Il cercatore del film perduto
tra la storia e la leggenda

Bergamo Film Meeting
International Film Festival
42a edizione
9 – 17 marzo 2024

Thierno Souleymane Diallo
Au cimetière de la pellicule
Musica originale: Dominique Peter
Sound design: Brice Kartmann
Produzione: L’ image d’après,
JPL Productions
Lagune Production,
Le Grenier des Ombres, 2023

 

Bergamo Film Meeting
International Film Festival
42a edizione
9 – 17 marzo 2024

Thierno Souleymane Diallo
Au cimetière de la pellicule
Musica originale: Dominique Peter
Sound design: Brice Kartmann
Produzione: L’ image d’après,
JPL Productions
Lagune Production,
Le Grenier des Ombres, 2023

 


Manoscritti, dipinti, spartiti, le opere perdute hanno mistero da vendere almeno sin dai tempi del rogo della Biblioteca di Alessandria e ritrovarle, anche soltanto provare a farlo, è un’avventura avvolta da un alone di romanticismo irresistibile. Anche i film perduti, bobine di cui magari solo se ne vocifera l’esistenza, possiedono tutto il necessario per mutarsi in leggenda, dando vita a storie che sono autentiche quest della modernità. Theo Angelopoulos nel 1995, per esempio, girò un film esemplare sul tema, Lo sguardo di Ulisse, mandando il protagonista alla ricerca di tre rulli di negativi mai sviluppati e poi spariti dei fratelli Manakis, i fotografi pionieri del cinema greco che introdussero la settima arte nei Balcani all’inizio del Novecento. Quasi una costola delle opere immaginarie, inesistenti anch’esse, dai confini ambigui, forse reali ma disperse o distrutte o magari soltanto opere di fantasia, i tanti pseudobiblia. In ogni caso, un territorio dai confini incerti, spazio ideale per un’esplorazione alla ricerca di tesori perduti, come quella che vede protagonista il cineasta guineano Thierno Souleymane Diallo, autore del documentario Au cimetière de la pellicule presentato al Bergamo Film Meeting 2024 nella sezione competitiva Visti da vicino.
L’oggetto filmico da ritrovare nel suo caso è un cortometraggio della durata di ventitré minuti: Mouramani, risalente al 1953, il primo film nella storia realizzato da un regista francofono nero africano, Mamadou Touré. Nacque con quella pellicola il cinema guineano, contrariamente a quanto si è pensato per lungo tempo ritenendo che fosse stato Afrique-Sur-Seine (1955) di Mamadou Sarr ad aprire le danze. Mouramani è davvero un film irreperibile perché non c’è alcunché al proposito o quasi: nessuno lo ha visto, si sa che è stato davvero realizzato, alcuni ne hanno sentito parlare. Circolano addirittura due sinossi. In una, il film narra le imprese di un mitico sovrano africano; nell’altra, racconta dell’amicizia tra un uomo e un cane che gli salva la vita. Il cortometraggio ottenne anche alcune recensioni in Francia dove venne girato. Da questo punto incerto, nebuloso assai, inizia l’indagine di Thierno Souleymane Diallo, anche se quello che ci troviamo di fronte è un detective piuttosto insolito.

Armato di videocamera, microfono e cuffie, viaggia per il paese come può, a volte in groppa a un asino, a volte a piedi (nudi), e filmando tutto quanto può in qualche modo condurlo alla scoperta della reliquia, conversando con coloro che hanno qualche ricordo al proposito e del periodo in cui Mouramani venne girato. In questo modo il suo documentario si trasforma sempre più in un viaggio attraverso la storia del cinema (e la miseria) della Guinea, portandolo in sale cinematografiche deserte e in rovina, in archivi cinematografici abbandonati, magazzini un tempo di macchine fotografiche e proiettori saccheggiati da cima a fondo, strumenti  rubati per l’alluminio da rivendere ai fabbricanti di pentole, pellicole bruciate e sepolte.
Un intreccio analogo di cultura, radici e cinema si mostrava in un altro documentario, Talking About Tree (2019) del sudanese Suhaib Gasmelbar, che vedeva quattro membri veterani del “Sudanese Film Club” cercare di riaprire un vecchio cinema per riportare in qualche modo la cultura cinematografica in Sudan. Una questione scottante che ritorna in Au cimetière de la pellicule. Quanto al tema dell’opera perduta d’origine africana, un altro simile lavoro di percorso a ritroso sulle sue tracce si è potuto leggere, sempre in anni recenti, nel romanzo di Mohamed Mbougar Sarr, La più recondita memoria degli uomini, storia di uno scandaloso romanzo degli anni Trenta del Novecento, scritto da un autore senegalese, ritirato dal commercio e mandato al macero. Un giovane scrittore emigrato da Senegal e trasferitosi a Parigi prova a ricostruirne la storia.  Viaggi con evidenti affinità, tutti nel segno e con i segni e le cicatrici che il colonialismo ha lasciato in tutto il continente africano, in primis la cancellazione della propria memoria storica. L’amara verità si fa strada in Thierno Souleymane Diallo, esplicitata dall’affermazione di uno dei possibili testimoni interpellato sull’esistenza della pellicola, che dichiara: “non abbiamo la cultura degli archivi” e ci si rende presto conto che non esiste più neanche una cinematografia guineana, all’avanguardia un tempo ma declinata inesorabilmente a partire dal blitz portoghese del 1970.

Il viaggio del giovane cineasta è un cammino all’indietro, una ricerca di identità culturale e di un padre in un certo senso, perché nel suo fare cinema è di fatto figlio di Mamadou Touré. Il suo girovagare a piedi nudi, accompagnato dalla benedizione di sua madre, è anche una forte scelta forte simbolica, sottolineando della Guinea una povertà che non soltanto non consente di destinare risorse da spendere per il cinema, ma anche di non investire alcunché nella preservazione della propria storia. Non si producono nuovi film, si lascia che l’incuria faccia tabula rasa di tutto, mandando in rovina i cinema e gli archivi (da qui il titolo del film). Al massimo si può scucire una borsa di studio come quella ottenuta dal giovane regista, ma poi tutto rimane senza seguito. Seguiamo l’indagine di Thierno Souleymane Diallo nella soggettiva della sua videocamera e nello sguardo della macchina da presa principale oggettiva e invisibile. Percorre l’intera Guinea, non solo la capitale Konakry, da Diankana a Kankan, villaggio per villaggio, fotogramma per fotogramma, tra testimonianze disparate e frammenti di pellicole, film porno inclusi. Vien da credere che quel film di Mamadou Touré non sia mai esistito. Dal suo girovagare, dalle interviste, dal confronto con studenti dell’Isag (Institut supérieur des arts de Guinea) a Dubréka, Thierno Souleymane Diallo ricava una dose abbondante di disillusione, un pizzico di speranza (i bambini che fa giocare assieme a fare un film con una cinepresa di cartone, anche se loro scelgono un tema militare con armi giocattolo) e un’indicazione preziosa: il film potrebbe essere in Francia, perché “lì hanno tutto” gli viene fatto presente. Decide di andare in Francia.

Ora si aggira per le strade di Parigi indossando un gilet di cartone sul quale c’è la scheda del film perduto di cui va in cerca come un uomo sandwich d’altri tempi. Esplora la patria del cinema ma anche qui l’esperienza della visione collettiva, l’andare al cinema, non se la passa tanto bene nell’era dello streaming. Il viaggio termina a Bois-D’Arcy, in un ex fortificazione militare oggi archivio dell’intero patrimonio cinematografico francese. Siamo a mezz’ora di macchina dalla capitale, distanza che l’infaticabile ricercatore percorre a piede nudi, ovviamente. La sua accompagnatrice, tra migliaia di bobine, lo pone di fronte all’amara verità: “Le pellicole sono oggetti viventi”, afferma. Sono un po’ più longeve degli umani, ma poi anch’esse muoiono, questa è la morale che se ne trae. Non importa, ciò che conta alla fine del viaggio è averlo compiuto e vale anche per Thierno Souleymane Diallo, cosicché in Au cimetière de la pellicule, tra false piste, illusioni e speranze, ciò che vien fuori è un atto d’amore per il cinema e per le proprie radici. Il suo reimmaginare Mouramani posto a conclusione del docufilm ne è la gioiosa testimonianza.

Letture
  • Mohamed Mbougar Sarr, La più recondita memoria degli uomini, Edizioni E/O, Roma, 2022.
Visioni
  • Theo Angelopoulos, Lo sguardo di Ulisse, Istituto Luce, 1995.
  • Suhaib Gasmelbar, Talking About Tree, AGAT Films & Cie, 2019.