Viaggio interminabile,
inesorabile inseguimento

Alexander Ullom
It Ends
Cast principale:
Akira Jackson, Noah Toth,
Pinehas Yoon, Mitchell Cole
Produzione: Growing Up Dead Films,
Snoot Entertainment, Above.330,
Aymara Films, Please Hold Pictures
Distribuzione italiana:
I Wonder Pictures, 2026

Alexander Ullom
It Ends
Cast principale:
Akira Jackson, Noah Toth,
Pinehas Yoon, Mitchell Cole
Produzione: Growing Up Dead Films,
Snoot Entertainment, Above.330,
Aymara Films, Please Hold Pictures
Distribuzione italiana:
I Wonder Pictures, 2026


Problematica primordiale umana è il cercare di dare una spiegazione a qualsiasi cosa ci circondi; a partire dalle cose più semplici, come il sorgere del sole o la formazione della pioggia, fino ad arrivare alla complessa idea di raffigurarsi qualcosa dopo la morte. Può mai essere rassicurante l’immagine di passare la successiva fase dell’esistenza supini, con gli occhi chiusi a contemplare il buio per l’eternità? Entrano così in scena le religioni, che provano a dare un valore etico alla vita e a esporne un possibile proseguimento, senza però sapere veramente che cosa sarebbe successo e anche se oggi l’umanità si rifugia nella scienza per dare un senso logico a qualsiasi evento, nessuna sonda o satellite potrà mai arrivare a osservare che cosa succede all’uomo dopo che ha vissuto. Ora la domanda è: It Ends dell’esordiente Alexander Ullom sta provando a darci una sua teoria su questo?
L’opera prima di Ullom racconta il viaggio di quattro amici lungo una strada apparentemente infinita, all’interno della quale i giovani proveranno a dare una spiegazione a questo strano fenomeno che li tiene imprigionati lungo il cammino. Inutile dire che il cinema stia vivendo l’anno della rivalsa del genere horror; molti giovani registi intraprendono la propria carriera grazie al genere soprattutto perché non costoso da realizzare, si pensi a Obsession di Curry Barker, produzione indipendente costata appena settecentocinquantamila dollari. It Ends segue la medesima strada del film di Barker; tutto ciò di cui la pellicola ha bisogno sono quattro attori, una macchina e tantissima strada da percorrere, soluzione che è costata ai produttori Evan Barber e Carrie Carusone trentamila dollari in fase di produzione e cinquantamila in post-produzione. Meno di centomila dollari per realizzare un film intero. Ma chi è Alexander Ullom? Come è arrivato a fare il suo primo film? Americano ma di origini giamaicane, cinesi e caucasiche, Ullom è un ex studente della Florida State University; dopo vari corti diretti riesce a racimolare insieme ai produttori il budget necessario per la realizzazione del suo primo lungometraggio e ad arrivare nelle sale di tutto il mondo.

In viaggio anche attraverso i generi
It Ends non si identifica in un singolo genere cinematografico, ma muta e cambia forma in corso d’opera. Essendo, però, un horror come idea di base, come tale rispetta la sacra tradizione del rendere il suono protagonista. Non è scontato da dire, ma l’audio, così come la colonna sonora, sono elementi narrativi che hanno una enorme rilevanza quando si tratta di identificare un genere cinematografico. Sui social si incontrano migliaia di video, ironici ma veri, che dimostrano come cambiando la musica a un film horror se ne cambi completamente la natura, diventando spesso comico. Va subito detto che i nostri protagonisti sono terrorizzati dalla situazione che vivono nel film; su una macchina senza via di fuga, con orde di persone che li inseguono in grado di raggiungerli in un minuto e mezzo se si fermano. Il primo periodo è indubbiamente spaventoso e Ullom sottolinea tali sensazioni con inquadrature lente, audio disturbante e momenti di palpabile tensione. La paura persiste per le prime ore, i primi giorni, le prime settimane… poi entra in gioco la capacità umana più antica, quella di adattarsi. I ragazzi sono talmente abituati alla situazione che smettono di avere paura, anzi, ironizzano creando immagini ironiche e pitturando il mezzo di trasporto con un pennarello. Anche la musica cambia inaspettatamente. Se all’inizio l’inquietudine regnava sovrana, una canzone totalmente comica arriva dirompente per cambiare l’atmosfera della storia. Day e Fisher (interpretati da Akira Jackson e Noah Toth) si lasciano trasportare completamente dall’abitudine, l’unico che non ci riesce è James (Phinehas Yoon) che continua imperterrito a cercare una spiegazione a tutto ciò che lo circonda.

Il punto è che non si può rimanere imprigionati nel malessere; la vita vera è fatta di sdrammatizzazione, qualunque cosa accada e a prescindere dalla gravità degli eventi circostanti. L’alternativa è smettere di vivere, rimanere bloccati senza la possibilità di muoversi e andare avanti. Di punto in bianco, quindi, la pellicola cambia completamente tono, diventando a tratti una commedia surreale. Tyler (Mitchell Cole) è il quarto amico del gruppo, un ragazzo triste e parecchio impegnato nella vita al di fuori degli amici. Sarà il primo a sfogarsi con James della condizione che stanno vivendo, dicendogli una frase molto significativa: “Non posso vivere la mia vita un minuto e mezzo alla volta”. Come già detto, i ragazzi sono costretti a guidare continuamente. Se si dovessero fermare per fare una sosta, in novanta secondi orde di persone disperate proverebbero ad aggredirli. Quindi si ritrovano a guidare per ore e ore e poi fermarsi tenendo costantemente d’occhio l’orologio. Ullom ci regala in questo modo una splendida metafora sulla vita lavorativa, molto simile a quella presente nel cortometraggio Full Time (2023) di Jon Ryan Sugimoto, nel quale un ragazzo viene messo fermo e immobile sopra un quadrato, ignorando tutte le richieste dei suoi amici di uscire da esso. Allo stesso modo, il viaggio in macchina rappresenterebbe il lavoro a tempo pieno che chiunque vive ogni giorno, e il minuto e mezzo quei piccoli momenti di stacco tra il lavoro e altro lavoro.

Virtù e limiti del cinema indipendente
La meraviglia del cinema indipendente è che porta vantaggi e svantaggi: la cosa positiva è che puoi liberare la tua creatività senza che nessuno ti imponga niente, come accade nelle grosse produzioni hollywoodiane nelle quali la produzione ha sempre l’ultima parola sulla realizzazione dell’opera. L’altra faccia della moneta è ovviamente il budget; furbizia impone di ragionare con ciò che si ha a disposizione senza uscire troppo dagli schemi, in modo da contenere i costi e arrivare a fine produzione sani e salvi. Non che sia un difetto, ma It Ends ha tutto l’aspetto del film indipendente. Molto dialogo, ambientazione unica e con orde di persone che viste in un largo saranno al massimo dodici… Ciò che distrae lo spettatore da queste caratteristiche opinabili è la capacità di Ullom di creare una condizione particolare: la presenza di un quinto passeggero. E chi potrebbe mai essere quest’ultimo se non il pubblico stesso, che seguendo le vicende dei protagonisti si ritrova anch’esso a riflettere su cosa stia succedendo, senza raggiungere mai una vera conclusione? Che sia la vita o una rappresentazione della morte, una strada riuscirà sempre a risultare calzante. Potrebbe sembrare una metafora moderna, ma anche nell’antichità i poeti usavano la metafora del viaggio, a partire dall’Odissea di Omero fino ad arrivare alla Divina Commedia di Dante Alighieri, dove l’aldilà è più esplicito che mai. Tutto ciò che l’uomo può fare è camminare, evitare il più possibile di stare fermo, perché essere statico è sinonimo di passività, e se si è passivi non è possibile vivere davvero.