Settantacinque pagine di René Girard, cucite insieme da Benoît Chantre e incorniciate da una sua prefazione e da una postfazione lunga quanto il più esteso degli estratti. Il desiderio di tirannia (Raffaello Cortina, 2026; edizione originale Grasset) è un montaggio. I brani vengono da Menzogna romantica e verità romanzesca, La violenza e il sacro, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Shakespeare. Il teatro dell’invidia, L’antica via degli empi, Vedo Satana cadere come la folgore e dalle conversazioni su Carl von Clausewitz che lo stesso Chantre condusse con Girard, fino alle pagine aggiunte nell’edizione francese del 2022. I titoli delle sezioni sono del curatore e suo è anche il titolo del libro. Girard non ha scritto una teoria della tirannia: la parola lavora davvero in un solo passo de La violenza e il sacro, dove i fratelli nemici si alternano al potere e “c’è sempre un tiranno e sempre degli oppressi, insomma, ma i ruoli si alternano” (Girard, 2026). Il montaggio ha un effetto preciso. Sessant’anni di lavoro si leggono come un argomento unico, senza giunture, e si passa da Don Chisciotte all’Anticristo come da una premessa alla sua conclusione.

Chantre, che di Girard è anche il biografo, scrive e monta per il presente. La prefazione nomina il “gruppo di Shanghai”, “il club poco rispettabile di tutti i tiranni del pianeta”, che sfida “un’America indebolita, divenuta sciovinista e autoritaria” (Chantre, 2026), e si chiude sui modelli “che pretenderanno di portare «pace e sicurezza» al mondo” e annunciano “il proliferare degli «anticristi»” (Chantre, 2026). La formula viene dalla Prima lettera ai Tessalonicesi (5,3) e questa stessa formula apriva, come epigrafe, una sezione delle quattro conferenze sull’Anticristo che Peter Thiel ha tenuto a San Francisco dal settembre 2025. Thiel fu allievo di Girard a Stanford alla fine degli anni Ottanta e nel 2008 ha fondato Imitatio, il fondo che finanzia gli studi girardiani. Dopo Palantir, la pietra veggente che nei romanzi di J.R.R. Tolkien inganna chi la usa, Imitatio: Thiel ha il talento di battezzare le sue imprese con il nome del loro difetto. Nel 2011, a Yale, era stato un suo intervento a far conoscere Girard a James David Vance, oggi vicepresidente degli Stati Uniti, che nel 2020 ha raccontato la propria conversione passando per la figura del capro espiatorio. Chantre non li nomina. Il libro esce però mentre la teoria che lo regge viene letta da vicino da chi siede accanto al potere che descrive e questo aggiunge alla lettura una domanda: che cosa diventa una teoria girardiana della tirannia vista dalla parte del tiranno? Girard l’ha scritta dal lato della vittima. I suoi lettori più potenti la leggono dall’altro lato e il loro uso diventa una prova a cui sottoporre il libro.
Il re differito
René Girard (1923-2015) è un intellettuale particolare: un critico letterario diventato antropologo e poi apologeta del cristianesimo. Francese, ha insegnato quasi tutta la vita negli Stati Uniti, a lungo a Stanford, ed è entrato all’Académie française. La sua idea di partenza viene dai romanzi. Leggendo Miguel de Cervantes, Stendhal, Gustave Flaubert, Fëdor Dostoevskij e Marcel Proust, Girard nota che i personaggi non scelgono da soli che cosa desiderare, ma lo imparano da qualcun altro. Detto così, non sembra una grande intuizione: lo sa chiunque abbia visto due bambini contendersi un giocattolo. La scoperta che Girard rivendica sta nel dettaglio per cui i romanzieri mostrano ciò che i personaggi negano, cioè che il desiderio che credono proprio è preso in prestito. È la “menzogna romantica” del titolo del suo primo libro. Don Chisciotte vuole essere cavaliere errante perché imita Amadigi, l’eroe dei suoi libri; Emma Bovary sogna le passioni dei romanzi che ha letto. Girard chiama questo modello “mediatore”, e il desiderio che ne nasce “mimetico”, cioè imitativo. Finché il modello è lontano, come Amadigi, non succede nulla di grave. I guai cominciano quando è vicino, nel caso di un collega, un fratello o di un rivale in amore. Chi imita il desiderio di chi gli sta accanto finisce per volere la stessa cosa e il modello diventa un ostacolo. Più ostacola, più sembra superiore e più viene desiderato. Da qui Girard passa all’antropologia. Quando queste rivalità si moltiplicano in un gruppo, ciascuno diventa il doppio dell’altro e la violenza si diffonde per contagio. La crisi, sostiene, si chiude sempre allo stesso modo: tutti si convincono che la colpa sia di uno solo, e lo uccidono o lo cacciano. Il gruppo ritrova la pace e la attribuisce alla vittima, che diventa sacra. È il capro espiatorio e per Girard sta all’origine dei miti, dei riti, dei divieti e, alla lunga, delle istituzioni politiche.

L’ultimo passo è poi religioso. I miti raccontano il linciaggio dal punto di vista dei persecutori, convinti della colpa della vittima. La Bibbia, e i Vangeli soprattutto, lo raccontano dal punto di vista della vittima innocente. Questa “rivelazione” toglie per Girard efficacia al meccanismo, perché se nessuno crede più alla colpa del capro espiatorio, la violenza non trova sfogo e cresce. Negli ultimi anni Girard ne ha così ricavato una lettura apocalittica del presente. La tirannia, il tema che Chantre ha scelto per questo libro, sta nel punto in cui il meccanismo diventa politica.
La tesi più forte di questa selezione di testi riguarda l’origine della sovranità. Il re sacro è una vittima la cui immolazione viene rinviata: “si scelga una vittima intelligente e autoritaria, e anziché sacrificarla subito, se ne rimandi l’immolazione, lasciando cuocere a fuoco lento questa vittima nel calderone delle rivalità mimetiche” (Girard, 2026). Nel rinvio la venerazione atterrita che circonda chi deve morire diventa potere effettivo; il sacrificio passa ai sostituti, poi ai sostituti dei sostituti, finché scompare dall’istituzione (ibidem). Chantre ne ricava la formula per cui “ogni regno è un sacrificio differito” (Chantre, 2026). La ricostruzione storica si può discutere, poggia su James George Frazer (uno che riuscì nell’impresa di spiegare tutte le culture del mondo senza averne mai incontrata una che potesse contraddirlo) e su pochi casi etnografici, ma l’intuizione è molto fine: il sovrano occupa il posto della vittima, e la sua arte consiste nel guadagnare tempo. La seconda tesi riguarda il capo e la folla. Il Cesare di William Shakespeare si paragona alla stella polare, “l’unico astro fisso del firmamento”, un attimo prima di cadere sotto i pugnali. Girard commenta:
“Più il dittatore si innalza al di sopra degli altri uomini, più si sente soggettivamente autonomo, e meno lo è nei fatti”
(Girard, 2026).
L’autosufficienza del tiranno ha la struttura di quella della civetta, di cui Girard trova il modello nella Célimène del Misantropo di Molière: la donna che sembra bastare a sé stessa e per questo attira i desideri di tutto il salotto. Sigmund Freud, dice Girard, prende quell’apparenza per narcisismo; in realtà la civetta vive del desiderio che le si rivolge e si spegne quando quel desiderio si ritira (Girard, 2026). Chantre spinge l’analisi fino a una legge, partendo da un’immagine di Giobbe: gli amici sono torrenti che straripano al disgelo e d’estate restano sabbia (cfr. Gb 6,15-20).
“La folla adora il tiranno che la disprezza e disprezza il tiranno che la adora”
(Chantre, 2026).
Il sovrano resta un dio finché resta indifferente; quando mostra di aver bisogno del suo popolo, comincia a cadere. È una descrizione funzionale del demagogo che dosa la propria indifferenza. Che funzioni lo prova anche l’uso che ne fa Peter Thiel. Nel 2004 investe in Facebook e anni dopo lo spiega con Girard: Facebook si era diffuso col passaparola ed era fatto di passaparola, dunque era “doppiamente mimetico” (necrologio di Girard sul New York Times, 11 novembre 2015). Nel 2014, in Competition Is for Losers e nel libro Da zero a uno (cfr. Thiel e Masters, 2015), raccomanda di sottrarsi alla concorrenza costruendo monopoli. Nel libro Girard non è mai nominato, ma la logica è la sua, letta dall’alto: chi sta fuori dalla rivalità e ne attira i desideri occupa il posto della civetta e del sovrano indifferente. Girard aggiungeva che quel posto è anche il posto della prima vittima (cfr. Chantre, 2026; Girard, 2026,). Dal lato del tiranno, questa parte della lezione si legge meno volentieri. C’è poi la correzione a Étienne de La Boétie. La servitù non è volontaria, osserva Chantre, perché nessuno sta fuori dal meccanismo che la produce (cfr. Chantre, 2026): tiranno e sudditi si sostengono a vicenda. Girard tiene insieme la domanda di Niccolò Machiavelli sul Principe e quella di La Boétie sul popolo (ibidem ). Su questo terreno la teoria mimetica è uno strumento con concreto potere descrittivo e applicativo.
Il monismo sovrano
Che gli esseri umani si imitino è un fatto, e nessuno lo contesta, e il passo successivo è dire che il desiderio stesso è preso in prestito da un modello, mira in ultima istanza all’essere del modello, e il modello diventa per necessità rivale e ostacolo (cfr. Girard, 2026). Da qui la teoria si estende senza interruzioni al mito, al sacro, alla regalità, alla storia contemporanea. Un solo meccanismo spiega tutto. Il monismo si paga con una complicazione crescente, perché i fatti non mostrano rivalità con la regolarità richiesta. Dove manca, interviene un meccanismo supplementare a ritrovarla. Sancio desidera senza rivaleggiare con Don Chisciotte, e allora è “mediazione esterna”, la distanza impedisce il contatto (Girard, 2026). La civetta sembra bastare a sé stessa: è “pseudo-narcisismo”, imita il desiderio di chi la desidera (ibidem). Cesare ama Bruto senza odio: può permetterselo, e la legge vale anche per lui (ibidem). E se gli adulti rispondono che i loro desideri sono loro, è perché “ci vergogniamo, e cerchiamo di tenere nascosta la nostra imitazione” (ibidem). Anche l’obiezione introspettiva è prevista e convertita in sintomo. Sono epicicli, nel senso tolemaico: complicazioni locali che salvano il principio su cui si basa la teoria. Ma Girard sottolinea, di passaggio, la condizione che lo limiterebbe. Due pari che desiderano lo stesso oggetto diventano rivali, dice, “a meno che tale oggetto sia condivisibile e ci trovi disposti a condividerlo” (ibidem). La rivalità dipende dunque dall’oggetto e da una disposizione. La clausola resta lì, non sviluppata ma tutt’altro che inerte. Gli oggetti che si possono avere insieme, una lingua, un sapere, un gioco, cadono fuori dal campo, e l’amicizia vera viene definita per esclusione, come “immunità al mimetismo”, “virtù rara e preziosa fra tutte” (ibidem). Ciò che non è rivalità smette, per definizione, di essere mimetico.

Nella terza parte dell’Etica, l’ottico Baruch Spinoza proponeva che l’imitazione degli affetti spieghi la compassione e l’emulazione: chi immagina che qualcuno goda di una cosa che uno solo può possedere si sforza di impedirgli di possederla (cfr. Spinoza, 1988). Nello scolio che accompagna la proposizione compaiono i bambini, che ridono o piangono perché vedono ridere o piangere e desiderano ciò di cui vedono godere gli altri, i giocattoli di Girard. Spinoza ne conclude che dalla stessa proprietà della natura umana seguono la misericordia e l’invidia. La rivalità è un esito dell’imitazione, legato a un tipo di oggetto. Per spiegare i bambini e i giocattoli non serve altro, ma serve altro invece per fare dell’invidia un “male ontologico” (Chantre, 2026).
Il costo si vede proprio sulla tirannia. Degli “amici” che accusano Giobbe Girard scrive: “Si sentivano oppressi, e forse lo erano realmente: ma, soprattutto, erano umiliati. L’emozione fondamentale è la rivalità mimetica” (Girard, 2026). L’oppressione è concessa con un “forse” e subordinata all’invidia. Poco oltre, le letture politiche dei conflitti tra tiranni e folle sono giudicate falsate dalla tendenza a “favorire o il tiranno o, più spesso, la folla” (ibidem): prendere parte significa misconoscere il meccanismo. Chantre ne trae la conseguenza:
“Siamo segretamente solidali con quelli che sterminano per preservare la nostra sicurezza”
(Chantre, 2026).
Tiranno e suddito diventano doppi, e con loro l’oppresso e l’invidioso. Vista dalla parte del tiranno, l’equivalenza è comoda: se ogni rivendicazione è invidia, ogni protesta si lascia leggere come rivalità mimetica. Da dove viene questa necessità? Dalla forma in cui la teoria si presenta. Chantre scrive che i filosofi politici non erano riusciti a cogliere il “principio unico” della tirannia e che Girard “ha potuto scoprirlo” (ibidem); questi parla di una tesi “di una tale evidenza” che si sarebbe imposta da secoli se la cultura umanistica non si fosse chiusa alla Bibbia (Girard, 2026) e libri che sono “più o meno apologie esplicite del cristianesimo” (ibidem). Un’ipotesi spiega alcune cose e può sbagliare sulle altre, ma una rivelazione deve spiegarle tutte, e gli epicicli tolemaici servono a questo.
ḥîdôt: proprietà dell’ultimo tiranno
Verso la fine della prefazione Chantre si domanda se sorgerà “un ultimo tiranno per frenare questa corsa verso l’abisso”, e aggiunge: “Molti lo temono o lo sperano, un po’ come il profeta Daniele annunciava, nella sua epoca di crisi, l’arrivo di un «re audace, esperto in enigmi»” (Chantre, 2026). Nel libro di Daniele quel re non ha nulla di ambiguo. È il persecutore dei santi, che con la sua astuzia fa prosperare l’inganno e si leva contro il Principe dei principi (Dn 8,23-25): Antioco IV, uno dei modelli da cui la tradizione ricaverà l’Anticristo. L’ebraico ḥîdôt vale enigmi e intrighi insieme. Le due versioni greche si dividono: la più antica rende aínigmata, quella di Teodozione problḗmata, le due parole sulla cui continuità Giorgio Colli ha fondato il passaggio dall’enigma alla dialettica (cfr. Colli, 1975). Gli enigmi li scioglie anche Daniele (5,12) e profeta e tiranno si trovano con la stessa competenza. Il re esperto in enigmi per eccellenza è però Edipo, che diventa tiranno di Tebe per aver risolto quello della Sfinge e cade su quello della propria origine. E ce n’è poi un ultimo. Il titolo del libro maggiore di Girard, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, viene da Matteo (13,35), che cita il Salmo 78: “esporrò enigmi dei tempi antichi”. Nella fonte ebraica le cose nascoste sono ḥîdôt. Il teorico che rivela gli enigmi delle origini appartiene alla stessa famiglia.

Nella postfazione Chantre offre lo strumento per leggere Girard con Girard. Edipo, scrive, accuse i suoi concittadini nei due sensi del verbo francese: li condanna e ne accentua i tratti, come fa una caricatura; e chi prende l’iniziativa di giudicare si mette nella posizione di essere giudicato (cfr. Chantre, 2026). Edipo vuole “un vero colpevole e un potere puro” (ibidem), un trono fondato sulla conoscenza. L’antologia è piena di accuse di questa forma. La civetta “la sa più lunga di Freud”, che scambia per descrizione la trappola in cui cade (Girard, 2026); “i sapienti e i dotti”, cioè gli accademici, non vedono che il loro scetticismo discende dal cristianesimo (ibidem). Ogni teoria concorrente è un doppio, e il doppio va accusato. Chantre ha scelto di chiudere la parte girardiana con le pagine sull’“altro totalitarismo” (ibidem). Il nazismo, che si opponeva apertamente alla pietà per le vittime, vi appare come la forza mimetica meno potente del Novecento.
Il più pericoloso rivendica quella pietà e la “radicalizza” per paganizzarla: Satana “prende in prestito il linguaggio delle vittime” e pretende di superare Cristo. Le sue opere sono elencate: “l’aborto, l’eutanasia, l’indifferenziazione sessuale” (ibidem). Chi difende le vittime fuori dal cristianesimo è il rivale mimetico di Cristo, dunque l’Anticristo. La teoria del capro espiatorio si chiude designando un accusato. Riproduce sul piano delle interpretazioni la struttura che descrive sul piano politico: un Modello unico che mette fine alla rivalità e un doppio su cui la rivalità si scarica. Qui si torna a Thiel, che da The Straussian Moment (Thiel, 2007) ragiona anche sul katechon paolino, “ciò che trattiene”, che ritarda, la fine (2 Ts 2,6-7), il potere che frena: il freno che Chantre chiede all’ultimo tiranno.

Nelle sue conferenze l’Anticristo è chi promette “pace e sicurezza” e, in nome della catastrofe da evitare, invoca un governo mondiale che fermi il progresso; Greta Thunberg e i teorici del rischio dell’intelligenza artificiale ne sono i “legionari”. È una lettura che Girard non avrebbe sottoscritto, ma la figura che usa è quella delle pagine appena citate: l’Anticristo imita Cristo nel proteggere le vittime, o il mondo. Chantre, con la stessa formula paolina, la rivolge nella direzione opposta. Vi si aggiunge l’apocalisse. Nelle pagine su Clausewitz l’ascesa agli estremi è il volto che la verità assume oggi “per mostrarsi agli uomini” (Girard, 2026), e Girard prevede:
“Ciò che scrivo diventerà sempre più comprensibile col tempo, perché è chiaro che avanziamo a velocità crescente verso la distruzione del pianeta”
(ibidem ).
Una teoria che legge ogni crisi come conferma di sé ha trovato il modo di non poter essere smentita dalla storia. Poi c’è Vance, caso netto, che nel 2020 scriveva che in Cristo “vediamo i nostri tentativi di scaricare la colpa e le nostre inadeguatezze su una vittima” (Vance, 2020). Nel settembre 2024 rilanciava la voce secondo cui gli immigrati haitiani di Springfield, in Ohio, mangiavano gli animali domestici dei vicini; il governatore repubblicano dello Stato, Mike DeWine, smentisce, e Vance, alla CNN il 15 settembre, si difende così: “Se devo creare storie perché i media americani prestino davvero attenzione alle sofferenze del popolo americano, allora è quello che farò”. Una città in difficoltà, stranieri appena arrivati e un crimine mostruoso contro ciò che è domestico: sono i tratti che Girard, ne Il capro espiatorio, riconosce nelle accuse delle folle, come quelle rivolte agli ebrei al tempo della peste nera (cfr. Girard, 2026). E l’accusa è pronunciata in nome della sofferenza di un popolo, nel linguaggio delle vittime che Girard attribuiva all’Anticristo (ibidem). Girard sosteneva che dopo la rivelazione le vittime diventano sempre meno “catartiche” (ibidem), e Springfield gli dà ragione: l’accusa non ha riconciliato nessuno. Mostra anche che chi conosce la rivelazione può servirsi del meccanismo sapendo che non riconcilia, per l’attenzione che produce.
Libertà, conoscenza e rivelazione
Chantre promette che, “una volta che la tirannia è stata compresa, la libertà può inventarsi ed esprimersi in una relazione con l’Altro liberata dalle astuzie del desiderio” (Chantre, 2026). Ma questo è Chantre che si prende una licenza ermeneutica su Girard, perchè i testi dicono altro.
“Scegliere significa sempre scegliersi un modello, e la vera libertà consiste nell’alternativa fondamentale fra modello umano e modello divino”
(Girard, 2026).
Contro gli Anticristi, “coloro che vogliono essere imitati”, bisogna imitare il ritiro di Cristo (ibidem). La libertà girardiana resta mimetica, è interna al desiderio: è la scelta di un mediatore tanto lontano da non poter mai diventare rivale, la struttura di Don Chisciotte con Amadigi (cfr. Girard, 2026). Il rimedio alla tirannia del modello vicino è un modello sovrano perché irraggiungibile. Qui manico e lama sono saldati. Thiel e Vance mostrano come il manico non decida da quale parte lo strumento venga impugnato: la rivelazione l’hanno letta e la lama la rivolgono dal lato del sovrano. Tolta la rivelazione, con la sua eccezione biblica e la garanzia di avere ragione su tutti, resta una descrizione di come il capo e la folla si tengono, di come la venerazione si rovescia in persecuzione e di come il potere guadagna tempo spostando il sacrificio ai margini. Funziona dove l’oggetto conteso è davvero di uno solo, e il trono lo è. Lì Girard è cristallino. Altrove bisogna chiedere, caso per caso, se ciò che si desidera si possa avere insieme. Girard lo aveva concesso in una subordinata: due persone che desiderano lo stesso oggetto entrano in competizione “a meno che tale oggetto sia condivisibile e ci trovi disposti a condividerlo” (Girard, 2026). La sua teoria non poteva permettersi questa domanda; il monopolio la risolve togliendo di mezzo gli altri. Il monopolio fa di ogni bene un trono: rende esclusivo ciò che si poteva avere insieme, porta la rivalità e, con essa, la logica del tiranno, dove prima non c’era. Thiel ha imparato da Girard dove nasce la rivalità e ne ha ricavato il modo di vincerla. Anche la rivelazione, del resto, è un monopolio: fa della verità sulle vittime un bene che uno solo può possedere.
Letture
- La Sacra Bibbia, Antico Testamento, Libri profetici, Daniele
- Benoît Chantre, Cos’è la tirannia? e Postfazione. Il desiderio di tutti, in René Girard, Il desiderio di tirannia, Raffaello Cortina, Milano, 2026.
- Giorgio Colli, La nascita della filosofia, Adelphi, Milano, 1975.
- John J. Collins, Daniel, Hermeneia, Fortress Press, Minneapolis, Usa, 1993.
- René Girard, Il capro espiatorio, Adelphi, Milano, 1987.
- Baruch Spinoza, Etica, a cura di Emilia Giancotti, Editori Riuniti, Roma, 1988.
- Peter Thiel, The Straussian Moment, in Politics and Apocalypse, a cura di Robert Hamerton-Kelly, Michigan State University Press, East Lansing, 2007.
- Peter Thiel, Competition Is for Losers, The Wall Street Journal, 12 settembre 2014.
- Peter Thiel, Blake Masters, Da zero a uno. I segreti delle startup, ovvero come si costruisce il futuro, Rizzoli Etas, Milano, 2015.
- James David Vance, How I Joined the Resistance, The Lamp, 2020.
- James David Vance, intervista di Dana Bash, State of the Union, CNN, 15 settembre 2024.

