Tommaso Landolfi, ovvero
d’angoscia e inattualità

Tommaso Landolfi
Del meno
Adelphi, Milano, 2019

pp. 333, € 15,00

Tommaso Landolfi
Del meno
Adelphi, Milano, 2019

pp. 333, € 15,00


Uno scrittore dalle fortune assai incerte di nobile schiatta ormai decadente, giocatore incallito funestato dalle pesanti spire dell’angoscia e del fallimento, decide di affidarsi a un inaspettato evento offertogli dal caso per abbandonare l’infelice confino cui si trova costretto, per sua stessa intenzione, “nel villaggio e nella casa antica dei […] padri” (Landolfi, 2018). Sicché, sollecitato dall’ingegno tecnico e dall’ambizione conoscitiva d’un folle scienziato prima sconosciuto, suo appassionato lettore, s’aggrega quale secondo astronauta a una spedizione verso le stelle a bordo della nave Cancroregina.
Lasciare la crosta terrestre verso gl’interminabili spazi dell’universo insondato non servirà tuttavia a dargli ristoro dai mondani patimenti. Complice la definitiva uscita di senno del suo unico compagno di viaggio, l’impresa celeste lo sprofonderà anzi in un’angoscia più dura e metafisica di quella provata in Terra, facendogli trovare conferma, anche nel sidereo silenzio del vuoto in cui si muovono gli astri, dell’insolubile condizione dolente dell’uomo in quanto tale, e della vita che disgraziatamente gli tocca in sorte a partire dalla nascita:

“E sempre lo stesso spettacolo, lo stesso corso, lo stesso giro per quanto ampio, le stesse poche vicende celesti; e così, lo ripeto, senza fine e senza meta. Le meraviglie del cielo! Le meraviglie del cielo sono questo buio anch’esso senza fondo in cui son confitte, tanto rade, tanto l’una all’altra lontane quanto le isole del Pacifico, anzi assai più, terre minuscole, appetto a così gran vuoto. Meraviglie delle terre, semmai, se, dico, di meraviglie non si può fare a meno di parlare: soltanto attorno alle terre s’aggromma, precipita la vita, e a una spanna appena da esse tutto è morte e tenebra” (ibidem).

Le caratteristiche socio-anagrafiche del mentovato personaggio, gli usi e il lignaggio che lo caratterizzano, il suo afflitto tono e il simile umore, così come l’esilio autoimposto nella dimora avita in cui lo troviamo al principio (elementi di cui brevemente abbiamo dato conto nella brutale sinossi appena terminata), sono chiavi non solo del gustosissimo Cancroregina, racconto lungo originariamente pubblicato nel 1950 da Tommaso Landolfi (1908-1979).

Sono invero tratti costanti di gran parte dell’opera dello scrittore di Pico, anima inquieta della letteratura italiana del fertile Novecento, che a unanime parere di critica e famiglia avrebbe scritto nel tempo una lunga e reiterata autobiografia, rinnovandola racconto per racconto e presentandola sovente, come nel succitato Cancroregina, grazie al dispositivo del fantastico, di cui era ardito maestro. Si legga, in proposito, quanto segnalato da Italo Calvino nella postfazione all’antologia da lui stesso curata dei racconti di Landolfi.
Isolando le due anime del nostro, quella del “giocatore” e quella del “nobile paesano che invecchia restando scapolo e «figlio» in un ambiente che concentra tutte le sue ossessioni”, Calvino scrive:

“I rapporti di Landolfi con se stesso, a seguirli attraverso gli scritti, definiscono un egotismo tra i più complessi e contraddittori. Dal teatro delle narrazioni in cui egli più s’accanisce contro se medesimo e il mondo, si passa alla vena d’autobiografia diretta e libera, dove (più che nei racconti d’invenzione) sono la misura e il distacco a rivelare la sofferenza”
(Calvino, 2001).

Proprio il secondo caso citato da Calvino, ovvero “la vena d’autobiografia diretta e libera”, segna la linea narrativa attraverso la quale si dipanano i cinquanta elzeviri (meglio dirli prose brevi e dialoghi) che costituiscono Del meno, raccolta del 1978 ridata recentemente alle stampe da Adelphi, che riporta soltanto alcuni dei numerosi interventi pubblicati da Landolfi nella sua lunga collaborazione con Il Corriere della Sera tra il 1954 e il 1979.
Qui siamo appunto di fronte a paragrafi sparsi di quell’autobiografia, in cui si rinnovano l’angoscia dell’autore e il suo distacco dal mondo, nel tentativo vano di evadere dal “lapidoso abisso cittadino”. 
Il “Landolfi-personaggio” più dichiaratamente “Landolfi-uomo” è infatti l’indiscusso protagonista dell’intero testo e dei singoli elzeviri (o meglio, della grande maggioranza di essi), tanto che si può provare a descriverlo estraendo disordinatamente brani qua e là, saltando di elzeviro in elzeviro:
Un uomo che ha “dovuto accettare [… il suo] remoto esilio” (Il gigante) nella “casa avita” (Una casa), e che di notte si desta e rimane “lì, tristo, balordo, eppure non meno ansioso, a interrogare travagliosamente il buio, a proporsi impossibili soluzioni” (Sogni proibiti). Un uomo che a mattina “s’arruffa i capelli, sospira, sorbisce il caffè, ed è di nuovo pronto per il suo meschino calvario” (L’uomo di gettoni), segnato dall’“ardua pegola dei rapporti umani, delle convenienze e decenze” (La volontà di potenza), dal “senso di vuoto allo stomaco che sempre gli [… dà] la mancanza di quattrini” (Buone speranze). Un uomo, insomma, “ormai giunto all’estremo limite dall’avvilimento” (ancora Sogni proibiti).

E se tale sofferenza segnata da misura e distacco (così come inteso da Calvino) dà vita al personaggio accompagnandolo in una strada senza traguardo che in fin dei conti è preparatoria alla morte (in alcuni dei cinquanta elzeviri si riflette anche sull’opportunità di ricorrere al suicidio), è nell’ironia e nella lingua che egli trova soluzione, ed è qui che si fa determinante il distanziamento dovuto al lavoro di scrittura del suo autore: l’accentuazione ironica dello stile agìta tramite l’attenzione spasmodica rivolta alla lingua e alla sua esattezza è infatti un altro degli elementi strutturanti dell’intera opera di Landolfi. Si legga ancora Calvino:

“Il gioco di Landolfi […] è complesso. Attorno a una idea – perfida, o ossessiva, o raccapricciante –, s’organizza un racconto d’elaborata esecuzione, impostato quasi sempre da una voce che pare faccia il verso a un’altra voce […] o diciamo, su una scrittura che solo fingendosi parodia di un’altra scrittura […] riesce a esser diretta e spontanea e fedele a se stessa” (ibidem).

In tal senso, il dialogo tra Landolfi e il mondo letterario vissuto dal suo usuale personaggio si rinnova racconto dopo racconto, opera dopo opera, e, come sottolinea Michele Mari nel capitolo dedicato al nostro ne I demoni e la pasta sfoglia (2010), si perpetua nel dare soddisfazione a una “potentissima […] preoccupazione di inattualità” che “induce alla lingua una patina antica e arcaismi tanto significativi quanto obsoleti (pointe di una concezione antirealistica e antipedagogica della letteratura)”, di cui esemplare e parossistica espressione Landolfi ha dato nel memorabile e citatissimo racconto del 1966 La passeggiata (primo della raccolta Racconti impossibili), per il quale valga soltanto il formidabile incipit:

“La mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava la bozzima… Sono un murcido, veh, son perfino un po’ gordo, ma una tal calma, mal rotta da quello zombare o dai radi cuiussi del giardiniere col terzomo, mi faceva quel giorno l’effetto di un malagma o di un dropace! Meglio uscire, pensai invertudiandomi, farò magari due passi fino alla fondina”
(Landolfi, 2017).

Ecco che l’inattualità, di per sé connaturata all’ambientazione della già citata dimora avita, è la cifra maggiormente distintiva anche e soprattutto della lingua di Landolfi. Non a caso, lo stesso Mari prosegue nel suo argomento citando proprio un capitolo di Dal meno, ovvero Una casa, un testo che, “a dispetto della sua natura di elzeviro, non ha nulla di saggistico perché tutto in esso è simbolicamente saturo e intrattabile”. Un testo che, come accade in molti altri dello scrittore di Pico, condensa in sé il senso di prigionia domestica cui è condannato il personaggio landolfiano per eccellenza e da cui provengono la sua lingua e il suo stato d’animo in perenne travaglio. Un perenne travaglio a cui nemmeno i viaggi astrali, come in Cancroregina, riescono a dar requie, ma che si risolve con il rifugio nella letteratura, che è casa, e con essa nella lingua, restandone tuttavia invariabilmente imprigionato.

Letture
  • Italo Calvino, L’esattezza e il caso, postfazione a Tommaso Landolfi, Le più belle pagine, Adelphi, Milano, 2001.
  • Tommaso Landolfi, Racconti impossibili, Adelphi, Milano, 2017.
  • Tommaso Landolfi, Cancroregina, Adelphi, Milano, 2018.
  • Michele Mari, I demoni e la pasta sfoglia, Cavallo di ferro, Roma, 2010.