Orientarsi all’oggetto,
per salvare noi stessi


Noi, esseri ecologici non è un libro di ecologia. Il titolo, come anche la grafica di copertina con i suoi dettagli in verde e la piacevole rilegatura in carta riciclata, possono forse trarre in quest’inganno. Per poco, però: il tempo di arrivare all’introduzione, significativamente intitolata Non l’ennesima discarica di informazioni. Per leggere e apprezzare questo ultimo libro di Timothy Morton, edito in italiano da Laterza per la collana Tempi nuovi, occorre innanzitutto riconoscere che il dibattito ecologico, in effetti, si è nel tempo sviluppato come un’accumulazione di informazioni in buona parte ripetitive e dal carattere marcatamente scientista e normativo.
Tim Morton, docente alla Rice University di Houston e autore, tra gli altri, di Ecology without nature (2007) e Iperoggetti (2013, pubblicato in italiano quest’anno), chiama questo genere di informazioni “fattoidi”. Periodicamente, come se avessimo sempre bisogno di un’ulteriore conferma, assistiamo alla pubblicazione di dati, numeri e previsioni allarmanti, a cui seguono raccomandazioni e linee-guida tanto banali quanto vaghe, inefficaci e colpevolizzanti.

Tim Morton, docente alla Rice University di Houston.

Il recente rapporto dell’Intergovernative Panel on Climate Change (IPCC), che dispone il contenimento del riscaldamento globale entro 1,5°C onde evitare l’apocalisse, e il successivo dibattito sviluppatosi in seno a un pubblico pre-occupato, esemplificano appunto lo stato dell’ecologia quale scienza del già-detto su un non-ancora che invece già-c’è-stato. Come in un sogno da sindrome post-traumatica, “la modalità discarica di informazioni è per noi un modo di collocarci nel tempo prima che arrivi il riscaldamento globale. Stiamo tentando di anticipare qualcosa entro cui ci troviamo già”. Noi, esseri ecologici è piuttosto un libro di filosofia eco-logica. Il suo obiettivo di fondo è smarcare l’ambientalismo dal suo fondamentale antropocentrismo e dal dualismo Uomo-Natura che vede quest’ultima come necessario sfondo all’azione del primo. Gli strumenti individuati da Morton per assolvere a questo compito sono tutt’altro che univoci, banali e di facile interpretazione.
Il libro stesso, nella sua interezza, non è di agevole lettura, sia a causa di un lessico filosofico a tratti molto specifico sia per lo stile enigmatico e intermittente dell’autore. L’abbondante uso della prima e della seconda persona, i numerosi esempi e la ricchezza di riferimenti pop, pur favorendo l’immedesimazione, non esimono il lettore dal duplice, arduo compito di mettere in discussione le sue idee pregresse e di riordinare i tanti passaggi logici attraverso cui l’autore snoda la sua articolata riflessione, spesso in modo non lineare. È il prezzo da pagare quando si scrive e si legge un libro di cui c’è necessità, è il limite in cui incorre chi vuole finalmente andare oltre i limiti.

Il paradosso del sorite
Noi, esseri ecologici è pervaso da una costante tensione tra la fenomenologia di Immanuel Kant e Martin Heidegger e il realismo speculativo che caratterizza l’Ontologia Orientata agli Oggetti (OOO), una corrente filosofica contemporanea ancora poco diffusa in Italia e che vede Tim Morton tra i suoi principali protagonisti (cfr. Harman, 2018). Nel primo capitolo, questo serrato confronto filosofico tra passato e presente serve a discutere “il gap trascendentale tra le cose e i dati della cosa” e a dimostrare che l’ecologia e l’ambientalismo necessitano “di una logica modale e di una logica paraconsistente, logiche che consentono un certo grado di ambiguità e flessibilità”. Tale necessità è dettata dal fallimento dell’impianto correlazionista inaugurato da Kant e che ha successivamente pervaso buona parte della filosofia moderna, compresi Georg W.F. Hegel, Karl Marx, Friedrich Nietzsche, Sigmund Freud e Heidegger.

In altre parole, l’autore sottolinea come la filosofia moderna si sia storicamente determinata in tante forme diverse ma pur sempre antropocentriche. E si capisce che questo, relativamente al rapporto Uomo-Natura, è un problema: essendo l’Uomo il responsabile del riscaldamento globale, ricorrere a un’epistemologia antropocentrica non ci permetterà di salvarci dalla “Sesta estinzione di massa” causata da quell’iperoggetto che è il riscaldamento globale (cfr. Morton, 2018b). In tal senso, la logica ambientalista esemplifica il sofisma del sorite, ovvero il paradosso in cui ci si imbatte quando si ragiona sui gruppi e sugli insiemi:

“se ci pensi, il riscaldamento globale è un mucchio di azioni. (…) Avviare un motore non causa il riscaldamento globale. Due? No. Tre? Nemmeno. Puoi avanzare fino a un miliardo e la medesima logica regge. Quindi non c’è nessun riscaldamento globale. Oppure, rullo di tamburi, la tua logica fa schifo”.

L’alternativa suggerita dall’autore sta piuttosto nell’aprirsi all’esperienza del bello e nell’adottare scale spazio-temporali non umane, ossia nei punti-chiave della OOO. Chiaramente il consiglio di Morton non si traduce in una facile soluzione ai problemi ambientali già pronta, ma piuttosto nella necessità di riconoscere noi stessi come il problema, di ripensarci, di ridimensionarci e di metterci da parte, così da avere “un assaggio del vivere in maniera meno definitiva in un mondo composto quasi interamente non da noi”.

Troppo in là, troppo in qua
Sulla base di queste premesse, il secondo e il terzo capitolo offrono un’approfondita digressione sui concetti di interconnessione, totalità e sintonia. Adottare l’approccio OOO significa infatti liberarsi dall’antropocentrismo provando a immedesimarsi in ciò che umano non è, intraprendendo un percorso che induce ad ammettere un’esplosiva proliferazione di contesti e di collegamenti.

“Un martello è un determinato qualcosa; e tuttavia non è un martello esattamente. È ogni sorta di cose per ogni sorta di esseri. È una pista di atterraggio per una mosca. È una superficie su cui può depositarsi la polvere. È un martello quando inizio a utilizzarlo per il mio progetto di martellamento. Ma un martello non è lì ad aspettare in uno spazio esterno che qualcuno lo afferri. (…) E il martello è in relazione alla parete che è in relazione a casa mia che è in relazione con la strada che è in relazione con i canaletti di scolo e così via…”.

A questo punto, Morton lancia una vera e propria sfida logica: suggerendo al lettore che “il modo in cui tutto è interconnesso è anch’esso una cosa” induce a dover riconoscere che “l’intero è sempre meno della somma delle sue parti”. Questa affermazione altamente contro-intuitiva rappresenta uno dei passaggi fondamentali del libro, traducendosi in una critica a quell’olismo ecologico assai diffuso che, attribuendo alla biosfera uno status ontologico superiore rispetto alle sue parti, sminuisce il valore delle nostre azioni e la nostra stessa essenza ecologica spostando il problema sempre un po’ più in là.

Tuttavia, Morton è ugualmente critico verso l’approccio particolarista degli animalisti, accusato di basarsi su un utilitarismo di fondo:

“accettiamo certe emozioni nei non umani come gli elefanti, ma siamo meno disposti a concedere agli elefanti quelle emozioni che ci sembrano meno «utili». Possiamo concedere che abbiano fame quando sembrano affamati, ma abbiamo qualche problema a permettere che siano felici quando sembrano felici. (…) È interessante che noi si pensi che la pura e semplice sopravvivenza (da cui la fame) sia più «reale» di un qualche tipo di qualità dell’esistenza (come essere felice). (…) La catastrofe ecologica è stata perpetrata in nome di questa sopravvivenza, della mera esistenza, senza alcuna attenzione a qualsiasi qualità dell’esistere”.

Se l’olismo ecologico sposta il problema troppo in là, l’animalismo lo mantiene troppo in qua. Per uscire da questa impasse, Morton suggerisce di guardare al fenotipo, ovvero all’espressione allargata dei genomi. Un ragno finisce all’estremità delle sue zampe o della ragnatela che ha tessuto? Il castoro termina alla punta dei suoi denti o al limite della sua diga? Ragionando in questi termini, “non c’è in realtà alcuna differenza tra pensare quanto viene chiamato un ecosistema e quanto viene chiamato una singola forma di vita. Problema risolto.”

L’esperienza del bello
L’altro strumento individuato da Morton per rivalutare il non-umano e sviluppare una più adeguata consapevolezza ecologica è, come si accennava, l’esperienza del bello. Non potendo essere spiegata, la bellezza di un’opera d’arte ci costringe a ridimensionare il nostro ego e ad ammettere che non siamo solo noi a plasmare la realtà, ma che anzi accade spesso il contrario. E ciò è ancora più vero se pensiamo all’ambiente nei termini appena indicati, ossia come fitta rete di collegamenti e interconnessioni che, pur essendo stati rimossi dalla logica correlazionista, hanno nondimeno profondi effetti su di noi.

Ice Watch, installazione di Olafur Eliasson del 2015 citata dall’autore come esempio di arte in grado riattivare la sintonia.

È qui che entra in gioco la sintonia, quel “rapporto vivente, dinamico, con un altro essere” che lo stesso Morton paragona esplicitamente alla Forza di Star Wars. “La sintonia è la sensazione che esercita un oggetto su di me”: è uno spazio di causazione che prescinde dal libero arbitrio, è molto più veloce e potente di qualunque volontà umana ed è drammaticamente tesa al caos, alla deflagrazione, all’entropia, all’annullamento delle differenze e dunque, in definitiva, alla morte. Per questo motivo, la sintonia presenta tratti disturbanti che sono alla base della pericolosa rescissione dei collegamenti tra umano e non umano di cui ci siamo resi responsabili.

Il mostro della Laguna Nera… è l’Uomo
Questa rimozione, tuttavia, dipende anche da un altro fattore: l’ambiguità. Attraverso l’efficace metafora della “Valle perturbante” e un calzante parallelismo con la xenofobia, Morton sottolinea come l’Uomo tenda a segregare e gerarchizzare il non-umano a causa della sua perturbante ambiguità: proprio perché il non-umano ci somiglia, ci spaventa e lo allontaniamo, quando va bene. Altrimenti gli spariamo, come in certi raid razzisti o in quella scena de Il mostro della Laguna Nera in cui i protagonisti, dopo aver aggredito l’essere, si chiedono e si rispondono:

“Perché gli hai sparato senza ragione?” (…)
“E perché dovremmo avere dei riguardi per quell’animale, qualunque esso sia?”
“Potremmo saperne di più se resta vivo” (…)
“Non saprei come definirlo…”
“Sembra incredibile ma… aveva un che di umano”
(Arnold, 1954).

Quando non è segregata nella Valle perturbante, i più virtuosi tra noi riescono a tollerare l’ambiguità del non-umano. Ciò, per l’autore, non è sufficiente. Il quarto capitolo offre infatti una panoramica fenomenologica dell’ambientalismo, criticamente suddiviso in quattro stili (immersivo, autentico, religioso, efficiente) a cui Morton dedica il giusto spazio proprio per discutere il loro fallimentare rapporto di tolleranza con l’ambiguità.

In particolare, l’analisi dedicata all’efficienza predicata dai modelli di sviluppo sostenibile rappresenta uno dei passaggi più significativi, data la rilevanza attuale della questione. Più in generale, questa sezione finale, oltre a essere la più caustica e coinvolgente, ha il merito di riuscire a sintetizzare e ricollegare i tanti problemi affrontati in un libro complesso ma assolutamente necessario per cambiare rotta.
Arrivando a sostenere che persino l’indifferenza verso la crisi ambientale rappresenta una forma di consapevolezza ecologica superiore all’attuale e fallimentare logica ambientalista antropocentrica, Noi, esseri ecologici si presenta come un testo che fa del paradosso la sua arma contro quella contraddizione fondamentale per cui ci siamo dimenticati che noi stessi siamo esseri ecologici. Morton ci suona la sveglia: nella Laguna Nera del riscaldamento globale l’unico vero mostro è l’Uomo.

Letture
  • Graham Harman, Object-Oriented Ontology: a new theory of everything, Penguin Books, Londra, 2018.
  • Timothy Morton, Ecology Without Nature, Harvard University Press, Cambridge (Mass.), 2007.
  • Timothy Morton, Iperoggetti. Filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo, Nero, Roma, 2018b.
Visioni
  • Jack Arnold, Il mostro della laguna nera, Terminal Video, 2017 (home video).