Beatrice e le altre (tante)
presenti nella vita di Dante

Marco Santagata
Le donne di Dante
Il Mulino, Bologna, 2021

pp. 240 + 172 di illustrazioni
€ 38,00

Marco Santagata
Le donne di Dante
Il Mulino, Bologna, 2021

pp. 240 + 172 di illustrazioni
€ 38,00


Nella biografia di Dante Alighieri le donne idealizzate o descritte/cantate nei suoi versi, comprese le grandi protagoniste della Divina Commedia, hanno sicuramente un ruolo di primissimo piano rispetto alle donne di famiglia, che pure contarono, e non poco, come la moglie Gemma Donati, la sorella Gaetana, la figlia Antonia che diverrà suor Beatrice. Sono almeno una decina i nomi di donne che circolano nelle sue opere, dalle Rime al sacrato Poema, come ci racconta Marco Santagata nel recente Le donne di Dante, un nuovo profilo biografico dell’Alighieri ispirato alle presenze femminili nella sua vita e all’illustrazione del Poema, dai primi codici agli artisti del Novecento. Oltre a Beatrice, protagonista assoluta del romanzo d’amor platonico più famoso della letteratura mondiale, ricordiamo Matelda, la bella fanciulla incontrata da Dante (e Stazio) nel giardino dell’Eden, novella Eva che accompagna il Poeta a Beatrice, e lo immerge prima nel fiume dell’oblio, il Lete, e poi nell’Eunoè, che “la tramortita sua (di Dante, ndr) virtù ravviva” (Purg. XXXIII, 129). La Donna Pietra, protagonista delle rime petrose, le più aspre e ricercate di Dante, la Donna Gentile, personificazione della Filosofia nel Convivio, e poi le varie Gentucca, Lisetta, Pargoletta, Violetta, e la Montanina della canzone “Amor, da che convien pur ch’io mi doglia”, una delle più importanti di Dante, acclusa all’epistola indirizzata a Moroello Malaspina.

Il saluto di Beatrice (1880-1882) di Dante Gabriel Rossetti. Olio su tela, Toledo (Ohio), Museum of Art.

A queste potremmo aggiungere la donna misteriosa, “di propinquissima sanguinità congiunta”, che assiste Dante nella “dolorosa infermitade” descritta nella Vita Nova (a lei si riferisce nella canzone Donna pietosa e di novella etate), non sappiamo se sia Gaetana o l’altra sorella di Dante, quella che andò sposa a Leon Poggi dal quale ebbe Andrea Poggi, nipote di Dante e a lui somigliantissimo, come scrive Santagata:

“Nella forma e nei tempi in cui l’episodio è raccontato nella Vita Nova, la giovane donna pietosa non può essere né Tana, già maritata nel 1283, anno in cui Dante fa iniziare la sua storia amorosa con Beatrice, né, per gli stessi motivi, l’altra sorella non identificata che aveva sposato Leone Poggi (…) È probabile che Dante abbia ripescato dalla memoria il ricordo di un episodio accadutogli nell’infanzia o nella prima giovinezza, e che quel ricordo abbia riattivato quelli delle cure con le quali le sorelle, più particolarmente Tana, la maggiore, lo assistevano durante le sue malattie”.

Tante, o non poche, donne, alcune forse reali e forse anche amate dal Poeta, come la Montanina, la maggior parte comunque immaginarie. Una sola è quella ideale e perfetta: Beatrice. Che ebbe anche una breve esistenza terrena, sposa di Simone de’ Bardi (i Bardi erano titolari di una delle maggiori compagnie bancarie di Firenze). Dante non la amò mai, fisicamente. La vide, la salutò, stop. E ne nacque quell’eterna mitologia letteraria che tutti ormai conoscono. Sotto certi punti di vista, un mistero.

Tre storie femminili attualissime
Ben altra, e più tragica, realtà terrena si trovarono a vivere alcune delle più celebri eroine dantesche. Le loro storie sono purtroppo ancora attualissime. Partiamo da Francesca: figlia del signore di Ravenna, Guido Minore da Polenta, aveva sposato Giovanni Malatesta, conosciuto come Gian Ciotto, lo sciancato, signore di Rimini. Non fu certo matrimonio d’amore.
L’episodio di lei e il cognato Paolo, sorpresi dal marito e uccisi, narrato dalla stessa Francesca a Dante nell’Inferno (V canto) ha generato una serie di capolavori che fissano singolarmente o nel contempo, le tre scene fondamentali della vicenda: la coppia innamorata, ritratta romanticamente in contesti quasi idilliaci (nel quadro di Ernst Klimt figurano due amorini a fianco di Paolo e Francesca che passeggiano sereni fra alberi e fiori); la scena del bacio, che Paolo dà, più o meno timidamente, a Francesca, come nei quadri di William Dyce e Amos Cassioli. In questi dipinti non compare l’assassino, come invece accade in altre opere: nel famoso dipinto di Jean-Auguste-Dominique Ingres (1819) la figura sinistra dell’omicida nell’atto di sguainare la spada l’autore è alle spalle degli amanti inconsapevoli, già presi dalla passione.

Paolo e Francesca sorpresi da Gianciotto (1819) di Jean-Auguste-Dominique Ingres. Olio su tela, Angers, Musée des Beaux-Arts.

Poi ci sono opere che ritraggono Paolo e Francesca trascinati insieme dalla bufera, nel contesto infernale dei dannati nel secondo cerchio, quello dei lussuriosi. E anche qui possiamo vedere capolavori poco noti al grande pubblico come quello di Giuseppe Frascheri (1846, Savona, Galleria d’arte moderna), nel quale risalta il contrasto fra il rosso dell’ampia veste di Dante e il chiaro incarnato dei corpi nudi di Paolo e Francesca sospesi sullo sfondo buio nel quale distinguiamo appena Virgilio. Oltre all’illustrazione di Gustave Doré, la galleria dedicata a Paolo e Francesca e al cerchio dei lussuriosi comprende anche l’iconica rappresentazione di William Blake che mette in evidenza il turbinoso volteggiare delle anime nelle spire della bufera.
Altra celebre vittima di femminicidio ante litteram è la senese Pia de’ Tolomei che, pur facendo una breve apparizione alla fine del quinto canto del Purgatorio (“Deh… ricorditi di me che son la Pia:/Siena mi fè, disfecemi Maremma:/salsi colui che ‘nnanellata pria/disposando m’avea con la sua gemma”), ha colpito la fantasia degli artisti soprattutto nell’Ottocento, come si vede dai numerosi quadri a lei ispirati, ma anche il cinema rappresentato, qui, dall’immagine dell’attrice Germana Paolieri che interpreta Pia de’ Tolomei nell’omonimo film di Esodo Pratelli (1941). Pia fu rinchiusa nel castello della Pietra in Maremma e uccisa intorno al 1297. I motivi non sono chiari: infedeltà? Sospetto? È anche probabile che Nello, il marito di Pia de’ Tolomei, figlio di Inghiramo de’ Pannocchieschi, volesse sposare un’altra donna, Margherita Aldobrandeschi, vedova di Guido di Monforte.
In ogni caso, Pia è una vittima della violenza maschile non meno di Francesca da Rimini sulla quale, però, incombe l’aggravante d’esser stata sorpresa, come lei stessa ricorda a Dante nel V canto dell’Inferno, dal marito mentre leggeva il libro “galeotto” – quello che narra di Lancillotto e Ginevra – con Paolo, fratello dell’omicida e da questi ucciso insieme a Francesca.
Una terza figura femminile molto importante anche nella dinamica narrativa e tematica del Poema, è Piccarda Donati, la sorella di Forese, incontrata da Dante in Paradiso, nel cielo della Luna, dove il poeta guidato da Beatrice incontra le anime di coloro che non adempirono compiutamente i voti. Animata da vocazione religiosa, Piccarda era entrata nel convento di Santa Chiara per farsi monaca. Il fratello, Corso Donati, allora podestà a Bologna, dovendola maritare, per fare parentado, al fiorentino Rossellino della Tosa, si precipitò da Firenze e la fece portar via a forza dal chiostro.

Piccarda Donati fatta rapire dal convento di Santa Chiara dal fratello Corso (1866) di Raffaello Sorbi. Olio su tela, Palazzo Pitti, Firenze.

Il rapimento di Piccarda, opera di uomini “a mal più ch’a ben usi”, divenne una storia molto popolare, tant’è che la ritroviamo persino in un’illustrazione della collezione delle figurine Liebig del 1966! Per non parlare dei dipinti ottocenteschi ispirati al rapimento come quelli di Lorenzo Toncini (Pavia, Musei Civici) e Raffaello Sorbi a Palazzo Pitti a Firenze. Ma già nei primi codici i miniatori hanno descritto le principali fasi del misfatto, come vediamo dalle immagini di Giovanni di Paolo nel manoscritto Yates Thompson (1440-1450).

Un silenzio assordante
Prodigo di dettagli su fatti e aneddoti che fra l’altro noi conosciamo proprio grazie a Dante (e la storia di Francesca da Polenta è uno di questi), l’Alighieri, lo ripetiamo, non dice una parola sui familiari più stretti e a lui coevi; se si può considerare parente stretto un cugino in primo grado del padre di Dante: alludiamo a Geri del Bello, la cui morte violenta non era stata ancora vendicata visto che Geri la ricorda a Dante, indicandolo minacciosamente con il dito, nella nona bolgia dell’Inferno (cfr. Pellegrini, 2021). Prima abbiamo detto che non v’è, nell’opera di Dante, menzione della madre Bella. A dire il vero, un accenno c’è: nell’Inferno, canto VIII, Virgilio si complimenta con Dante, esclamando “Benedetta colei che ’n te s’incinse!”, richiamo evidente al Vangelo di Luca (11,27). Ma, a ben vedere, più che di un reale tributo alla madre, si tratta di un elogio smaccato che Dante fa indirettamente a sé stesso. L’assenza della famiglia (e dell’infanzia) nell’opera dantesca, a parte l’esaltazione del trisavolo Cacciaguida in Paradiso, che gli permette di rivendicare un illustre precedente di nobiltà, è un silenzio eloquente. Eppure, la famiglia contò molto, come spiega Santagata:

“Il matrimonio di Tana con il Riccomanni nella storia della famiglia di Dante segna un evento importante: i Riccomanni, infatti, come anche i Donati del ramno della moglie Gemma, saranno per Dante una rete protettiva che interverrà sia prima sia dopo il suo esilio: gli elargiranno e garantiranno prestiti in denaro; nei giorni della condanna si preoccuperanno di salvaguardare parte dei beni sottraendoli alle razzie della plebe e, possiamo ipotizzare, almeno nei primi tempi dell’esilio provvederanno a sistemare in proprietà fuori Firenze la moglie e i figli facendosi carico del loro sostentamento”.

Se diamo retta alla tenzone con l’amico Forese, il fratello di Corso Donati, il boss dei Guelfi neri, Dante non aveva molte ragioni per vantarsi del padre. Ma la tenzone va presa con le pinze, per le esagerazioni insite in quel tipo di aspro motteggio poetico-epistolare. Della madre Bella, la prima moglie di Alighiero II, padre di Dante, non sappiamo niente. Il padre muore che Dante aveva fra i dieci e i tredici anni. Dalla prima moglie ebbe tre figli: Tana; una seconda figlia non identificata, e infine, terzogenito, Dante. Da Lapa, seconda moglie, ebbe Francesco. Quindi Dante ebbe due sorelle dalla madre naturale, e un fratellastro. (cfr. Barbero, 2021; Casadei, 2020). È importante ricordare che la promozione di Tana da sorellastra a sorella di Dante, nata dunque dal primo matrimonio, è un dato di acquisizione molto recente e deriva dalle ricerche di Giuseppe Indizio (2000) come d’altronde già precisato dallo stesso Marco Santagata nella sua biografia dedicata a Dante (cfr. Santagata 2018) ripresa in larga parte in questo nuovo libro.

Beatrice, una sublimazione erotico-mistica
Se dalle opere di Dante trapela poco o nulla dei genitori o dei fratelli, non molto di più, sul piano biografico, veniamo a sapere di Beatrice, nata tra la fine del 1265 e l’inizio del 1266, figlia di Folco Portinari, morta l’8 giugno 1290, sei mesi dopo il padre. Beatrice è la sposa ideale, mistico-poetica, di Dante, figura sospesa tra realtà e simbolo, tra ricordo e astrazione allegorica, proiezione della sua anima, sua Madonna personale, tanto che Dante nella Vita Nova la associa al Nove, multiplo del numero trinitario. Forse per questo, Beatrice non ha nulla della donna comunemente intesa.
Una delle caratteristiche della Beatrice letteraria è infatti la sua indeterminatezza fisica: la Beatrice dantesca, come la Laura del Petrarca, sono donne senza corpo. Pochissimi i particolari somatici che Dante ci descrive: solo gli occhi verdi (“Li smeraldi/ond’Amor già ti trasse le sue armi”, Purg. XXXI, 116-117) e un accenno alla carnagione perlacea. Nulla si sa dei capelli, che infatti nella fantasia degli artisti saranno ora biondi, ora castani tendenti al nero, ora fulvi come ne Il saluto di Beatrice dipinto da Dante Gabriel Rossetti. Non meno varie le acconciature. Nei ritratti ottocenteschi, si va dalla Beatrice pallida, malinconico-sdegnosa e un tantino algida dei preraffaelliti (Dante Gabriel Rossetti, Edward Burne Jones, Maria Spartali Stillman) alla più familiare ma sempre elegante Beatrice di Washington Allston. Per non dire di uno dei quadri più famosi, Dante e Beatrice del preraffaelita Henry Holiday (1882, Liverpool, Walker Art Gallery), che raffigura l’incontro di Dante Alighieri e Beatrice Portinari lungo le rive dell’Arno: una Beatrice quasi radiosa, connotato di solito del tutto assente nel vocabolario figurativo e spirituale della Beatrice Preraffaelita.


Dante Alighieri (1448-1449) di Andrea del Castagno, affresco strappato e applicato su tela, Firenze, Gallerie degli Uffizi.

Virgilio è la prima figura umana che Dante incontra nel poema, poco fuori della selva selvaggia, in cui s’era perso preso dalla paura per le tre fiere. Virgilio, l’autore dell’Eneide, defunto da più di mille anni (morì nel 19 a.C.), eppur vivissimo, è per Dante “lo più che padre”, rappresenta il sapere, la poesia, la ragione, in un contesto di buio, disperazione, ignoranza. Virgilio, che soccorre Dante nella selva, è però mosso da Beatrice, chiamata da Santa Lucia (“Beatrice, loda di Dio vera, / ché non soccorri quei che t’amò tanto, / ch’uscì per te de la volgare schiera? / Non odi tu la pieta del suo pianto?” Inf. II, 103-106) a sua volta mobilitata da Maria Vergine.
È dunque Beatrice, seppur spronata da Santa Lucia, che invoca l’intervento salvifico di Virgilio, e lo sostituirà come guida di Dante nel terzo regno, quello celeste, della beatitudine eterna. Con molta probabilità è anche nell’ambito tematico della sublimazione teologico-mistica di un amore di origine terrena ma già platonico, personificata da Beatrice, che si genera uno degli incidenti più gravi nella vita di Dante Alighieri: la rottura con l’amico Guido Cavalcanti. Scrive Santagata:

“Se il rapporto d’amicizia si è drammaticamente interrotto per motivi politici, anche nel settore della poesia a un certo punto devono essere insorte divergenze e incomprensioni. Dante riconosce a Guido il ruolo di maestro, e non per niente gli dedica la Vita Nova. Per alcuni anni avevano condiviso alcuni principi fondamentali di quella maniera poetica che nella Commedia Dante battezzerà «dolce stil novo»; in particolare, per quanto riguarda il modo di scrivere, lo stile piano, fluido e trasparente, «dolce» per l’appunto. […] Molto probabilmente è […] quando Dante matura la convinzione che Beatrice, come aveva fatto Cristo, possa rivolgere il suo amore a tutti e che il sentimento da lei ispirato possa essere salvifico, che si consuma la rottura. Rottura che sembra certificata da quel passo dell’Inferno nel quale Dante personaggio, rispondendo alla domanda di Cavalcante, padre di Guido, che gli chiede perché, se lui può aggirarsi per l’Inferno grazie al suo valore intellettuale, il proprio figlio, di pari ingegno, non sia con lui, afferma:
«Da me non vegno:
Colui ch’attende là, per qui mi mena
Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno» (Inf. X, 61-63).
Virgilio, la persona che lo aspetta là, dietro di lui, attraverso quei luoghi forse lo condurrà a chi suo figlio Guido non ebbe in gran conto. E la persona che Guido non tenne nel conto dovuto o, addirittura, disdegnò, non può essere che Beatrice, la donna alla quale Dante aveva legato una concezione filosofica dell’amore per lui inaccettabile”.

Come già scrisse Giovanni Papini nel suo insuperato e insuperabile Dante Vivo, esiste un grande problema riguardo Beatrice: “In qual modo e per quali vie, Dante ha potuto così ingigantire e trasumanare la figura d’una semplice fanciulla e sposa fiorentina sino a considerarla superiore agli angeli ed ai beati, quasi eguale alla Vergine, mediatrice nuova tra l’umanità impersonata da Dante e l’alta Divinità” (Papini, 2016). Si vede il punto di partenza (la Vita Nova), ma quello d’arrivo – la Beatrice guida di Dante nel Paradiso celeste – è così strabiliante che c’è da stupirsi come ancora oggi nessun dantista si sia posto realmente il problema.

Letture
  • Dante Alighieri, Divina Commedia, a cura di Marcello Ciccuto e Domenico De Martino, Gedi Gruppo editoriale, Torino, 2021.
  • Dante Alighieri, Rime, edizione commentata a cura di Claudio Giunta, Mondadori, Milano, 2018.
  • Dante Alighieri, Vita Nova, a cura di Stefano Carrai, Garzanti, Milano, 2009.
  • Alessandro Barbero, Dante, Laterza, Bari, 2020.
  • Alberto Casadei, Dante Storia avventurosa della Divina Commedia dalla selva oscura alla realtà aumentata, il Saggiatore, Milano, 2020.
  • Gustave Doré, La Divina Commedia di Dante Alighieri, guida visuale al poema dantesco, Mondadori, Milano, 2021.
  • Giuseppe Indizio, Tana Alighieri, sorella di Dante, Studi Danteschi, Le Lettere, Milano, 2000.
  • Giovanni Papini, Dante Vivo, La Scuola di Pitagora, Napoli, 2016.
  • Paolo Pellegrini, Dante Alighieri, una vita, Einaudi, Torino, 2021.
  • Marco Santagata, Dante, il romanzo della sua vita, Mondadori, Milano, 2012.