Note inedite di jazz inglese:
gli ottetti di Alan Wakeman


“Il jazz britannico fu protagonista di una serie di importanti cambiamenti che si verificarono negli anni Cinquanta, Sessanta e primi anni Settanta. Diventò maggiorenne e cominciò a sviluppare una propria identità distinta da quello che era il modello originale afro – americano. Il Regno Unito fu uno dei primi Paesi, al di fuori degli Stati Uniti, a farlo e il primo a farlo in termini di portata e profondità.”
(Heining, 2012 – traduzione dell’autore, ndr).

Quello del jazz britannico è stato davvero un ciclo irripetibile, che ha attraversato quasi tre decadi; una miniera di materiali preziosi dalla quale si continuano a estrarre documenti di gran valore musicale e non solo storico, rendendo sempre più difficile, tra inediti e ristampe, tenere il conto delle pubblicazioni in corso.
Qualche esempio ne darà meglio conto. La prolifica etichetta non profit Jazz in Britain che ha messo le mani sugli archivi di diversi musicisti, da Ray Russell a Ron Mathewson, e quelli privati di super collezionisti, sta sfornando live a getto continuo di musicisti chiave come Joe Harriott, Tubby Hayes, Allan Holdsworth, Michael Garrick e così via. La gloriosa Cadillac, etichetta indipendente fondata da John Jack nel 1973 per pubblicare i primi dischi di Mike Westbrook, ha appena ristampato uno tra gli album tra i più ricercati del trombettista Harry Beckett, Joy Unlimited. Proprio di Westbrook è apparsa questa primavera la versione in concerto, precedente la storica registrazione in studio, della suite Citadel/Room 315 (l’etichetta è la My Only Desire Records) mentre la poco nota Presto Jazz ha annunciato la pubblicazione di una raccolta di brani dal vivo dei Major Surgery di Don Weller. Dalla Polonia è arrivato un disco curato personalmente da Barry Guy che ha restaurato e pubblicato in forma ufficiale brani dal vivo della sua London Jazz Composers Orchestra. Si intitola That Time e lo ha pubblicato la Not Two Records. Infine, all’orizzonte, c’è in uscita, grazie alla Repertoire Records, il cofanetto di ben dodici compact disc di Barbara Thompson con materiali inediti della New Jazz Orchestra di Neil Ardley. Consideriamo tutto questo solo un antipasto, perché altre incisioni storiche sarebbero all’orizzonte, a iniziare dalla session inedita dei Nucleus risalente al 1971.
Viene da pensare che quanto pubblicato ufficialmente all’epoca rappresentasse solo la punta di un colossale iceberg frutto di una progressiva stratificazione di incisioni da parte di una miriade di gruppi attivi a Londra, e non solo. Tutti impegnati, dai palchi dei jazz club o dagli studi delle radio, a produrre musica quasi senza soluzione di continuità. In questo scenario si inseriscono perfettamente queste due sconosciute, almeno fino a ieri, registrazioni radiofoniche, pubblicate dalla Gearbox Records, di due ottetti capitanati da Alan Wakeman (classe 1947), compositore e sassofonista noto soprattutto per i suoi trascorsi nei diversi ensemble diretti da Westbrook, dai gruppi degli esordi fino alla Brass Band e, più recentemente, all’Uncommon Orchestra, alternandosi tra sassofono tenore, soprano e, più raramente, flauto e clarinetto. Wakeman conobbe Westbrook all’età di sedici anni (fu il suo insegnante di educazione artistica al college e il suo primo mentore). Come egli stesso ha ricordato:

“Ci conoscemmo quando arrivai a Londra: insegnava arte nella mia scuola e fu davvero un fatto che dette una svolta alla mia vita. Lui mi fece scoprire i musicisti che stavano innovando il jazz: Charles Mingus, Eric Dolphy, Archie Shepp, Ornette Coleman e il sensazionale Coltrane di «New Thing At Newport».”
(Bonomi, 2014).

A parte il filo rosso che ha sempre legato e lega Wakeman a Westbrook il sassofonista, autodidatta, come la grandissima maggioranza dei colleghi della sua generazione, si dette molto da fare in quegli anni. Il suo tenore ruggente fece capolino in innumerevoli collettivi e band, più o meno sconosciuti, dal trio con Harry Miller e Paul Lytton agli Impulse di Brian Miller (Wakeman fu anche tra i primi membri dei Gilgamesh di Alan Gowen con Rick Morecombe, Jeff Clyne e Mike Travis), dando spesso prova di essere un ispirato compositore. Come nei suoi Triton, trio fondato nel 1979 con il bassista Paul Bridge e il batterista Nigel Morris, artefici di un avant jazz dalle trame taglienti e spigolose o come, appunto, in questa pubblicazione dalla Gearbox Records che ne svela, per la prima volta, il ruolo di bandleader. Come dicevamo, le due sessioni tenutesi negli studi radiofonici della BBC sono risalenti a periodi storici diversi e, precisamente, al novembre 1969 e al maggio 1979. Le composizioni, tutte originali, furono scritte espressamente da Wakeman per i due programmi e quasi mai più riprese a livello di concerti. Si tratta, quindi, di lavori praticamente inediti al grande pubblico.

Il primo set, registrato per il programma Jazz Workshop (BBC Radio 1), consta di tre brani – Dreams, Forever, Merry-Go-Round, e vede Wakeman in compagnia di Alan Skidmore, Mike Osborne, Paul Rutherford, Paul Nieman, John Taylor, Lindsay Cooper e Paul Lytton (la condizione che pose Roger Eames, il produttore del programma, è che la band fosse, almeno per la metà, composta da musicisti di provata esperienza con Skidmore o Taylor). Tre brani dove si respira a pieni polmoni l’aria frizzante della Londra degli anni Sessanta e dove si tocca metaforicamente con mano l’energia creativa che sicuramente doveva avvolgere locali come Bulls Head, 100 Club o The Phoenix. Posti angusti, ma ospitali, dove una nuova generazione di giovanissimi jazzisti, come Wakeman, stava cercando di creare linguaggi alternativi. La swingante e corale Dreams ne è un valido esempio, tanto che non avrebbe sfigurato nelle scalette di uno dei primi album di Westbrook o delle prime formazioni guidate da Keith Tippett. La tensione è la stessa come è la medesima la propensione a voler evadere da un orizzonte mainstream con i continui cambiamenti di metro, con le coloriture eterodosse e con una vena melodica prorompente (l’assolo è di Alan Skidmore). Non meno interessante è Forever (brano tratto da una suite basata sullo standard When I Fall in Love) caratterizzata da uno spettacolare intro al piano di John Taylor e da uno swing accelerato che vede in bella evidenza Mike Osborne e il suo contralto. Niente male per un musicista ventiduenne, l’età di Wakeman al tempo della prima registrazione, che in quel periodo aveva già suonato con Harry Miller (formando un trio con Paul Lytton) e con la New Jazz Youth Orchestra. Non solo. Quell’anno, al London College of Music, dove aveva completato un corso di jazz, si era fatto notare da Graham Collier, entrando stabilmente nel gruppo del bassista e compositore, registrando, un anno dopo, nel 1970, due album: Songs for my Father e Mosaics. Per aver un’idea di quanto fosse vitale e frenetica la scena, è interessante la testimonianza che, nelle note che accompagnano l’incisione, Wakeman fa delle settimane immediatamente precedenti e successive alla registrazione alla BBC (21 novembre 1969):

“il 14 ottobre di quell’anno mi recai in Germania per un tour con una big band che accompagnava due cantanti pop, Paul e Barry Ryan. Se non ricordo male tra i membri della band c’erano due giovanissimi Stan Sulzmann e Karl Jenkins. Il 28 ottobre  partecipai a una trasmissione suonando nella big band di Alan Cohen e la settimana successiva ero a registrare ancora per la BBC con il gruppo di Graham Collier. Quest’ultimo concerto venne diffuso il 20 dicembre e mi ricordo che quel giorno ero al Ronnie Scott’s a suonare con Alan Skidmore per la somma principesca di 3 sterline… Il fine settimana, precedente alla registrazione con l’ottetto, ero con Mike Westbrook a suonare alla prima di Earthrise al Mermaid Theatre di Londra, il 4 dicembre ero sempre con Mike nel Devon e il martedì successivo era impegnato in un concerto con Dave Holdsworth.”

Non meno suggestiva è la registrazione, dieci anni dopo per il programma radiofonico Jazz in Britain (BBC Radio 3), della suite Chaturanga ispirata al gioco degli scacchi di cui Wakeman è un cultore (passione condivisa da altri jazzisti celeberrimi come Dizzy Gillespie o Anthony Braxton). La suite scritta da Wakeman grazie a un contributo dell’Art Council è un altro affascinante viaggio nelle musiche collettive del tempo. La durata integrale della suite in dieci movimenti di due ore fu “accorciata” per l’occasione con l’esposizione abbreviata dei temi di soli cinque movimenti (Chaturanga, Manhattan Variation, Vienna, Robatsch Defense e Kingside Breakthrough). Si tratta di un viaggio meno tumultuoso e turbolento di quello del 1969: più calmo, placido, introspettivo e illuminato da brillanti assoli, l’intro “indiano” di Chaturanga con Chris Lawrence che evoca le scale della musica raga suonando il suo contrabbasso con l’archetto, e da notevoli spunti melodici come in Vienna con Art Themen al tenore. Un movimento, quest’ultimo, che rimanda per grazia e intensità alle suite westbrookiane Citadel, Room 315 o Metropolis. L’ottetto del 1979 è, come nella precedente registrazione, una formazione che fu creata ad hoc per l’occasione anche se, in questo caso, vi furono alcune esibizioni dal vivo. La prima di Chaturanga si tenne al 100 Club di Londra e vi fu una replica, sempre nel 1979, al Camden Jazz Festival.  E la formazione? Ovviamente, diversa da quella di dieci anni prima. Oltre al compagno di tante avventure, Alan Skidmore, e a Paul Rutherford, presenti anche nel 1969, i nuovi acquisti furono Art Themen, Henry Lowther, Gordon Beck, Chris Lawrence e l’ex Triton Nigel Morris (nei concerti apparirono alternativamente anche Evan Parker, Stan Sulzmann e Michael Garrick).

Possiamo affermare, con il senno di poi, che fu un peccato che gli ottetti non diventarono, di fatto, delle working band, (“Non sono un bandleader per natura”, precisa Wakeman nelle note) perché il sassofonista avrebbe avuto la chance di mettere in campo, in modo più evidente, le sue indubbie qualità di compositore. Queste registrazioni non sono un documento per completisti, ma costituiscono una delle tessere portanti di quel mosaico variopinto e unico che fu il British Jazz (cfr. Bonomi, Fucile, 2005).

Ascolti 
  • Graham Collier Music, Songs for my Father, Disconforme, 2000.
  • Graham Collier Music, Mosaics, Disconforme, 2000.
  • Mike Westbrook Orchestra, Citadel, Room 315, BGO Records, 2006.
  • Mike Westbrook Orchestra, Love/Dream and Variations, Line Records, 1989.
  • Mike Westbrook, The Westbrook Blake (Bright as Fire), Impetus, 1991.
  • Triton, Wilderness of Glass, Awake, 2012.
  • Harry Beckett, Still Happy, My Only Desire Records, 2016.
  • Mike Westbrook Orchestra, Catania (Live in Sicily 1992), Westbrook Records, 2018.
Letture
  • Claudio Bonomi, Gennaro Fucile, Elastic Jazz – Sketches of Britain, Auditorium Edizioni, Milano, 2005.
  • Claudio Bonomi, Ho avuto fortuna: ero nei paraggi, Musica Jazz, maggio 2014.
  • Duncan Heining, Trad Dads, Dirty Boppers and Free Fusioneers – British Jazz 1960 – 1975, Equinox Publishing, Sheffield, 2012.