra i ricchi che possono permettersi un costosissimo vaccino… I vari sottogeneri del fantastico e della fantascienza in senso stretto sono ben rappresentati una volta di più in questa edizione.
Venendo ai lungometraggi, come di consueto è ampia la panoramica sui vari filoni horror: Yummy di Lars Damoiseaux, splatter in salsa zombie, The Relic di Natalie Erika James, rivisitazione del filone case infestate, Benny Loves You di Karl Holt, a sua volta variazione del tema pupazzo assassino e Alone di Johnny Martin, che si colloca in linea con i tempi essendo un survival ambientato in piena pandemia. Anche il lungometraggio dell’italiano Francesco Erba, Come in cielo così in terra, forte di una narrazione sviluppata lungo tre piani temporali, fa ampio ricorso al repertorio del genere.

SF8, episodio 5: White Corw, regia di Cheolsoo Jang.

Lo zoccolo duro della fantascienza
La parte del leone spetta alla più classica sci-fi, a iniziare dal film d’apertura online: Skylin3s di Liam O’Donnell, terzo e conclusivo (sarà vero?) capitolo della saga. Ai classici della fantascienza è ispirato a sua volta Dune Drifter di Marc Price, omaggio all’universo di Star Trek e alle escursioni nella fantascienza di Roger Corman. Fantascienza d’invasione e di sana evasione. Lo stesso dicasi per il thriller post-apocalittico The Blackout di Egor Baranov che arriva dalla Russia così come Coma di Nikita Argunov, film visionario ambientato tra mondi paralleli, il nostro, e quello basato sui ricordi di persone in coma profondo dove precipita il protagonista. Spazio anche a una storia di supereroi ma Made in Europe questa volta: Mortal di André Øvredal. Ancora fantascienza più di denuncia su altri temi caldi del nostro tempo a iniziare dall’eco-futurista 2067 di Seth Larney, che racconta la spedizione di una missione nel futuro mirata a impedire la catastrofe ambientale. Nel mirino c’è anche la gig economy che regola il mondo nel quale è ambientato Lapsis di Noah Hutton.
In calendario anche opere più trasversali come The Trouble with Being Born di Sandra Wollner, che mescola con misura riflessioni sull’intelligenza artificiale e sull’infanzia con una rilettura obliqua di Pinocchio. Ancor più di confine è Jumbo di Zoé Wittock che si affida a una sindrome come l’oggettofilia per dare vita a una storia surreale. A metà strada tra fantasy e sci-fi è Immortal di Fernando Spiner che fa leva sulla ricerca di nuove dimensioni oltre la morte.

Coma, regia di Nikita Argunov.

Quanto a morti mai del tutto morti, a viventi oltre la morte, due pellicole fanno buon uso di questi ingredienti. Il primo è Boys from County Hell di Chris Baugh, storia di vampiri ambientato a Six Mile Hill, uno sperduto villaggio irlandese dove, narra una dubbia leggenda, il padre di tutti i vampiri, ovvero Bram Stoker avrebbe passato la notte nel pub locale. L’altro film torna su un tema sempre vivo e non solo al cinema, quello dei fantasmi. Si intitola Post Mortem di Péter Bergendy, una storia di spettri ambientata nell’Ungheria devastata dalla prima guerra mondiale.
Si è detto della serie coreana SF8 e del suo focus precipuo sull’AI. Il tema ritorna nel docufilm Coded Bias di Shalini Kantayya, sorta d’inchiesta sui pregiudizi degli algoritmi condotta da Joy Boulamwini, ricercatrice del MIT Media Lab, e altre sue colleghe, quando scopre che i programmi di riconoscimento facciale non identificano correttamente i volti delle persone di carnagione più scura e delle donne. In un festival dedicato alla fantascienza costretto a svolgersi in uno scenario dai tratti distopici, suscita particolare emozione il documentario dedicato al padre del genere così come tutt’oggi lo intendiamo, ovvero Hugo Gernsback, al quale è dedicato un altro docufilm: Tune into the Future di Eric Schockmel.

Le visioni… invisibili
In conclusione, un cenno al cartellone cancellato, ovvero i dieci film che erano previsti in sala: Archived di GavinRothery, rivisitazione del mito di Frankenstein (avrebbe dovuto inaugurare la manifestazione), Peninsula di Yeon Sang-ho, zombie movie diretto da uno specialista essendo il regista di Train to Busan (presentato fuori concorso all’edizione 2016 dei festival), The Last Journey of Paul W.R. di Romain Quirot, che mostra il pianeta Terra devastato dai cambiamenti climatici e ormai prossimo alla distruzione, How I Became a Superhero di Douglas Attal, ambientato in un mondo in cui i supereroi convivono con gli esseri umani, Sputnik di Egor Abramenko, horror fantascientifico ambientato durante la Guerra Fredda, Executive Order di Lázaro Ramos, che affronta il tema del razzismo in una futura e distopica Rio de Janeiro, il thriller fantascientifico Meander di Mathieu Turi, l’horror Come True di Anthony Scott Burns, e l’ultima geniale invenzione di Quentin Dupieux: Mandibles. Ennesima vicenda squinternata del parigino che qui racconta di due amici che trovano una mosca gigante nel bagagliaio di un’auto e decidono di addomesticarla per far quattrini. Infine, il documentario Spaceship Earth di Matt Wolf, che racconta un esperimento condotto da otto visionari nel 1991, che passarono due anni confinati all’interno di una replica dell’ecosistema terrestre da loro progettata e chiamata Biosphere 2. Confinamenti d’altri tempi.