Di scetticismo,
viaggio e spazi esterni

Mentre i Neochilenos, band musicale di ventenni, evidentemente andina, fatta di “pura ispirazione / e niente metodo”, viaggiano per un tour su un furgone verso il Nord del Cile e oltre (Perù ed Ecuador) dopo aver lasciato Santiago, nel bel mezzo di un racconto singhiozzante fatto di versi assai liberi, il narratore (ex componente della band ormai cresciuto che ricorda i tempi andati) si pone una domanda che resta impressa nella mente del lettore: “E se questo spazio / immenso / che ci istruisce / e limita / fosse un’astronave intergalattica, / un oggetto volante / non identificato?” (Bolaño 2017).
Si tratta di una domanda recitata forse con la memoria rivolta al di là del finestrino, dove il paesaggio si muove; una domanda di sicuro totale e apparentemente decontestualizzata (o volontariamente tale) che, almeno nelle nostre intenzioni, potrebbe fare da “filtro” (sicuramente parziale) per la lettura di buona parte dell’opera di Roberto Bolaño. In essa, senza troppo sforzo, possiamo infatti isolare tre elementi che ben ne caratterizzano l’incedere:

1) lo scetticismo, in prima battuta (cos’è questo mondo? cos’è tutto ciò che, pur istruendoci, ci limita? o forse istruire e limitare possono essere considerati sinonimi?);

2) poi il viaggio, chiaramente (viaggio su strada, viaggio astrale e intergalattico, viaggio onirico, viaggio lisergico e mentale);

3) e infine lo spazio esterno (l’universo? ma non siamo forse noi lo spazio interno e anche quello esterno, cioè il paesaggio?), che chiamiamo così dopo aver resistito tenacemente a un’ispirazione foucaultiana che ci avrebbe altrimenti fatto utilizzare, senza dubbio con troppa fretta e scarsa precisione, il concetto di eterotopia.

Ecco dunque tre elementi che caratterizzano i nostri Neochilenos. Personaggi che, va detto, sono in buona, ottima compagnia nell’opera di Bolaño.

Giovani anarchici e colti
Come molti altri protagonisti delle sue storie, infatti, i Neochilenos sono giovani, hanno occupazioni/ambizioni artistiche (stavolta musicali, ma molto più spesso letterarie, se non squisitamente poetiche) indirizzate di certo non al successo, come si direbbe nei malaugurati tempi (ancora) televisivi d’oggi all’indirizzo di ventenni che occupano il loro tempo facendo musica o letteratura, ma soprattutto a qualcosa che potremmo chiamare sopravvivenza sensata, o meglio riempimento estetico dei giorni, o forse antidoto all’angoscia (lasciandoci trascinare da cupi esistenzialismi), o magari esaltazione dell’attimo (piegandoci invece a luminosi vitalismi). Ognuno scelga la formula che preferisce, o non ne scelga nessuna.
L’opera di Bolaño, lo sappiamo, è infatti disseminata di post-adolescenti anarchici e colti (più colti che anarchici?), indirizzati al Nord, preferibilmente cileni o messicani (Cile e Messico, sappiamo anche questo, sono le due patrie latinoamericane dello scrittore, mentre in Europa patria è la Spagna, la Costa Brava), il cui bisogno di esprimersi, la cui pratica di vita profondamente letteraria, dissacratoria, e il cui potente afflato verso un’interrogazione allo stesso tempo mondana e trascendente sono intimamente legati alle sorti (letterarie, certo, ma soprattutto politiche e sociali) dell’intera America latina della seconda parte del Novecento: si prendano, su tutte, le centinaia di pagine de I detective selvaggi (Bolaño, 2014).
Si tratta sempre (o quasi) di giovani letterati che Bolaño, tratteggiando una scalcagnata e scomposta avanguardia di disadattati, mette insieme ad altri abitanti del mondo (questi sì, davvero maledetti) grossomodo subalterni: spacciatori, balordi, puttane e altri soggetti della stessa risma.

Lo spirito della fantascienza
A questa schiera nutrita e coerente di personaggi se ne possono aggiungere senza troppe difficoltà altri due, ovvero i protagonisti dell’ultimo libro dello scrittore cileno tradotto qui da noi. Stiamo parlando de Lo spirito della fantascienza, lavoro giovanile del nostro che Adelphi ha da poco pubblicato (nell’usuale e attenta traduzione di Ilide Carmignani, ormai da tempo voce italiana di Bolaño) continuando nel suo intento di rendere accessibile al lettore italiano la totalità dell’opera di uno scrittore che più di altri ha saputo rinverdire, negli anni recenti, i vecchi fasti del boom della letteratura ispanoamericana, mettendo d’accordo il grande pubblico (d’accordo, il medio/medio-grande) con la nicchia.

Qui e sotto gli scrittori di fantascienza ai quali vengono inviati lettere da uno dei protagonisti di Lo spirito della fantascienza. Philip José farmer è il quinto a destra della prima serie di scatti delle foto sotto.

Lo spirito della fantascienza: un libro giovanile (in chiusura leggiamo “Blanes, 1984”, quando Bolaño aveva 31 anni) riesumato dai quaderni inediti dello scrittore (riportati in parte in appendice al volume, scannerizzati quasi a volerne testimoniare l’autenticità) e dunque pubblicato soltanto tredici anni dopo la sua morte (nel 2016); un libro “studiato” e scritto su tre binari narrativi nei quali leggiamo le gesta di un giovane poeta e di un altrettanto giovane scrittore (Jan Schrella e Remo Morán) che nella Città del Messico della metà degli anni Settanta condividono il medesimo destino e la medesima camera, in cui si susseguono allucinazioni, dialoghi letterari, sogni e altri eventi già piuttosto noti al lettore di Bolaño.
Il primo dei due protagonisti, Jan Schrella, ha tra le sue principali occupazioni scrivere lettere ad autori nordamericani di fantascienza (e che autori!: tra gli altri, Alice Sheldon – e il suo alter ego James Tiptree Jr. –, Ursula K. Le Guin, Fritz Leiber, Robert Silverberg e Philip José Farmer) in cui parla di letteratura e racconta i suoi sogni. Eccone uno stralcio:

“Caro Philip José Farmer,

la guerra può essere fermata con il sesso o con la religione. Tutto sembra indicare – che tempi spietati, santo cielo – che queste sono le uniche due alternative nelle città. Per adesso scartiamo la religione. Ci resta il sesso. Cerchiamo di adoperarlo in modo utile. Prima domanda: che cosa possono fare lei in particolare e gli scrittori di fantascienza degli Stati Uniti in generale? Propongo la creazione immediata di un comitato che concentri e coordini tutti gli sforzi. Come prima misura, diciamo, per preparare il terreno, è necessario riunire in un’antologia dieci o venti autori che hanno trattato nel modo più radicale e con evidente piacere personale il tema dei rapporti carnali e del futuro.”

A sua volta, il secondo, Remo Morán, i suoi sogni (incubi piuttosto) li vede invece camminare nell’angustia dell’abitazione. Questo libro, molto probabilmente dei meno memorabili a firma del cileno, in certi punti più noioso che funambolesco, è tuttavia tipicamente bolañano: potremmo dire, tentando di schivare più che sensate accuse di strumentalismo, che esso racchiude (e si muove da) i tre elementi che in apertura abbiamo cercato di isolare dalle parole dell’ex Neochilenos, ossia lo scetticismo, il viaggio e gli spazi esterni. Ecco come:

1) Lo scetticismo: che è assolutizzazione di un furente sentire post-adolescenziale rivolto contro se stesso e il mondo; che è esigenza di dare un senso al continuo interrogarsi, nella necessità di un antidogmatismo procedurale utile alla pratica della sopravvivenza quando si vive un’età attorno ai vent’anni, ma in molti casi anche dopo.

2) Il viaggio: che è allo stesso tempo tragitto onirico, percorso lisergico, ascesa intergalattica e nel frattempo sempre, profondamente, ispirazione letteraria; elemento alla base della letteratura in quanto tale, dunque a maggior ragione anche di quella di Bolaño.

3) Lo spazio esterno: che ospita astronavi di finzione o meno; che, pur istruendoci, ci limita; che, pur istruendo Schrella e Morán, li limita fino alla chiusura, talvolta autistica, in quello che nulla ci vieta di chiamare spazio interno.

Ecco che questi tre elementi possono essere incrociati con altri due, stavolta oppositivi: nomadismo e stanzialità: nomadismo contro stanzialità, anzi. È dunque in questa tensione, forse, che possiamo leggere Bolaño, Schrella, Morán, i Neochilenos e gli altri suoi personaggi: e ci vengono in mente, a questo punto, anche e soprattutto i “critici” e il più celebre Benno von Arcimboldi di 2666 (Bolaño, 2009), per esempio.

Bolaño postumo
Alcuni, leggendo Lo spirito della fantascienza, storceranno un po’ il naso. Altri, inveterati lettori di Bolaño, monastici adoratori dello scrittore, lo accetteranno incondizionatamente o con scarse resistenze: da una parte per il valore testimoniale che esso garantisce con la sua presenza (tra l’altro “in bella copia” nell’appendice del volume, come sopra si è detto), dall’altra perché ne Lo spirito della fantascienza è possibile rintracciare buona parte dei fili (tematici e non solo) che attraversano tutta l’opera dello scrittore, quei fili narrativi che spesso portano a parlare dell’opera di Bolaño come di un intricato intreccio interrelato di elementi collegati l’uno agli altri, un intreccio che emerge poco a poco, tassello dopo tassello, libro dopo libro, in quell’incessante opera di scavo e indagine che è il lavoro del lettore (il “vero poliziotto”, d’altronde).
Destino in ogni caso comune a molti libri che hanno la ventura della pubblicazione postuma, pratica a cui ormai, complice una morte prematura, con Bolaño siamo più che abituati.
La speranza è che l’“autorevolezza della fonte” non abbagli troppo critici e lettori, e si tratta di una speranza che di certo non nasce né si esaurisce qui.

Letture
  • Roberto Bolaño, 2666, Adelphi, Milano, 2009.
  • Roberto Bolaño, I detective selvaggi, Adelphi, Milano, 2014.
  • Roberto Bolaño, Tre, Sur, Roma, 2017.