Stati di alterazione
e lo stato delle cose

Combattere contro se stessi affrontando i fantasmi della propria interiorità, del proprio passato; combattere contro la società affermando la propria individualità: molto spesso a questi due nuclei è riconducibile il battito drammaturgico delle narrazioni, dei viaggi eroici.
Arrivato alla sua terza stagione, Mr. Robot continua a seguire entrambe le strade così come si biforcano e si intrecciano nella complessa vita mentale di Elliot Alderson (gli occhi inquieti e febbricitanti di Rami Malek), giovane programmatore schizofrenico e mediamente drogato che concepisce ed esegue un piano per cancellare i dati della E Corp, il più potente conglomerato finanziario di sempre.
Sam Esmail ha ideato (per il canale via cavo USA Network), un cyber-crime metafisico su sicurezza informatica e freak marginali che vogliono cambiare il mondo. In pratica, cancellando tutte le transazioni, i pirati informatici del gruppo F*society arrivano a cancellare tutti i debiti e quindi, in un certo senso, tutta la Storia. A proposito: in E Corp la “E” sta per “electronic” o per “evil”? Gli hacker hanno fatto del bene o del male?

Domande oziose se il punto è: chi controlla cosa, quando il controllo è una magnifica illusione da entrambe le parti di qualsiasi barricata? Specie se il controllo è proiettato sul futuro: cosa accadrà quando tutte le banche saranno crollate? Ne sa qualcosa Elliot che non riesce a controllare nemmeno il passato, spesso immemore di cosa abbia fatto la sera precedente.

Cyberpunk senza effetti speciali
La lotta del giovane programmatore per il self-control è, anzitutto, una favola cyberpunk senza effetti speciali o cowboy della tastiera. Per raccontare il mondo dei computer e delle incursioni informatiche si sostituiscono immaginifiche e futuribili interfacce con due caratteristiche che spiccano come marchi di fabbrica di Mr. Robot. Anzitutto l’ampio uso di schermate prese dalle shell in ambiente Linux, quasi a voler rassicurare il target primario di questo show circa la verosimiglianza delle imprese narrate: al popolo dell’information technology, agli operai della riga di comando cresciuti con Star Wars e Matrix non dispiacerà, una volta tanto, vedere un racconto che parla di tecnologia in cui il gadget più avveniristico è costituito da una semplice femtocella. L’altro marchio di fabbrica di Mr. Robot è la cura per una composizione dell’inquadratura anticonformista, piena di aria sulle teste o ai lati delle sagome, a rendere la decifrazione degli spazi circostanti enigmatica se non dispersiva, in un apparente gioco di specchi con i grandi maestri del frame cinematico quali Stanley Kubrick e Orson Welles.
Ma le inquadrature oblique, mimetiche, gli angoli apparentemente casuali non cercano risposte definitive e aprono anzi all’interpretazione, alla procrastinazione, quasi a voler corrompere l’attenzione dello spettatore, sviandolo. Strategie di illusionismo hacker che, evitando le azioni più prevedibili basate su coding o su computazione a forza bruta, moltiplicano le distrazioni, trafiggendo poi a sorpresa falle analogiche, punendo l’incultura digitale, magari esaltando tecnologie dimenticate o carpendo informazioni tramite tecniche di ingegneria sociale ovvero quella che Kevin Mitnick descrive come l’arte dell’inganno o dell’intrusione (cfr. Mitnick, 2002).

Sul piano visivo si cerca una compensazione tra la freddezza scialba e noiosa delle righe di codice e le ambiguità del framing. Occhio disincantato e anticonformista sulle cyber-culture ma anche sguardo alquanto severo sul cinema cyberpunk prodotto finora: nell’episodio intitolato “eps1.3_da3m0ns.mp4”, uno dei pirati della F*society sfotte Hackers (Iain Softley, 1995): «Strutture delle directory come in Tron, virus animati, stronzate hollywoodiane… Sono nel giro da ventisette anni e non ho mai visto un worm che canta e balla».
Ecco gli inganni di Sam Esmail: se nella prima stagione l’ideatore della serie si era divertito a giocare con l’identità di un singolo personaggio ovvero il misterioso Mr. Robot rimandando ai labirinti psicologici di Shining o di Fight Club, nella seconda stagione tiene fermi personaggi e funzioni e gioca col contesto, costruendo una cornice sociale e una routine per poi rivoltare le pareti della scatola con una svolta à la Matrix.

Rivoluzioni dello sguardo: un’ambigua utopia
Le svolte massmediologiche degli ultimi decenni (dalla televisione all’epoca di Anonymous e Facebook) impongono un ruolo centrale ai meccanismi della visione e dell’informazione. Sul gioco dei punti di vista si concentra un classico di Ursula K. Le Guin ovvero I reietti dell’altro pianeta.

“C’era un muro. (…) Come ogni altro muro, anch’esso era ambiguo, bifronte. Quel che stava al suo interno e quel che stava al suo esterno dipendevano dal lato da cui lo si osservava” (Le Guin, 2007).

I due lati del muro sono due pianeti, Urras e Anarres, che anche se vicinissimi e legati a uno stesso sole, sono divisi da un muro ideologico eretto tra un’economia fondata sulla libera impresa e una società basata sulla pianificazione collettiva. L’ambigua utopia suggerita dal titolo originale del romanzo (Dispossessed, An Ambiguous Utopia) è una potente metafora di quanto possa essere illusoria una qualsiasi forma di perfezione (che abbia la configurazione del capitalismo o del collettivismo anarchico) basata sull’isolamento, sulla mancanza di comunicazione tra culture e gruppi sociali diversi, sulla negazione del cambiamento, sulla soppressione della mobilità sociale. Mr. Robot ritorna continuamente sulla consistenza del reale e richiama alcuni passaggi di Matrix:

“Che vuol dire ‘reale’? Dammi una definizione di ‘reale’. Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare e vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello. Questo è il mondo che tu conosci. Il mondo com’era alla fine del XX secolo. E che ora esiste solo in quanto parte di una neuro-simulazione interattiva che noi chiamiamo Matrix”.

Territori distopici, mondi illusori più vicini alla psicologia e ai viaggi interiori di Franz Kafka e a E.T.A. Hoffmann, che non a George Orwell o William Gibson. A proposito di sosia e di scissione dell’io: de L’uomo della sabbia (Hoffman, 2005) se ne serve Sigmund Freud per illustrare il concetto di perturbante ovvero “quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare” (Freud, 1993). In Mr. Robot c’è Ray: la fantasia dell’omuncolo interiore che si svincola dalla coscienza originaria e assume le sembianze del padre. Questa nuova esistenza di Ray Mr. Robot ricorda la regressione psicotica che riporta in vita gli incubi infantili del protagonista del racconto di Hoffman.
I ricordi infantili di Elliot (i traumi ma anche i pochi momenti felici quando la sua famiglia era al completo), si mescolano con il degradato presente e risalgono a galla nella surreale puntata 2×06 (“eps2.4_m4ster-s1ave.aes”) dove gli aspetti più orrorifici sono trasfigurati nei toni e nei colori di una esilarante sit-com anni Ottanta-Novanta, ricordando un’intuizione di Quentin Tarantino (insieme al regista Oliver Stone) ovvero gli intermezzi surreali di Natural Born Killer.

Gli equilibrismi dell’identità tra homunculus e demoni
In questa confusione emerge con chiarezza solo il cardine antropologico dell’autonarrazione ovvero “l’unico modo che conosciamo per delimitare la nostra identità qualificandoci come soggetti agenti” (Pecchinenda, 2008). Elliot prova a tenere un diario meticoloso per tracciare gli scambi con il suo alter ego. Ma quando passa in rassegna le pagine si accorge di clamorosi vuoti. Nella mente di Elliot le facoltà auto-narrative, così importanti per la costruzione dell’identità, vengono messe a dura prova da schizofrenia e specchi digitali.
Nel fumetto horror psicologico Homunculus, Hideo Yamamoto (2017) rilancia l’idea degli omuncoli interiori. Susumu è un senzatetto che accetta di fare da cavia in un esperimento di trapanazione del cranio. Il risveglio di misteriose sensorialità è un successo: il clochard, chiudendo l’occhio destro, riesce a vedere l’homunculus, un mostro che affianca ciascun individuo condensando paure e altri fantasmi interiori. Allo stesso modo le voci interiori del programmatore di Mr. Robot rivelano la natura illusoria di un’identità individuale unica e stabile.
In fondo il percorso mentale di Elliot corre parallelo a certe angosce dell’individuo contemporaneo che sempre più spesso si rende conto di non avere il controllo dei propri dati identitari, del proprio spazio-tempo mentale, dei vari passi che hanno portato alla cristallizzazione della propria immagine social. Se il social networking è oggi un nodo cruciale per capire la comunicazione contemporanea, l’urlo disperato del programmatore schizofrenico dimostra che la propria immagine può diventare un self autonomo e sfuggire al controllo.
In ogni caso, i social media rischiano di diventare mera esaltazione della riproducibilità tecnica in sé e la privacy è sempre più schiacciata dalle istanze del capitalismo fondato sui numeri dell’intelligence e sullo sharing di massa.
Elliot è supereroe delle tecnologie ma anche paladino delle identità frammentate, fuoriclasse di menomazioni mnemoniche fatte ad arte. “Trova il tuo demone” dicono a Elliot i suoi sogni. Un demone software ha una funzione diagnostica o di monitoraggio più o meno benevola: si autoesegue e lavora silenziosamente sullo sfondo, ma nel contempo rosicchia risorse e memoria RAM. Il demone principale di Elliot non sembra poi tanto male: si presenta con le fattezze di suo padre, Ray “Mr. Robot” Alderson.

Questo passeggero mentale sembra tutt’altro che immateriale o silenzioso e proprio non riesce a “non parlare al conducente”. Tanto che Elliot sospetta che in certe circostanze sia Ray ad agire al suo posto. “Viviamo tempi interessanti” è la battuta con cui si presenta in scena Ray interpretato da Christian Slater. Sarà lui il coinquilino che spingerà Elliot a grandi cose. Proprio come faceva Elvis Presley (interpretato da Val Kilmer) amico immaginario e spirito guida di Clarence Worley (proprio lui, Christian Slater) in Una vita al massimo scritto da Quentin Tarantino. Anche in questo caso, la fascinazione vintage dell’intuizione tarantiniana, corre parallela alla tendenza delle reti digitali che abbattono il senso del luogo fisico aprendo a nuove possibilità per la fantasia e per l’immateriale al potere, cortocircuitando classi sociali, culture, epoche.
In conclusione Mr. Robot espande in maniera innovativa e sorprendente i confini di fantastico e fantascienza ruotanti attorno al potere dei computer. Forse è l’individuo contemporaneo che rielabora il suo rapporto con l’invisibile, oggi quasi sempre dentro alle macchine.
Quasi sempre in Mr. Robot l’atto di catturare un segreto scomodo per i potenti e darlo in pasto alle masse non passa per i media tradizionali o per gli apparati giornalistici: protagonista assoluto è lo streaming tramite social media sospinto dalla viralità digitale sempre assetata di sensazionalismo e fantasie anti-sistemiche.
Occhi elettronici a garantire una nuova speranza per la democrazia? Non è detto: il punto resta sempre nei meccanismi di falsificazione e di come si propaga ciò che è visibile. Si pensi a come fluiscono le informazioni nei social network odierni che tendono a favorire il coagulo di echo chambers e bolle di filtraggio (cfr. Pariser, 2012). Ancora una volta: cosa è reale? O meglio: cosa è reale contemporaneamente per tutti? Il mondo dei bit non è una allucinazione più di quanto non lo sia il denaro contante o il sistema finanziario che accompagna il capitalismo, ormai vissuto dall’umanità come un dato ambientale inconfutabile.

Letture
  • Sigmund Freud, Il perturbante, Theoria, Torino, 1993.
  • E. T. A. Hoffmann, Racconti notturni, Einaudi, Torino, 2005.
  • Ursula K. Le Guin, I reietti dell’altro pianeta, Editrice Nord, Milano, 2007.
  • Kevin D. Mitnick, L’arte dell’inganno, Feltrinelli, Milano, 2002.
  • Eli Pariser, Il filtro. Quello che internet ci nasconde, Il Saggiatore, Milano, 2012.
  • Gianfranco Pecchinenda, Homunculus. Sociologia dell’identità e auto narrazione, Liguori, Napoli, 2008.
  • Hideo Yamamoto, Homunculus. L’occhio dell’anima, Panini Comics, Modena, 2017.
Visioni
  • David Fincher, Fight Club, Twentieth Century Fox Italia, 2013 (home video).
  • Steven Lisberger, Tron – The original classic, The Walt Disney Company Italia, 2011 (home video).
  • Tony Scott, Una vita al massimo, CG Entertainment, 2013 (home video).
  • Iain Softley, Hackers, Twentieth Century Fox Italia, 2002 (home video).
  • Oliver Stone, Assassini Nati – Natural Born Killers, Warner Bros. Entertainment Italia, 2014 (home video).
  • Andy e Larry Wachowski, Matrix, Warner Bros. Entertainment Italia, 2008 (home video).