Alcuni libri valgono l’attesa. In un mondo in cui la rincorsa alla novità è uno sport che lascia le corsie delle librerie infestate dagli spettri delle novità del giorno prima, ci ritroviamo a parlare più che volentieri di una novità di quasi sessant’anni fa. E quasi quaranta ne sono passati dal 1989, anno della sua uscita nei Classici Urania. Da allora, Campo Archimede di Thomas M. Disch è rimasto fuori dalla portata dei lettori italiani, se non per le fugaci sortite nel mercato dell’usato. Per fortuna, la scorsa estate Urania ha deciso di porre fine al digiuno, rimediando a questa immotivata lacuna con una riedizione nel sempre più ricco catalogo della sua Collezione, giunta nel frattempo a 285 titoli: in questo modo, le lettrici e i lettori che già lo conoscevano hanno potuto cogliere l’occasione per una rilettura sempre preziosa, mentre quelli più giovani che non lo avessero preventivamente e fortunosamente scovato nei remainder, hanno finalmente avuto la loro possibilità di misurarsi con un’autentica pietra miliare del genere.
La quintessenza della SF degli anni Sessanta
Come accaduto ad altri titoli del periodo (l’anno successivo sarebbe toccato a Jack Barron e l’eternità di Norman Spinrad), Campo Archimede uscì inizialmente a puntate sulla prestigiosa rivista britannica New Worlds, tra il luglio e l’ottobre del 1967. Nelle mani di Michael Moorcock, che ne aveva rilevato la direzione nel 1964, la storica testata si era trasformata in un laboratorio e, già a partire dal 1962, anno dell’uscita dell’epocale pezzo di James G. Ballard sullo spazio interno (Which way to Inner Space?), in una vetrina per la nuova fantascienza che prendeva forma in quegli anni e che col tempo si sarebbe identificata nella New Wave (cfr. Ballard, 2001). Nella storia della fantascienza, il periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta è una prima singolarità, con una concentrazione non solo di capolavori, ma più genericamente di opere ascrivibili alla fascia letteraria medio-alta, che il campo non aveva mai conosciuto prima di allora. Nel giro di pochi anni, uscirono opere che avrebbero contribuito a plasmare la nostra percezione della science fiction, dentro e fuori dal genere, imponendo modelli in grado di riverberare nelle opere successive, spingendone l’evoluzione verso forme sempre più consapevoli ed esiti di ambizione almeno confrontabile. Oltre ai già citati Ballard, Moorcock e Spinrad, Philip K. Dick, Ursula K. Le Guin, Roger Zelazny, Samuel R. Delany, Daniel Keyes, Robert Silverberg, Philip José Farmer, Anne McCaffrey, Brian W. Aldiss, Cordwainer Smith, Kate Wilhelm, Joanna Russ, Kurt Vonnegut, Harlan Ellison, senza dimenticare i veterani Robert A. Heinlein, Jack Vance, R. A. Lafferty, Theodore Sturgeon, Clifford D. Simak e Fritz Leiber. E la lista potrebbe continuare con Poul Anderson, John Brunner, Frank Herbert, Barry N. Malzberg, Larry Niven, Charles L. Harness, Vonda N. McIntyre, fino ad arrivare a James Tiptree Jr./Alice Sheldon: a scorrere l’albo d’oro dei premi di settore a cavallo tra i due decenni ci si imbatte in un distillato di talento e in una molteplicità di voci e visioni che ha dello straordinario.

Nel novero, il contributo di Disch non sfigura affatto. Fin dagli esordi con Gomorra e dintorni (ristampato sempre da Urania Collezione nel novembre 2025), lo scrittore nordamericano si dimostra una delle penne più originali e riconoscibili della sua generazione. Nato nel 1940 a Des Moines (Iowa), cresciuto a Saint Paul (Minnesota), dopo il liceo si trasferì a New York, dove si barcamenò tra una quantità di lavoretti (libraio, giornalista, impiegato di banca, copywriter) per sbarcare il lunario. L’indigenza e forse gli strascichi di un’infanzia non idilliaca lo spinsero prima a un tentativo per fortuna fallito di suicidio, poi malauguratamente ad arruolarsi nell’esercito, esperienza che si concluse con tre mesi di internamento in un ospedale psichiatrico. Rientrato a New York, vendette il suo primo racconto nel 1962 a Fantastic e nel 1964 inaugurò una parallela carriera di poeta, in cui declinò una passione che lo accompagnava fin dagli anni delle superiori. Prima a New York e in seguito a Londra ebbe modo di entrare in contatto con le rispettive scene artistiche, ricavandone collaboratori come John Sladek, ammiratori come Delany, Ballard e Brian W. Aldiss, e il compagno della vita Charles Naylor. Fin dagli esordi, i suoi romanzi riscuotono consenso e apprezzamento, pur non arrivando mai a distinguersi come bestseller, ma lasciano un segno destinato a durare, che si rivela decisivo anche nella diffusione delle nuove tendenze della fantascienza di quegli anni. Il critico ed esperto Salvatore Proietti ne ricostruisce in dettaglio l’apporto nella sua postfazione, al solito ricca di notizie e di accurate disamine dei suoi lavori principali: Thomas M. Disch: dell’arte, della guerra e della fantascienza, un motivo in più per non farsi sfuggire questa edizione.
La fantascienza faustiana di Disch
Campo Archimede è la storia, raccontata in forma di diario, di Louis Sacchetti, poeta newyorkese del prossimo futuro che si oppone a una guerra senza esclusione di colpi combattuta dal suo governo (forse un prolungamento del Vietnam, come fa notare lo stesso Proietti) e anche per questo finisce in una prigione sotterranea con altri dissidenti come lui. Fin dalla prima pagina, veniamo a sapere che la situazione fuori dai centri di detenzione è sull’orlo del baratro, con il presidente McNamara – all’epoca, nel mondo reale, agli sgoccioli della sua carriera politica come Segretario della Difesa, ruolo in cui si era distinto come il maggior propugnatore dell’escalation americana in Vietnam sotto le presidenze Kennedy e Johnson – che secondo alcune voci sarebbe giunto ad autorizzare l’uso delle testate tattiche e che qualcosa sta distruggendo l’ecosistema nordamericano, forse un’arma batteriologica sfuggita al controllo dei militari.
Sacchetti viene trasferito da una prigione statale, ma al suo arrivo si accorge che Campo Archimede non è una prigione come le altre: il suo direttore è infatti un militare ambizioso, il generale Humphrey Haast (per gli amici H.H.), dubbio eroe della Seconda Guerra Mondiale, ora a capo di un misterioso progetto. Gli altri detenuti non tardano a mostrare un comportamento bizzarro, la condotta delle guardie alterna angherie da aguzzini a libertà apparentemente inconciliabili con una struttura di detenzione come quella, ma soprattutto H.H. chiede a Sacchetti di documentare tutto nei minimi dettagli, attraverso una telescrivente che è parte dell’apparato di controllo e sorveglianza della prigione. La dottoressa Aimée Busk, un ufficiale scientifico del ramo femminile dell’esercito (Women’s Army Corp), rivela che gli altri detenuti rappresentano il prezioso materiale di studio di un cruciale esperimento sul potenziamento dell’intelligenza:
“…per capire la ragione della sua presenza, qui, deve sapere lo scopo di questo esperimento. Si tratta di un’analisi approfondita dei processi di apprendimento. Non ho bisogno di spiegarle quanto l’istruzione sia importante in relazione allo sforzo difensivo dell’intero paese. In ultima analisi, l’intelligenza rappresenta la risorsa più vitale di una nazione, e l’istruzione può essere considerata come un processo per potenziare l’intelligenza. Tuttavia essa generalmente fallisce, perché la sua funzione primaria contrasta con l’adattamento sociale. Quando un’intelligenza è potenziata, lo è quasi sempre a danno dell’integrazione nella società. Il suo stesso caso illustra quanto le ho detto e perciò, dal punto di vista della società, il guadagno è sempre stato minimo. Un crudele dilemma”.
La dottoressa Busk è una psicologa incaricata di valutare gli effetti delle “nuove tecniche educative” pensate per potenziare l’intelligenza in soggetti adulti, che hanno ormai completato il loro processo di socializzazione e formato un carattere. Le cavie scelte dai ranghi dell’esercito non hanno portato ai frutti sperati, così Campo Archimede rappresenta la soluzione promossa da una imprecisata organizzazione privata per offrire all’esercito un terreno vergine su cui testare la possibilità di risvegliare le preziose “facoltà creative latenti” della mente umana. E per fortuna della ricerca, il governo in carica non difetta di dissidenti su cui condurre il test. Sacchetti potrà interagire con gli altri detenuti al fine di documentarne il comportamento e descrivere l’evoluzione nel tempo dell’atmosfera intellettuale del luogo.
Dalla dottoressa, Sacchetti viene anche a sapere di essere stato segnalato da un altro detenuto, Mordecai Washington, riconosciuto come il capo dei prigionieri, che lo ha espressamente indicato per quel luogo di interprete e portavoce. Sacchetti ha un vago ricordo dell’uomo, suo ex compagno delle superiori, ma si ritrova ben presto a essere affascinato e inquietato dai loro incontri. Nella struttura, i prigionieri sono infatti liberi di interagire entro certi limiti, e da Mordecai e dalla dottoressa Busk Sacchetti apprende poco alla volta ulteriori dettagli, scoprendo che i soggetti dello studio sono stati infettati con la pallidina, una variante del batterio della sifilide: è la stessa dottoressa a menzionare tra i casi noti di interesse, al culmine di un crescendo che parte da Paul Gauguin e passa per Friedrich Nietzsche a arriva a “l’immortale esempio di ciò che possa compiere il treponema pallidum”, ovvero Adolf Hitler. Lo spettro dell’olocausto aleggia sull’intero romanzo, dalla menzione del Cervello di Donovan dell’esule Curt Siodmak, riparato negli USA dalla Germania nazista, che costituisce anche una delle chiavi di lettura del romanzo, al titolo del dramma su cui Sacchetti si mette al lavoro in preda a una frenesia incontrollabile: Auschwitz.

La pallidina sembra effettivamente avere il dono di amplificare le facoltà intellettive dei soggetti infettati, al punto di oltrepassare i limiti stessi posti dalla natura: non a caso Mordecai si ritrova nella sua posizione grazie al vantaggio che H.H. spera di trarne, ovvero una soluzione all’antico problema della mortalità, attraverso un sofisticato processo alchemico ideato dal detenuto per distillare un elisir di lunga vita ed eterna giovinezza. Ma la pallidina, come la neurosifilide contratta dal compositore follemente ambizioso di Thomas Mann (altro esule del Terzo Reich) nel Doctor Faustus, ha un prezzo da pagare, che nel caso dei detenuti di Campo Archimede consiste in un rapido deterioramento fisico che conduce alla morte in pochi mesi. Mordecai è ormai prossimo al suo limite, quando riesce a organizzare l’attesa dimostrazione delle sue ricerche alchemiche, o, come lui ama chiamarle, il suo Opus Magnum. È la scena in cui culmina la prima parte del libro e da cui scaturisce la seconda, che prosegue sempre in forma diaristica, ma molto più frammentata, il racconto dei successivi mesi di Sacchetti a Campo Archimede.
Mordecai è morto e H.H. non sembra essersi ripreso dal suo fallimento. La dottoressa Busk è scomparsa. Ma in prigione giunge un nuovo persecutore per i detenuti sopravvissuti: Skilliman, lo scienziato che incarna l’amore per il potere apocalittico che scaturisce dalla conoscenza scientifica, una sorta di Oppenheimer ansioso di provocare un cataclisma planetario. Si instaura così un nuovo clima di controllo e oppressione all’interno della prigione, ma alcuni dei suoi collaboratori finiscono per subire “l’influenza sovversiva” di Sacchetti, che sempre più debilitato si rende conto di essere stato a sua volta infettato dalla pallidina. Il narratore si prepara così alla fine, in preda a un crescente cinismo e distacco verso ciò che sta succedendo al mondo, ma una sorpresa sconvolgente lo attende al termine del suo viaggio: forse l’alchimia non era il vero interesse di Mordecai, l’obiettivo del suo progetto segreto; forse nessuno aveva davvero colto quello che l’Opus Magnum nascondeva in piena vista.
L’eterno ritorno della New Wave
Secondo alcune rappresentazioni che attingono alla mitologia dharmica e alla tradizione orfica, il tempo sarebbe una Grande Ruota. Nietzsche rese popolare il concetto di Eterno Ritorno all’Uguale e crediamo che sia sintomatico della grandezza di questo romanzo il fatto che Campo Archimede mostri una così stretta relazione con il suo tempo, riuscendo comunque a mantenersi attuale ancora oggi, a più di mezzo secolo di distanza dalla sua composizione. Difficile pensare a un libro che nella sua essenza risulti più aderente allo spirito della New Wave di questo, complesso e sofisticato come il rock che si andava formando in quegli stessi anni e che avrebbe caratterizzato tutto il decennio successivo. In alcune pagine, Disch ci catapulta direttamente nell’editoriale-manifesto di Ballard:
“È noto che negli ultimi vent’anni una piccola ma potente cricca a Washington ha gettato via miliardi di dollari, tasse pagate dai contribuenti, per esplorare lo spazio esterno. Mentre lo spazio dentro di noi non è stato neppure sfiorato. […] Si starà chiedendo a cosa mi riferivo, con l’espressione «lo spazio dentro di noi»? […] Si tratta di una mia idea, e si riferisce a quello che le stavo spiegando l’altro giorno a proposito del materialismo della scienza ai giorni nostri. Vede, la scienza accetta soltanto fatti, mentre la natura ha due aspetti, uno materiale e l’altro spirituale”.
Parole con cui Mordecai lascia indizi sulle reali ambizioni della sua opera misteriosa. Proseguendo poi con una riflessione del tardo Sacchetti, ormai infetto e in stadio avanzato di deterioramento, parte di un rapporto redatto sul pernicioso Skilliman a beneficio del presunto H.H.:
“Considerazioni e concetti che sono il frutto di un’intelligenza vasta e indomabile. Anche se cerco di mettere insieme numerosi particolari, non posso usare contro di lui tutto quello che dice. (Per essere giusti, un esempio conclusivo: egli stava cercando di analizzare lo strano fascino esercitato dai laghi, dai serbatoi e dalle superfici d’acqua in genere. Ha osservato che soltanto qui la natura si presenta a noi con uno spettacolo di piani euclidei che si estendono senza limiti apparenti. Rappresentazione di quella sottomissione finale alla legge di gravità che è sempre operante nelle cellule dei nostri tessuti. Da qui, è passato a osservare che la grande conquista dell’architettura è semplicemente l’impadronirsi del concetto di piano euclideo, rimanendo ai suoi bordi. Un muro è un fenomeno notevole poché è un corpo d’acqua… in piedi su un lato)”.
Puro ballardismo applicato, ci verrebbe da dire citando la theory fiction di Simon Sellars. Ma è anche come se la ruota avesse completato un giro dagli anni Sessanta a oggi, e così, tornando alla tragedia del nazismo, ritroviamo una dolorosa presa di coscienza che l’autore decanta in alcune delle pagine più dense e significative della sua opera, e che, se volessimo sintetizzare in un singolo, amaro passaggio, potremmo condensare in questo:
“Non è soltanto la Germania […] Non è soltanto Campo Archimede. È l’intero universo. Tutto questo dannato universo è un maledetto campo di concentramento”.
Come se questo non bastasse, Disch non si nega nemmeno il lusso della premonizione, anticipando con sconcertante lucidità l’epidemia di AIDS degli anni Ottanta. Sono dunque molteplici i motivi per cui Campo Archimede rappresenta una lettura indispensabile, forse oggi più che mai. E a quelli già enunciati aggiungiamo la possibilità di entrare nel mondo di un autore in grado di parlarci con uguale autorevolezza del tempo in cui visse, come del tempo in cui viviamo noi. Un autore che abbiamo dimenticato forse troppo presto, ma che nella sua lunga carriera ha dato prova di sapersi continuamente reinventare, fino alla tragica scomparsa avvenuta nel 2008, a seguito di un lungo periodo di depressione. Che un libro colto come questo, denso di riferimenti alla cultura alta senza trascurare l’immaginario popolare, approdi per l’ennesima volta della sua storia editoriale in una collana destinata esclusivamente al mass market costituisce di per sé solo un altro paradosso che entra in risonanza con le ambizioni letterarie di Disch: possibile che il mercato italiano ancora una volta non abbia trovato una collocazione più visibile e duratura per un romanzo di questa portata? Ma intanto cogliamo l’occasione per esprimere l’auspicio che Mondadori, magari in parte su Urania e in parte stavolta anche in altri canali con sbocchi librari, continui a valorizzarne l’opera, che conta almeno altri tre romanzi fantascientifici di altissimo pregio, quali il tour de force fantaspionistico Terra all’infinito del 1967 e le distopie degli anni Settanta 334 e Le ali della mente, la raccolta di racconti La signora degli scarafaggi e altri 22 racconti e la sequenza di romanzi gotici nota come Supernatural Minnesota a cui Disch si dedicò negli ultimi anni di attività, ancora parzialmente inedita in italiano. Chiunque lo farà, si meriterà la gratitudine incondizionata dei lettori, soprattutto di quelli che solo adesso si stanno avvicinando ai mondi crudeli e disincantati di Thomas M. Disch.
- James G. Ballard, Qual è la via per lo spazio interno? in Fine millennio: istruzioni per l’uso, Dalai Editore, Milano, 2001.
- Thomas M. Disch, Terra all’infinito, Casa Editrice La Tribuna, Piacenza, 1970.
- Thomas M. Disch, La signora degli scarafaggi e altri 22 racconti, Mondadori, Milano, 1984.
- Thomas M. Disch, 334, Fanucci, Roma, 1989.
- Thomas M. Disch, Le ali della mente, Mondadori, Milano, 1996.
- Thomas M. Disch, Gomorra e dintorni, Mondadori, Milano, 2025.
- Thomas Mann, Doctor Faustus, Mondadori, Milano, 2026
- Simon Sellars, Ballardismo applicato, Nero Editions, Roma, 2019.
- Curt Siodmak, Il cervello di Donovan, Garzanti, Milano, 1972.
- Norman Spinrad, Jack Barron e l’eternità, Mondadori, Milano, 2016.

