Scopri il robotto
che c’è in te

Machine ID 722 Yoko Suzuki fa consegne a domicilio. Un impiego piuttosto routinario: prendi a bordo un pacchetto, parti e recapita. Una volta fatto, si ricomincia. Ci sarebbe poco altro da aggiungere, se non fosse che lei le consegne le fa da un pianeta a un altro. Non solo, Machine ID 722 Yoko Suzuki ha le sembianze di una giovane donna giapponese, ma è un robot ultra sofisticato. È sensibile e ciò rende possibile l’empatia con i destinatari delle sue consegne: umani che abitano qui e là nell’universo, che mantengono in vita affetti e ricordi grazie agli scambi dei pacchetti. Siamo ben distanti da tutto ciò, è vero; questa è fiction allo stato puro. Machine ID 722 Yoko Suzuki è la protagonista di un film di Sion Sono, The Whispering Star (2016), che salda insieme due spezzoni della storia dei robot, così come fino a oggi si è articolata: quella delle macchine da lavoro e quelle da compagnia.

C’è n’è di strada da fare, ma a ben vedere ne è anche stata fatta non poca, come racconta Io, Robotto, mostra concepita da Massimo Triulzi. In esposizione novanta robot ospitati dal Museo Civico di Rovereto, a Palazzo Alberti Poja; spazio nobilissimo che rafforza anche il senso di un percorso storico che si compie, passando dalla riproduzione di una Karakuri Ningyo, un proto-automa made in Japan nel periodo Edo (1603 – 1867), creaturina analogica che stupiva gli ospiti servendo una tazza di tè e arrivando fino ai robot di ultima generazione, connessi come mai prima d’ora e servizievoli come sempre. Due eroi cinematografici danno il benvenuto alla mostra: una versione Projector del droide lucasiano R2D2 con telecomando a forma di Millennium Falcon e un Buzz Lightyear da Toy Story (1995) che parla e si muove.

Cinema & fantascienza, ovvero la materia di cui sono fatti (da sinistra) R2-D2 Projector e Robocco Pouring Beer Robot.
Foto di Valentino Candiani, che ha costruito una vera e proprio galleria di ritratti.

La ricognizione tra le sale di Palazzo Alberti Poja consente di ripercorre l’evoluzione di una specie: quella nata dal particolare incrocio tra macchina e gioco, tra immaginario tecnologico e mito, tra strumento utile, produttivo e passatempo inutile. In mostra ci sono i robotto e non a caso si è preferito il termine giapponese, perché: “La parola robotto perde le sue accezioni meccaniche e tecnologiche e diventa «kawaii», cioè carino, adorabile, amabile. È una macchina che assume un compito sociale, quello di intrattenere, di fare compagnia all’uomo” (Triulzi, 2017).
Pur impiegando il termine giapponese, il titolo della mostra, però, parafrasa schiettamente la celeberrima antologia di racconti di Isaac Asimov, il vero libro della genesi dei robot della tarda modernità. In questo modo le due grandi correnti dell’immaginario robotico, quella statunitense e quella giapponese, idealmente si saldano, o meglio ancora svelano la natura flessibile del robot: al tempo stesso, mezzo bellico, strumento di produzione e giocattolo. Le tre leggi asimoviane sono ribadite all’inizio del percorso espositivo e nella medesima sala è esposto un Karakuri Tea Serving Robot, in pratica la riproduzione fedele, kimono di vera seta incluso, del servitore di tè di cui si è detto sopra, realizzata nel 2008 da Gakken. A fargli compagnia, un robot a molla, classicamente in latta, risalente agli anni Trenta, semovente quanto basta per far viaggiare la fantasia di quegli adolescenti che avevano in Amazing Stories il loro Libro. Robot nati per il gioco, ma anche robot nati come giochi di costruzione e poi robotizzati: non solo Lego, ma anche Meccano, di cui a Io, Robotto si ammira un sorprendente Meccanoid G15 KS, prodotto nel 2015: venduto come da tradizione in scatola di montaggio, parla, cammina, muove le braccia e imita i gesti del suo interlocutore, che registra con una fotocamera e poi analizza con il computer che incorpora.

Servitori, intrattenitori e impostori
Mostra quindi dedicata agli automi da compagnia, che vantano una propria stirpe e una storia con tratti particolari, pur appartenendo alla grande famiglia delle creature artificiali costruite, immaginate, sognate, auspicate e temute dalla notte dei tempi. È una storia antica che parte dagli automi nei miti greci fino al primo automa frutto della tecnica: la colomba di Archita di Taranto. Automata e poi le “teste parlanti” del Medioevo arrivando alle soglie del moderno, alle meraviglie del Settecento europeo, quelle ideate da Jacques de Vaucanson, Pierre Jacquet-Droz e il giocatore di scacchi, detto il “Turco”, ideato da Wolfgang von Kempelen per Maria Teresa d’Austria, che sedusse mezza Europa, ma in realtà il meccanismo era congegnato in modo da poter ospitare un uomo. Al di là della beffa, il finto automa/scacchista segnalò che nel corredo genetico del robot è sempre presente l’impostura: non è mai completamente né una macchina, né un umano, mentre noi percepiamo sempre solo uno dei due profili come se fosse quello autentico. Il vero e il falso è un bipolarismo che non riguarda i robot, forse l’hanno bypassato, o magari non ne sono e non ne saranno mai neanche sfiorati, così come non li riguarda l’essere riconducibili alle fantasie più o meno scientifiche occidentali o a quelle dell’estremo oriente. Il robot è espressione di un immaginario tecnologico glocal, perché affonda le radici nel sogno millenario e collettivo di creare la vita a nostra immagine e somiglianza, assumendo le forme che le singole culture elaborano.

Passato (marionette e dinosauri) e futuro (robot) si incarnano nei corpi iconici (da sinistra) di Pino e Roboraptor. Foto di Valentino Candiani.

A ogni angolo di Io, Robotto, qualcuno corrobora la tesi, a iniziare dal clamoroso Pino della ZMP: un robot che infatti esibisce un naso degno della marionetta collodiana. In mostra si ammira la versione giocattolo realizzata dalla Tsukuda Hobby. Naso protagonista anche nel disegno di Tetsujin 28, personaggio storico degli anime; la giapponese V-Stone ne ha prodotto un modello semovente nel 2006, anch’esso in esposizione. Oppure la Little Jammers Pro, spettacolare ensemble robotico, un’orchestrina prodotta da Kenwood Bandai nel 2007, che suona jazz non lesinando sullo swing: qui Haruki Murakami incontra Francis Scott Fitzgerald.

Intrecci e relazioni particolari
Oriente e Occidente a confronto e a braccetto sotto il segno primigenio del gadget, di cui Io, Robotto è un’autentica epifania. Questo ci racconta, per esempio, Robocco Pouring Beer Robot, tra i pezzi rari ed entusiasmanti della mostra: era il premio di un concorso indetto nel 2000 per i consumatori di birra da Asahi, grande azienda giapponese produttrice di bibite. L’aspetto ricorda quello del lucasiano R2-D2 (mal ribattezzato in italiano C1-P8), ma incorpora nella propria (ovvero, nella nostra) memoria il Robby de Il pianeta proibito (1956): funge da frigorifero, apre una lattina di birra e la versa lentamente in un boccale. Robby serviva whisky à gogo, ma la sostanza non cambia. Più anziano di lui è il classico Tomy Omnibot, il prototipo della serie Omnibot; nato nel 1980, si avvaleva di luci, ruote, registratore a cassette, microfono, altoparlante e lo si poteva programmare per memorizzare percorsi, riprodurre suoni e voci e trasportare oggetti.

La saga di Star Wars, a sua volta, spunta giocoforza qui e là: si ritrova un altro R2-D2 questa volta Interactive Astromech Droid prodotto da Hasbro nel 2000. A fargli da spalla in mostra c’è ovviamente una versione in metallo di C3-PO realizzata dalla Bandai. Le vie dell’immaginario sono infinite, si sa, e questo spiega il matrimonio tra il filone dei robot e quello dei dinosauri, altra icona tutta tipica del moderno. La meraviglia di questo futuro remoto si chiama Roboraptor della WooWee, azienda produttrice di giocattoli tecnologici, creatura partorita da Mark Tilden, a cui si deve l’intera genia dei Robosapiens: emette fischi, rutti e peti e poi parla, cammina e balla. È figlio della B.E.A.M. (Biology, Electronics, Aesthetics and Mechanics), la filosofia robotica di Tilden che, giochi a parte, ha sviluppato robot per la NASA e per il governo degli Stati Uniti. Sua la versione riveduta e corretta delle tre classiche leggi asimoviane. Insomma: la specie si evolve. Basti guardare ai robot made in Japan, da quelli immaginati all’ombra di Godzilla da Go Nagai, il papà di Mazinga Z, il Grande Mazinga e Ufo Robot Grendizer (da noi Goldrake) agli androidi degli anni Duemila, Aibo in primis, in tutte le sue evoluzioni prodotte da Sony: Aibo, o dell’ambiguità (che animale è?), degno di far parte di un nuovo manuale di zoologia fantastica insieme ai vari Furby di Hasbro. Al suo fianco Asimo della Honda, Robi, sviluppato in Giappone da Tomotaka Takahashi e arrivato in Italia con De Agostini, Nao della Aldebaran Robotics che riconosce voci e gesti ed è programmabile in differenti linguaggi, il coniglietto Nabaztag, sorta di Siri (o Alexa) ante litteram e via dicendo, fino ad arrivare alle frontiere attuali: Aido (Disney), che prefigura la nuova generazione di automi connessi. Decadono le forme antropomorfe, tutto si fa stilizzato, ma come nella lampada di Aladino, dentro si annida il genio. Forse anche una sorta di pietas: e se il robotto nel “fare compagnia all’uomo” offrisse un risarcimento psicologico alla sparizione di posti di lavoro dovuta ai robot? E allora eccolo in azione, il genio, ma quello scaltro dell’oggetto, direbbe Jean Baudrillard.
La pietas di Machine ID 722 Yoko Suzuki.