Undici sfumature di suono
grigio e rosa da Canterbury


Un libro sui Caravan e, per giunta, in italiano, è di per sé un’ottima notizia. Stiamo parlando, infatti, di uno dei due gruppi capiscuola della cosiddetta scena di Canterbury (l’altro sono i Soft Machine), movimento musicale attivo a cavallo degli anni Sessanta e Settanta che conta ancora oggi file di irriducibili appassionati. Non si tratta però di una biografia della band, ma, come precisa l’autore Lelio Camilleri, di un’analisi della loro produzione discografica dal 1968, anno d’uscita in Inghilterra dell’omonimo album di debutto pubblicato dalla statunitense Verve, al 1982, anno di pubblicazione di Back To Front, album considerato il capolinea di un ciclo artistico durato quattordici anni che coincideva, tra l’altro, con il magico ricomporsi del quartetto originale formato da Pye Hastings, Richard Coughlan e dai cugini Dave e Richard Sinclair.
Un lavoro che chiudeva in bellezza un lungo e travagliato periodo costellato da continui cambi di formazione, dall’avvento del punk e da album entrati nella leggenda come il famoso In The Land of Grey and Pink, per alcuni considerato il climax artistico della band, e altri meno convincenti come Better By Far o The Album. Camilleri, docente di composizione musicale elettronica presso il Conservatorio Giovan Battista Martini di Bologna, ha già all’attivo diversi libri che analizzano produzioni e dischi di gruppi britannici, tra cui spicca una guida all’ascolto di Larks’ Tongues in Aspic dei King Crimson uscito sempre per i tipi di Arcana. In questo caso, la sua analisi interessa ben undici album tutti esaminati brano per brano (inclusa una disanima dettagliata di quello ritenuto più significativo), approfondendo gli elementi tradizionali della struttura musicale (strofa, strofa estesa, ritornello ecc.) e, soprattutto, le problematiche relative all’organizzazione dei suoni nello spazio sonoro con diagrammi che mostrano la disposizione degli strumenti e le traiettorie dei suoni all’interno della cosiddetta finestra stereofonica. Concetti non proprio immediati per chi non conosce il pentagramma o non sa leggere un sonogramma.

Tuttavia, il libro è ricco di riferimenti storici e narrativi sull’evoluzione della band, il suo posizionamento all’interno della scena progressive britannica, i cambiamenti di formazione, le innovazioni a livello melodico e armonico e sulle varie fasi creative che ne hanno contraddistinto la carriera. Non mancano annotazioni critiche che certo susciteranno l’interesse di chi conosce a fondo la materia. Per esempio, Camilleri sottolinea come i Caravan siano rimasti una delle band più longeve della scena rock d’oltremanica. Sono, difatti a oltre cinquant’anni dalla fondazione, tuttora in attività anche se della formazione originale è rimasto solo l’immarcescibile Pye Hastings che, come sottolinea l’autore, si è caricato il fardello di portare avanti, tra alti e bassi, un progetto musicale che molto probabilmente si sarebbe concluso negli anni Ottanta. Una longevità musicale sostenuta anche da un’intensa e quasi spasmodica attività live che ha sempre contraddistinto le diverse formazioni che si sono succedute nel tempo (anche nel 2020 i Caravan erano pronti all’ennesimo tour intitolato per l’occasione Who Do You Think We Are?, opportunamente rinviato all’anno prossimo).
Ancora più interessante per i canteburiologi è la difesa a spada tratta che Camilleri fa del modello “borghese” dei Caravan spesso frainteso o liquidato da alcuni critici, troppo convenzionale e pop se contrapposto a quello “sperimentale” dei Soft Machine o a quello “trasgressivo” dei Gong. Un pregiudizio duro a morire che, certo, non ha giocato nel corso degli anni a favore della loro reputazione, relegandoli quasi al ruolo di gruppo retroguardia del movimento canterburiano. Così scrivevano Al Aprile e Luca Mayer nel loro saggio sulla musica rock-progressiva europea pubblicato nel 1982, inquadrando l’esordio della band di Hastings nel 1968 “in un contesto cultural-musicale in cui non ci sono concerti all’UFO o pruderie d’avanguardia, ma tanta buona volontà, capacità di concentrazione e olio di gomito”. E poi proseguivano, precisando che:

“La differenza fondamentale tra il primo gigionismo cocainomane dei primi Soft Machine e la sana professionalità Caravan si riflette anche nella musica: se nei primi tentativi Wyatt e Allen lavorano su trame armoniche da “easy listening”, dilatandone spazi e significati, Pye Hastings e amici partono quasi ex novo, utilizzando tempi strani (5/4; 6/8) e progressioni armoniche mutuate dalla pratica jazzistica, ma abbondantemente utilizzate da, anche per dire, Frank Sinatra o Barbara Streisand.”
(Aprile, Mayer, 2009).

Insomma, le idee giuste ci sono fin da subito e sono più chiare di quelle dei “cugini” della morbida macchina i cui esordi, sempre nel 1968 con l’album Soft Machine, come racconta lo stesso Kevin Ayers in un’intervista realizzata dal super esperto Aymeric Leroy nel 2002, sono quelli di un gruppo amatoriale, senza nessun orientamento professionale e quasi imbarazzante da ascoltare. Caravan e, soprattutto, If I Could Do It All Over Again, I’d Do It All Over You del 1969 sono invece manifesti di una maturità non comune e di un approccio strumentale e di una vocalità non certo convenzionali. Infine, Camilleri rende anche giustizia al grande e oscuro lavoro fatto da Hastings dal quarto album in poi, For Girls Who Grow Plump In The Night uscito nel 1973, diventando in pratica la guida creativa del gruppo e assumendosi il ruolo di leader e di compositore quasi esclusivo. Un esempio di determinazione non comune. Non è un caso che Leroy inserisca, nel suo voluminoso saggio di quasi 800 pagine dedicato alla scuola di Canterbury, Hastings tra le dieci personalità centrali della scena.

Ascolti
  • Caravan, Caravan, Verve Forecast, 2002.
  • Caravan, The Decca/Deram Years (An Anthology) 1970 -1975, Universal Music, 2019.
Letture
  • Al Aprile, Luca Mayer, La musica rock-progressiva europea, Calypso, Milano, 2009.
  • Aymeric Leroy, L’école de Canterbyry, Le Mot Et Le Reste, 2016.
Visioni