Totò, il “Totòlarismo”
e gli storici d’oggi

Emilio Gentile
Caporali tanti, uomini pochissimi.
La storia secondo Totò
Laterza, Bari-Roma, 2020

pp. 192, € 14,00

Emilio Gentile
Caporali tanti, uomini pochissimi.
La storia secondo Totò
Laterza, Bari-Roma, 2020

pp. 192, € 14,00


È raro che uno storico di professione si occupi di Antonio de Curtis, in arte Totò, terreno tradizionalmente coltivato dai Totòfili e dagli specialisti del cinema italiano. Emilio Gentile, studioso di storia contemporanea (in particolare del fascismo e delle dittature del Novecento), docente universitario, allievo di Renzo De Felice, volto familiare della trasmissione Passato e presente, condotta da Paolo Mieli, colma questo vuoto con il suo brillante Caporali tanti, uomini pochissimi, pubblicato da Laterza, passando, come lo stesso Gentile spiega nell’introduzione, dalla storia del totalitarismo al Totòlarismo: un calembour, ovviamente, nato quasi per caso, quando la mamma di  Gentile, nel leggere il titolo di un suo libro (La via italiana al totalitarismo, 1994) incespicò nella parola totalitarismo pronunciandola “totolarismo”.
Antonio de Curtis nacque (a Napoli, il 15 febbraio 1898) Clemente, dal cognome di sua madre che lo ebbe da un nobile decaduto, il marchese Giuseppe de Curtis. Tenne il cognome della madre fino al 1928: il 31 agosto di quell’anno fu riconosciuto da Giuseppe de Curtis. Antonio de Curtis otterrà nel 1945 il titolo di Principe con sentenza del Tribunale di Napoli. Per quarant’anni, fra il 1927 e il 1967, come attore di teatro nel primo ventennio, di cinema nel secondo, Antonio De Curtis-Totò è stato il più popolare comico italiano, tanto che all’inizio degli anni Cinquanta si parlò di “Totòmania”: come precisa Emilio Gentile, fra il 1947 e il 1967, in Italia, gli spettatori dei suoi film furono oltre 250 milioni, con un incasso totale pari a 93 milioni di euro.
Molti dei novantasette film con Totò (da Fermo con le mani del 1937 diretto da Gero Zambuto ai due episodi – diretti rispettivamente da Steno e Pier Paolo Pasolini – di Capriccio all’italiana, 1968) hanno raccontato, spesso in modo parodico, la storia, antica, moderna e contemporanea:

“La parodia di avvenimenti e di personaggi storici fu frequente soprattutto nella cinematografia di Totò, senza distinzioni di epoche: dall’Egitto dei faraoni fino agli anni della Grande Guerra, il fascismo, la Seconda guerra mondiale, la Guerra Fredda, il miracolo economico, i primi governi di centrosinistra”.

Totò e la politica
Qual era l’orientamento politico di Antonio de Curtis? È stato fascista? Era veramente monarchico? O fu un austero democristiano di centro-destra? (Famosa la battuta del posteggiatore Antonio Barbacane che invita Fanfani a procedere sempre dritto, al centro…); o forse sarebbe meglio definirlo un anarchico conservatore? Partiamo da due episodi narrati da Emilio Gentile. Verso il 1941 Antonio de Curtis partecipò con Nino Taranto e Macario a uno spettacolo organizzato da La Stampa di Torino a favore dei combattenti, su ordine del segretario federale del Partito nazionale fascista.

In una foto dei tre comici, sulla giacca di Antonio e di Taranto spicca il distintivo del Pnf. Due anni dopo, il 26 giugno 1943, la rivista Film pubblica un ritratto di Totò scattato dal fotografo tedesco Eugenio Haas durante una pausa delle riprese di un nuovo film con Totò protagonista, Due cuori fra le belve, diretto da Giorgio Simonelli: all’occhiello della giacca si vede il distintivo del Pnf.

“Il distintivo fascista all’occhiello della giacca e la partecipazione alle manifestazioni di beneficenza per le Forze armate sono le uniche tracce sui rapporti fra il marchese de Curtis e il regime fascista. Il distintivo prova soltanto che era iscritto al Partito nazionale fascista, ma non risulta che abbia fatto dichiarazioni pubbliche o private a favore del Duce”.

Appena ventidue giorni dopo l’arrivo degli Alleati a Roma, Totò è già sul palcoscenico del Teatro Valle, ancora con Anna Magnani, in una nuova rivista di Michele Galdieri, Con un palmo di naso. Totò mette in ridicolo Hitler e Mussolini, impersonando sia il Führer, con tanto di ciuffo e baffetti, sia il Duce, con le sembianze di Pinocchio. Nel Dopoguerra il cinema sarà più libero di alludere agli stereotipi del Ventennio (il saluto romano, i discorsi dal Balcone). Uno dei riferimenti più espliciti al periodo fascista lo vediamo nel film Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi (Mario Mattoli, 1960) nel quale, alla fine, Totò-Antonio Cocuzza riconosce in Fabrizi-Giuseppe D’Amore l’arrogante in orbace che gli aveva intimato, anni e anni prima, di tirarsi giù il cappello mentre assisteva alla solita parata di regime. Ma Totò non risparmierà le critiche anche alle storture della società del Dopoguerra.

Nel film Gli onorevoli (Sergio Corbucci, 1963) il comizio di Totò-Antonio La Trippa, candidato del PNR (Partito Nazionale Restaurazione) esordisce con una vibrante allocuzione che ricorda, soprattutto nelle movenze e nell’impostazione magniloquente della voce, le concioni oceaniche del Ventennio: “Concittadini, amici, fratelli, paesani, compaesani, italiani al di qua e al di là del mare, vicini e lontani”. Poco prima di salire sul palco, Antonio La Trippa era uscito da un briefing surreale e nello stesso fin troppo reale, nel quale i dirigenti del PNR spiegano all’ingenuo candidato i meccanismi del do ut des…. Il comizio finisce con Totò-Antonio La Trippa che smaschera gli accordi dietro le quinte e dà dei fessacchiotti ai poveri elettori che lo hanno votato nell’illusoria speranza di essere degnamente rappresentati in parlamento.
Ma Antonio De Curtis era monarchico? Anche qui non è facile rispondere. In una famosa uscita a Il Musichiere con Mario Riva si lasciò sfuggire “Viva Lauro”. Ma non sembra che questa fugace esternazione autorizzi a dargli la patente del monarchico. Precisa Gentile:

“Nell’Italia repubblicana il principe de Curtis non manifestò alcuna propensione per la restaurazione della monarchia né per il rientro in Italia della decaduta dinastia in esilio. Non risulta che abbia mai fatto propaganda in tal senso, e rifiutò, benché sollecitato, di essere candidato dalla destra monarchica. Nel 1957, dopo essere stato ricevuto da Achille Lauro, allora sindaco monarchico di Napoli, il principe smentì pubblicamente di aver ricevuto o chiesto la tessera del Partito monarchico”.

Totolarismo di sinistra
“Un usciere l’hanno fatto cavaliere…E io sono quindici anni che ho fatto la domanda! Poi dice che uno si butta a sinistra”. È una delle frasi-emblema, oggi si direbbe iconica, di Totò: la pronunciò per la prima volta nel film Totò e i re di Roma (di Steno e Mario Monicelli,1952), di cui abbiamo riportato questo brano, che però va presa forse più come battuta che come dichiarazione politica. Sottovalutato, per non dire disprezzato, dalla critica cinematografica, Totò viene riscoperto dagli intellettuali di sinistra proprio sull’onda della contestazione giovanile, sul principio dei Settanta.

“Iniziò nel 1972 Goffredo Fofi, che si definiva «totòlogo dilettante», studiando il teatro, il cinema e la storia critica di Totò. Dell’attore cinematografico, ammirava in particolare Totò a colori: lo definiva «sovversivo e irruente», perché «la libertà che l’attore si concede è impressionante: l’Italia democristiana, l’Italia dei ricchi e dei politicanti, è presa di mira con una virulenza che va oltre le maglie di tutte le censure, corposa e solida, pesante e violenta», espressione di un qualunquismo sotto-proletario «più apprezzabile», «perché specchio veridico di certi umori popolari»”.

A buon diritto Goffredo Fofi definì Totò a colori (Steno, 1952) un film sovversivo e irruente: Antonio Scannagatti, il “maestro di mòseca”, detto il Cigno di Caianiello, in frac e bombetta (una divisa iconica di Totò), se la prende con tutti i principali status symbol della società borghese a lui coeva: travestito da marinaio un po’ dandy e con l’immancabile erre moscia, fa una parodia elegante e feroce di una certa borghesia ricca e annoiata, un po’ esistenzialista, che culmina con la demolizione dell’arte contemporanea nel famoso rituale dello sputo in un occhio per premiare l’artista autore della copia di un dipinto di Picasso (“la scienza va premiata”); e oltre ad alcune chicche della comicità di Totò, tutta basata sul linguaggio (il dialogo con il giardiniere pugliese: “Dèca…Dèca? Ah, voleva dire dica”), e sulla snodabile espressività plastica dei suoi movimenti (la scena finale del Pinocchio disarticolato dove Totò sembra veramente una marionetta), arriviamo al più celebre e dissacrante fra gli sketch di Totò, quello del wagon-lit con l’onorevole Cosimo Trombetta, interpretato da Mario Castellani, una delle mitiche spalle di Totò; Antonio Scannagatti demistifica la prosopopea del titolo (“Onorevole Lei? Ma mi faccia il piacere!”) sfoderando contro il povero Castellani tutto il repertorio della mimica, della gestualità provocatoria (i tocchi e ritocchi, che già avevamo visto in Guardie e Ladri di Steno e Monicelli, 1951), della dissacrante inventiva verbale tipiche di Totò.

“Gli attributi principali usati dagli studiosi per definire il miglior Totò cinematografico, il più verace, perché anarchico, libertario, sovversivo, antigerarchico, sono tratti dal dizionario della sinistra. Si è dunque formato, nell’ultimo mezzo secolo, nell’ambito della «Totòlogia», un Totòlarismo di sinistra al quale non si è contrapposto un Totòlarismo di destra, perché, nonostante il conservatorismo di mentalità e di stile, con venature reazionarie, del principe de Curtis, il cinema di Totò è una sistematica dissacrazione dei valori e delle istituzioni che solitamente sono venerate dalla destra culturale e politica: la patria, lo Stato, la religione, la famiglia, le Forze armate, la burocrazia, la scuola, il comune senso del pudore”.

Totò: uomo e caporale

“Siamo uomini o caporali?” è uno dei tormentoni totoeschi: pronunciata la prima volta il 3 marzo 1949 nello spettacolo Bada che ti mangio! e poi in Totò Le Moko del 1949 (regia di Carlo Ludovico Bragaglia), questa frase interrogativa diventa titolo dell’omonimo film diretto da Camillo Mastrocinque (1955). In un breve dialogo con lo psichiatra interpretato da Nerio Bernardi, riportato da Gentile, Totò spiega la sua filosofia di vita:

“Direttore, le spiego. L’umanità io l’ho divisa in due categorie di persone: uomini e caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali per fortuna è la minoranza. Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama. I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l’autorità, l’abilità o l’intelligenza, ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque. Dunque, dottore, ha capito? Caporali si nasce, non si diventa, a qualunque ceto essi appartengano, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso: hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi, pensano tutti alla stessa maniera”.

C’è una categoria intermedia di personaggi nei quali il caporale è tale per gran parte della storia raccontata, ma alla fine, e inaspettatamente, diventa uomo. Succede per esempio ne I due marescialli (Corbucci, 1961) e I due colonnelli (Steno, 1962). Qui la contrapposizione fra uomini e caporali è inequivocabile: i caporali sono fascisti e soprattutto ufficiali nazisti; uomini coloro che li combattono. Totò interpreta due personaggi opposti, il ladruncolo Antonio Capurro e il colonnello Antonio Di Maggio, che, come precisa Gentile, sono unici nella sua cinematografia perché rappresentano un’imprevista metamorfosi da caporale a uomo.

Di Maggio è un fanatico ufficiale fascista dalla cieca fede nella vittoria promessa dal Duce. Mentre combatte sul fronte greco-albanese, tratta i suoi soldati come il peggiore dei caporali: occupa un villaggio greco e tormenta gli abitanti con punizioni di stile squadrista. Ma quando un maggiore tedesco gli ordina di distruggere a cannonate il villaggio con tutti i suoi abitanti, Di Maggio, scomparso il caporale che è in lui, tira fuori le qualità dell’uomo, dignità, coraggio, e rispetto per la vita altrui. Quando il nazista gli ordina nuovamente di aprire il fuoco, urlando di avere “carta bianca”, il colonnello italiano lo invita a fare, di questa carta, un uso igienico (“E ci si pulisca il culo!”). Condannato a morte, Di Maggio viene salvato dal colonnello inglese (interpretato da Walter Pidgeon), contro il quale aveva fino ad allora combattuto, e dal quale apprende che è stato firmato l’armistizio.

Il Principe e il pagliaccio
Il Principe Antonio de Curtis tendeva, soprattutto negli anni della maturità, a prendere le distanze dall’attore comico, cioè da Totò.

Nell’intervista televisiva di Lello Bersani 10 minuti con Totò, (TV7, 1963) Antonio de Curtis sottolinea la grande differenza tra lui, persona seria, e il “pagliaccio” Totò. Nel corso dell’intervista, recita la sua poesia più famosa, ‘A Livella: tema fondamentale, la Morte rullo compressore che appiana tutte le differenze sociali. L’intervista termina con Bersani che, su invito di Antonio de Curtis, lascia il salotto buono per andare in cucina dove incontra il bistrattato Totò (il pagliaccio). Sembra quasi che il Principe voglia prendere le distanze dal proletario-popolare Totò. L’antitesi de Curtis-Totò va letta, però, in termini di opposizione più socio-culturale che strettamente politica. Come spiega Gentile:

“Il principe borghese e reazionario lasciava a Totò il compito di spernacchiare i nobili, i borghesi, i reazionari, ma nello stesso tempo metteva sotto satira i ragionieri Casoria, e tutti i rappresentanti dell’ordine costituito, onorevoli, governanti, alti burocrati e comandanti, l’alto e il basso clero, e metteva in ridicolo le magagne, le ipocrisie, le meschinità della borghesia grande, media e piccola. Aristocratico plebeo o plebeo aristocratico, apolitico come si definiva, né di destra né di sinistra, e neppure di centro, Antonio/Totò non era comunque un qualunquista. Se un ismo gli si vuole appiccicare, forse sarebbe appropriato quello del «qoheletismo», e considerarlo quindi un «qoheletista», cioè seguace, probabilmente inconsapevole, del sapiente biblico Qohélet, colui che dice: «Vanità della vanità, tutto è vanità. Tutto dipende dal destino e dal caso. Una è la sorte per i figli dell’uomo e per le bestie: la morte. Tutto va a un’unica fossa»”.

In un’intervista, Totò salva al massimo nove/dieci suoi film (cfr. Gambetti, 1966): oltre al succitato Guardie e ladri, anche Yvonne la Nuit (Giuseppe Amato, 1949), Napoli milionaria (Eduardo De Filippo, 1950), L’oro di Napoli con la scena del pazzariello nell’episodio diretto da Vittorio De Sica, Il Guappo, 1954; Totò cerca moglie (Bragaglia, 1950); Siamo uomini o caporali (Mastrocinque, 1955); Totò, Peppino e la… malafemmina (Mastrocinque, 1956); La mandragola (Alberto Lattuada, 1965) e il citato Uccellacci e uccellini. Non siamo del tutto d’accordo con il Principe: perché escludere capitoli fondamentali nella Totòstoria d’Italia come Miseria e nobiltà (Mattoli, 1954), La banda degli onesti (Mastrocinque, 1956), I tartassati (Steno, 1959), Chi si ferma è perduto (Corbucci, 1960)? Film straordinari, dove il neorealismo si sposa alla leggerezza dell’umorismo e del comico; e da questo matrimonio, si sa, è nata la commedia all’italiana.
FINE

Letture
  • Alberto Anile, Totò proibito. Storia puntigliosa e grottesca dei rapporti tra il Principe De Curtis e la censura, Lindau, Torino, 2005.
  • Roberto Escobar, Totò avventure di una marionetta, Il Mulino, Bologna, 2013.
  • Giacomo Gambetti, Intervista a Totò, uomo di due secoli, in Uccellacci e uccellini, un film di Pier Paolo Pasolini, Garzanti, Milano, 1966.
  • Enrico Giacovelli, E poi dice che uno si butta a sinistra, Gremese, Roma, 1994.
  • Marco Giusti (a cura di), Totò si nasce (e io modestamente lo nacqui), Mondadori, Milano, 2004.
  • Totò, Siamo uomini o caporali? (Diario semiserio di Antonio de Curtis), Newton Compton, Roma, 1993.
Visioni
  • Sergio Corbucci, Gli onorevoli, Ripley’s Home Video, 2017 (home video).
  • Mario Mattoli, Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi, Medusa Home Entertainment, 2013 (home video).
  • Pier Paolo Pasolini, Uccellacci e uccellini, Medusa Home Entertainment, 2013 (home video).
  • Steno, Mario Monicelli, Totò e i re di Roma, Ripley’s Home Video, 2016 (home video).
  • Steno, Totò a colori, Filmauro, 2004 (home video).
  • Steno, I due colonnelli, Eagle Pictures, 2014 (home video).