Ammettiamolo: chi è cresciuto con Salgari, almeno una volta, ha tifato per Yanez. Sandokan era la Tigre, il principe spodestato che spezzava catene a mani nude e si buttava a capofitto nell’amore e nella vendetta; Yanez però era il pendant narrativo perfetto, la spalla ideale, l’amico con la sigaretta sempre accesa, la battuta pronta e quel briciolo di buon senso che alla fine salvava la pelle a tutti. Ora, provate invece a immaginare che questo stesso Yanez, invecchiato e piuttosto seccato, un giorno prenda carta e penna e scriva all’editore di Salgari: guardi che quel romanzo parla di me, e non ne ha azzeccata una. È la trovata da cui parte Yanez di Luigi Guarnieri, pubblicato da Einaudi. Siamo a Batutumonga, altopiano di Toraja, a Sulawesi, “l’isola a forma di stella che fino a non molto tempo fa il mondo chiamava Celebes”, ed è l’11 aprile 1897. Il marchese Yanez de Gomera, “ottant’anni suonati”, scrive a Julius Anton Donath, l’editore genovese che si prepara a pubblicare in volume la Tigre della Malesia, già uscita a puntate sulla Nuova Arena di Verona nel 1883-84. Un missionario amico gli ha portato i fascicoli, lui li ha letti d’un fiato e adesso è furioso. Altro che “mezzana statura”: è alto un metro e ottanta. Altro che “robustissimo”: è magro come un chiodo. Ha gli occhi verdi, non grigi, la pelle olivastra, non bianchissima, e la “ferrea volontà”, confessa, non è mai stata il suo forte. Le cento sigarette al giorno, la mandola, i travestimenti da lord inglese? Calunnie. Quanto a Sandokan, quello che nel romanzo fracassa crani urlando “Ammazza ammazza ammazza!”, si chiamava in realtà Whu-Pulau, era un principe Lanun ed è morto da quattro anni, salutato su una spiaggia di Mompracem da gente arrivata da cento isole. Verdetto del marchese: Salgari è uno scrittore “disinformato, bugiardo e imbroglione”, un ex noleggiatore di velocipedi che si spaccia per capitano di marina senza aver mai lasciato l’Adriatico.
Le Memorie del marchese de Gomera
Meglio che Donath lasci perdere e pubblichi le sue Memorie, quelle vere e le Memorie arrivano: suddivise in cinque parti, dal 1840 al 1850, in cui Yanez racconta come andò davvero, a suo dire. Era il più giovane di una nobile famiglia portoghese, botanico, laureato a Coimbra con una tesi su un lichene, spedito in Oriente a salvare le piantagioni di caffè di casa. Altro che corsaro: un commerciante, proprio come Salgari lo presentava nelle prime pagine della Tigre della Malesia, salvo dimenticarsene poche righe dopo e farne il compagno d’armi del pirata. Guarnieri ha raccontato di essere partito esattamente da questa svista: e se Yanez fosse stato davvero, fino in fondo, un mercante portoghese di metà Ottocento? Il bello è che il gioco regge prima di tutto come romanzo d’avventura, e non è poco. Ci sono i viaggi su prahu scalcagnati in compagnia di un trafficante d’oppio armeno, Tigran Kirakosyan, e del suo pappagallo Mulut Mural, che conosce due frasi in tutto, una delle quali è “Ma cosa stai dicendo, povero imbecille?”. C’è l’altopiano dei Toraja, con le case a forma di nave e i morti che restano in famiglia per anni prima di partire davvero. C’è il rapimento, dove Yanez, attirato in trappola con il medaglione di una ragazza bionda, finisce prigioniero di Whu-Pulau, alias Sandokan, a Mompracem, insieme a Marianna Guillonk. Ci sono la corte del Brunei, i tagliatori di teste, le mignatte (tre specie, debitamente catalogate), le formiche rosse, la spedizione punitiva del rajah bianco James Brooke che risale i fiumi del Sarawak, l’assalto finale alla rupe di Mompracem. E c’è il colpo di scena più grosso: nella versione vera che Guarnieri ci riporta, Yanez non combatte al fianco di Sandokan, ma di Brooke, scardinando le fondamenta stesse del romanzo salgariano. Marianna non si innamora del pirata, è Yanez a perdere la testa per lei, senza essere ricambiato; lei sposa un altro, segue il marito in Africa, si ammala di malattia del sonno, perde la vista, sparisce sul Kina Balu – montagna magica nell’interno del Borneo – e ricompare, quando ormai lui la piangeva da anni, trasformata in una donna dayaca coperta di tatuaggi. Ce n’è per tutti, e Guarnieri dosa bene il ritmo, alternando battaglie e digressioni, malinconia e umorismo nero.
Il mondo dentro al mondo
Fin qui, una bella storia. Ma chi ha qualche anno di letture di genere sulle spalle sente subito odore di qualcos’altro. Un personaggio di fantasia che si presenta come persona in carne e ossa e accusa il suo autore di aver romanzato, gonfiato, inventato? L’abbiamo già visto: il falso d’autore ha una tradizione letteraria consolidata, e tra i suoi migliori interpreti si trova uno dei più blasonati autori di fantascienza. Nel 1972 Philip José Farmer pubblicò Tarzan Alive, una biografia “definitiva” di Lord Greystoke in cui Edgar Rice Burroughs diventava un cronista pasticcione che aveva cambiato nomi e date, esagerato le imprese e taciuto i dettagli scomodi. Quello stesso anno, su Esquire, Farmer arrivò a firmare un’intervista con un Greystoke ultraottantenne, vivo e vegeto, che correggeva Burroughs punto per punto. L’intervista, inevitabilmente, divenne poi parte integrante delle successive edizioni della biografia stessa. Poi venne la biografia di Doc Savage, e fra i due libri prese forma quella cosa meravigliosa e un po’ folle che è l’universo di Wold Newton, una delle più strabilianti invenzioni narrative di Farmer. Nello Yorkshire, nel 1795, cade un meteorite, e due carrozze con i loro passeggeri vengono investite dalle sue radiazioni, che ne alterano il patrimonio genetico: tra i loro discendenti si ritroveranno Tarzan, Doc Savage, Sherlock Holmes e una lunga fila di cugini illustri. Personaggi di carta trattati come gente vera, con alberi genealogici, date di nascita, documenti. Tarzan Alive, sia detto per inciso, in Italia non è mai stato tradotto, ed è una vergogna, perché è uno dei libri più divertenti mai scritti su un personaggio letterario; la biografia di Doc Savage, almeno, da noi è arrivata.

Ecco: Yanez è un libro farmeriano fino al midollo. C’è perfino il metodo. Farmer adorava infilarsi nelle crepe dei testi altrui, nelle incongruenze e nei buchi di trama, e trasformarli in indizi di una verità nascosta, con Il giro del mondo in ottanta giorni ci ha costruito un romanzo intero, Il diario segreto di Phileas Fogg. Guarnieri fa lo stesso con Salgari. Lo Yanez commerciante dimenticato dopo poche righe è una di queste crepe; Ladgia, la figlia adottiva di Sandokan che nella Tigre della Malesia compare quasi dal nulla e resta un abbozzo, è un’altra, e qui diventa un personaggio vero; Rosenthal, il rivale di Sandokan nel romanzo salgariano, diventa il marito di Marianna. E, come a Wold Newton, i piani si mescolano: Brooke, il capitano Keppel, il sultano del Brunei, Donath e la famiglia Salgari, tutti esistiti, si muovono accanto ai personaggi salgariani e a quelli inventati di sana pianta, “sullo stesso piano, senza fare distinzioni, differenze o gerarchie”, come Guarnieri scrive nella postilla. È lo stesso patto narrativo di Hugo Pratt, quando Corto Maltese può incontrare Jack London in Manciuria oppure Hermann Hesse in Svizzera come fossero personaggi suoi. D’altronde Pratt nel 1969 Sandokan lo disegnò. E se il gioco è farmeriano, lo spirito è prattiano: un esotismo documentato fin nei dettagli, un’avventura che tiene insieme ironia e malinconia. Non manca neppure il vizio, così farmeriano, di attribuire ai propri eroi qualche scoperta del mondo reale: è la compagnia di Yanez a inventare, grazie all’intuito della segretaria Indah, il Kopi Luwak, il caffè ricavato dai chicchi digeriti dagli zibetti.
Farmer, Salgari e la verità
Il paragone, del resto, regge anche dal lato dell’autore. Guarnieri non è un biografo: da venticinque anni prende vite reali, da Cesare Lombroso a Jan Vermeer, da Ugo Foscolo a Lucia Joyce, fino al capitano John Franklin e alle sue navi perdute nell’Artico, e ci scava dentro finché non ne affiora qualcosa di romanzesco, quasi di fantastico. Farmer, che oltre a Wold Newton ha scritto il ciclo del Mondo del Fiume, dove Richard Burton, Mark Twain e Alice Liddell si risvegliano dopo la morte lungo un fiume sterminato, giocava in tutte e due le direzioni: rendeva veri i personaggi inventati e rendeva fantastici quelli veri. Guarnieri, che finora aveva battuto la seconda strada, con Yanez invece esplora la prima. Vi sono, ovviamente, delle differenze, perché Guarnieri ha una sua indiscutibile individualità, e sarebbe ingiusto non lasciarla emergere. Farmer gonfiava il mito: i suoi eroi diventavano superuomini, quasi immortali. Guarnieri, al contrario, lo umanizza. Il suo Yanez è un piantatore di caffè tormentato dalle sanguisughe, che in battaglia trema “come un coniglio” e che, nel momento più emozionante della sua vita, si appoggia a un albero divorato dalle termiti e finisce lungo disteso per terra. E Sandokan, alla fine, è un vecchio in sedia a rotelle che beve tè cinese contro il colesterolo. Quando Yanez gli racconta di aver piantato caffè sulle rovine di Mompracem, ride tanto da perdere un dente, e lo porge a Marianna, ormai cieca:
“«Voi uomini bianchi, – biascicò, senza nemmeno sforzarsi di recuperare l’incisivo che nel frattempo era capitombolato sul pavimento. – Non cambiate mai. Alla fine, ogni giorno dovete ottenere a tutti i costi la vostra sporca vittoria sul resto del mondo, non è cosí?» […] Whu-Pulau afferrò il dente, tenendolo fra le punte dell’indice e del pollice, e lo consegnò a Marianna, che forse scambiandolo per il mozzicone di un sigaro lo lasciò cadere per terra. «Grazie, cara, sei molto gentile, – disse Sandokan. – Ormai non mi serve piú. Non mordo piú nessuno. Non sono piú la Tigre della Malesia»”.
Il colesterolo, appunto. Questo Yanez è sempre un po’ avanti sui tempi: anticolonialista, salutista come un pensionato di oggi, a tratti quasi un nostro contemporaneo. Che Guarnieri giochi con questi anacronismi, sul filo del realismo, è evidente; meno evidente è fin dove arrivi il gioco. Siamo davvero sicuri che il fungo che manda in rovina la piantagione di famiglia a Ceylon, la mosca che porta la malattia del sonno a São Tomé, il farmaco che toglie la vista a Marianna, gli zibetti chiusi in gabbia per fare il Kopi Luwak appartengano agli anni in cui Yanez li colloca? A chi avesse voglia di controllare, qualche data potrebbe riservare delle sorprese. E allora la domanda diventa un’altra: svista o grimaldello? Un autore che dichiara di aver consultato più di duecento fonti difficilmente si distrae e viene il sospetto che l’anacronismo sia lì apposta, a incrinare l’autorità di un memorialista che pretende di correggere la finzione con la verità. Se così fosse, le Memorie che dovrebbero smascherare l’apocrifo salgariano si tradirebbero come si tradisce un falso d’autore, con un dettaglio che non appartiene al suo tempo, e il vero Yanez sarebbe un falso anche lui. Guarnieri sa bene di cosa parla, visto che con La doppia vita di Vermeer aveva già raccontato la storia di un falsario. E nella postilla è come se lasciasse la chiave sotto lo zerbino: è lui stesso a segnalare che una delle descrizioni salgariane che Yanez cita per smentirle, nella lettera del 1897, viene dalle Tigri di Mompracem, che usciranno solo nel 1900. Per il resto la domanda resta aperta, e forse è giusto che resti così. Altri indizi, invece, stanno dentro il testo, e lì i dubbi sono pochi. Lo Yanez che rinfaccia a Salgari un colore d’occhi sbagliato non ricorda lui stesso di che colore siano quelli di Marianna, azzurri al primo incontro e verdi in seguito. Lo Yanez che giura di raccontare solo quello che ha visto scrive come se fosse nella testa di Marianna che si sveglia da sola nella sua stanza, e poi abbozza una giustificazione: “io stavo osservando la scena dall’entrata opposta”.

La notte africana in cui lei viene punta dall’ultima mosca rimasta sull’isola la ricostruisce cominciando con un candido “Immagino”, che poco ha a che fare con delle memorie. Inoltre, ogni volta che parte con le sue lezioni sul caffè, sulle mignatte o sugli dèi Toraja, c’è il pappagallo a dargli dell’imbecille. Il memorialista pignolo, insomma, scrive esattamente come un romanziere. Il testimone e il narratore si avvicinano fino a coincidere. Quando Yanez va a Torino a incontrare il suo creatore, lo scopre lavorare con lo stesso metodo: montagne di schede, enciclopedie, atlanti, diari di viaggio. Quell’incontro, nel marzo del 1900, è una delle scene più belle del libro. Yanez si presenta sotto falso nome, come “marchese Pedro de Goes”, lui che rimproverava al suo doppio salgariano la mania dei travestimenti. Trova un ometto tarchiato con il berretto da marinaio, che fuma una sigaretta dietro l’altra e maledice l’editore che lo paga settecento lire a romanzo, in un appartamento ingombro di libri, con la moglie esaurita e tre bambini dai nomi esotici, Nadir, Fathima e Romero. Quando Yanez rivela chi è, Salgari balbetta, suda e alla fine confessa: aveva sentito la storia anni prima, a una conferenza all’Istituto nautico di Venezia, ed era convinto che i protagonisti fossero tutti morti. “Gli scrittori normali prendono a prestito, solo i geni rubano”, si difende. E poi spiega:
“Vedete, marchese, i personaggi dei romanzi […] una volta che prendono possesso della storia vivono di vita propria, fanno ciò che vogliono e l’autore non ha più nessuna possibilità di tenerli a freno. Ci prendono la mano – pardon, la penna, per così dire. […] Perché alla fine è sempre l’amore che fa muovere il mondo […]”.
È la scena di Farmer, ma a parti invertite: non è il biografo che va a intervistare il personaggio, è il personaggio che va a cercare l’autore. E l’accusatore esce da quella casa con la morte nel cuore, prendendosela con Donath, il “serpente a sonagli” che spreme il suo autore come un limone. Poi c’è un’ultima lettera, del 1902, indirizzata questa volta a Salgari, ed è una resa. Yanez chiede scusa, e riconosce che aveva ragione Salgari:
“Per scrivere bisogna appropriarsi di tutto, le vite degli altri, le loro storie, persino i loro nomi, perché no. E poi rimescolare ogni cosa, e trasformarla in un mondo nuovo, reinventato col proprio stile e con la propria voce per catturare l’attenzione, incendiare i sentimenti e far esplodere l’emozione dei lettori. Per far ridere e per far piangere. Per suscitare domande, stupore, meraviglia”.
Il suo nome, ammette, è vero, “ma è così perfetto da sembrare inventato”, e passerà alla storia come un’invenzione di Salgari. È il rovescio esatto di Farmer: lì i personaggi di carta pretendevano di essere veri, qui è l’uomo vero che si arrende alla finzione e le cede il proprio nome. Sandokan l’aveva capito prima di lui. Nel loro ultimo incontro, quando Yanez gli chiede se il nome Sandokan venga davvero da un antico dio dei dayachi, il vecchio pirata ridacchia e risponde con un’altra domanda: “se tu dovessi proprio raccontare una storia, che cosa sceglieresti, la verità o la leggenda?”. Chi legge, naturalmente, sceglie la leggenda, ed è giusto così. Le Memorie di Yanez, ci informa il marchese, resteranno inedite per sempre, mentre il romanzo di Salgari ha fatto la sua strada fino in cima all’Olimpo letterario. Eppure, quelle Memorie le abbiamo in mano lo stesso, pubblicate da Einaudi, che nel frattempo ha in catalogo anche Le Tigri di Mompracem. Alla fine, i due rivali sono finiti sullo stesso scaffale. Yanez se ne farà una ragione.
- Philip Josè Farmer, Tarzan Alive. A Definitive Biography of Lord Greystocke, Bison Books, University of Nebraska Press, USA, 2006.
- Philip Josè Farmer, Doc Savage. Una biografia apocalittica, in I massimi della fantascienza, Mondadori, Milano 1992.
- Philip Josè Farmer, Il diario segreto di Phileas Fogg, Mondadori, Milano, 1999.
- Luigi Guarnieri, La doppia vita di Vermeer, Mondadori, Milano 2004.
- Emilio Salgari, Le Tigri di Mompracem, Einaudi, Torino, 2003.

