L’alba magica di un talento:
William Somerset Maugham


Nel 1908, il trentaquattrenne medico William Somerset Maugham era ancora considerato un giovane scrittore britannico, ma poteva vantare alcuni titoli ben accolti dalla critica. In questi si potevano difatti già intuire le qualità che lo avrebbero portato, di lì a pochi anni, a quel 1915 in cui avrebbe dato alle stampe Schiavo d’amore, il suo primo successo mondiale, che gli diede una fama duratura.
In questo arco temporale però in Europa si è aperto un baratro, quell’abisso culturale, politico e umanitario senza precedenti che è stata la Prima guerra mondiale, durante la quale la cura per gli altri, prima ancora della scrittura, accompagnò Somerset Maugham in prima linea con le ambulanze della Croce Rossa. In quel 1908 intanto, quando ancora la guerra sembrava solo un’ipotesi lontana, scrisse un romanzo in cui il lettore lo scopre già assediato dalle inquietudini che avrebbero caratterizzato gli anni seguenti, ma che nel contempo è alquanto eterodosso rispetto a quello che poi diventerà il suo standard e che nei decenni successivi fu alla radice della sua fortuna letteraria. Il romanzo si intitola Il mago, e racconta delle esperienze dell’autore nel mondo nebbioso dei sensitivi e delle scienze occulte che ebbe occasione di frequentare nella capitale francese.

William Somerset Maugham (Parigi, 25 gennaio 1874 – Saint-Jean-Cap-Ferrat, 16 dicembre 1965).

Maugham durante un soggiorno parigino, città in cui si svolge buona parte del racconto, conobbe realmente Aleister Crowley, alla cui figura si ispira quella del mago Oliver Haddo, personaggio a cui fa riferimento il titolo del romanzo. Il nesso risultò così evidente che lo stesso Crowley scrisse una feroce stroncatura, firmandosi proprio con lo pseudonimo di Oliver Haddo, ed elencando nel suo articolo i testi esoterici e magici a cui si sarebbe ispirato Maugham, d’altro canto effettivamente citati nel romanzo, come per esempio quelli di Eliphas Levi, un occultista piuttosto noto nelle capitali europee negli ultimi decenni dell’Ottocento, e ancora oggi considerato un passaggio imprescindibile da chi studia le arti oscure. Il romanzo venne anche adattato per una versione cinematografica diretta da Rex Ingram nel 1926.
Alter ego dell’autore è probabilmente il giovane protagonista, Arthur Burdon, medico come Maugham e pregno del valore scientifico della sua attività, oltre che delle virtù umanitarie in essa incarnate. Burdon, in quanto scienziato considera una missione combattere la superstizione che vede incarnata in Haddo, ma nella sua relazione con la giovane Margaret è lui stesso a rendersi conto di quanto la sua razionalità, mescolata a uno scetticismo critico usato come metodo nelle scelte e nelle decisioni, sia incapace di comprendere i sentimenti di chi gli vive accanto. A fianco di questi due uomini, maschi adulti, ruota una costellazione di figure quasi tutte femminili, in una sorta di piece teatrale che si avvita sempre più su sé stessa, come fosse una sceneggiatura hitchcockiana.
Le specifiche di genere in questo caso sono essenziali, perché agli occhi del giovane scrittore, influenzato dalle sue esperienze omosessuali, il conflitto tra i due giovani maschi qui viene descritto come si trattasse di una ricerca di etologia e assume le caratteristiche di una battaglia epica, trasformando la contesa in una sorta di Iliade e i due attori in Ettore e Achille, dove Haddo e Arthur incarnano luce e ombra, bene e male, la ragione e la follia, apollineo e dionisiaco, la società civile e chi – per natura o per cultura – ne sta ai margini.

Un orizzonte culturale in discussione
Sembrerebbe fin troppo facile intuire il cammino indicato dall’autore tenendo conto di quanto si è detto, ma questa identificazione manichea che viene presentata al lettore, procedendo nella lettura si rivela presto decisamente troppo semplice e lineare, e difatti Somerset Maugham mina e disgrega le certezze ottocentesche e positiviste, raccontando come da un lato Haddo il ciarlatano si trasformi, incarnando la follia e la hybris dello scienziato, in una sorta di Frankenstein in cui però predomina la componente umana, con le tristezze, le debolezze e i desideri spesso poco elevati che ogni uomo porta con se, e dall’altro Arthur, l’uomo di scienza, razionale e illuminista, scopre di poter accedere a elementi della sua umanità che forse non avrebbe voluto nemmeno conoscere.
Haddo incarna la decadenza tardo impero, come un Basileus bizantino, e difatti propone una immagine di sé come fosse un principe orientale, che viaggia con una corte di ipocriti adoratori, organizza feste sontuose, orge e baccanali, seppellendo di gioielli e denaro i suoi adepti. Haddo è padrone delle arti della seduzione ed è figlio di un mondo lontano dal ragionevole occidente coloniale, di cui comprende e sfrutta il bisogno di evasione e trasgressione. I temi che emergono da queste figure, il colonialismo, un certo machismo, e il modo in cui questi vengono descritti da Somerset Maugham, richiederebbero una lunga trattazione e non si prestano a essere decifrati in uno spazio ristretto. Senza dubbio però si può ricordare come sia la sua vita che la sua scrittura furono preda di una continua oscillazione tra questi mondi lontani. Da un lato l’India, la Malesia e le isole del Pacifico, luoghi che frequentò a lungo, sia nei suoi viaggi che per lavoro e spesso al centro di suoi romanzi, e dall’altro la natia Europa, che per lui significava forse più la Francia che la Gran Bretagna. Certamente non vi è nella sua opera una critica e una presa di coscienza del ruolo devastante che l’Occidente ha avuto nei confronti dei paesi colonizzati, ma il suo non è nemmeno lo sguardo superiore proprio dell’Occidente.

Ivan Petrovich e Alice Terry: gli interpreti dei personaggi di Arthur Burdon e Margaret Daunceu nel film The Magiacian, diretto da diretta da Rex Ingram nel 1926.

Somerset Maugham è in ogni riga conscio dei limiti subiti dalle forme in cui l’Occidente si esprime, sia che si parli di arte come di scienza, di morale come di poesia. Difatti, se la critica alla lettura scientifica e positivista del mondo è evidente e continua, certamente all’arte non è riservato un trattamento migliore, ed è in diversi passaggi messa alla berlina e ridotta alla sua dimensione sociale, dimenticando completamente, con atteggiamento per lo meno cinico, la sua capacità di leggere il mondo. D’altronde Margaret, che pure viene presentata come pittrice e amante dell’arte, dimentica completamente questa sua passione, che scopre assolutamente inutile, di fronte all’abisso etico che le rappresenta Haddo. Analogamente il complesso rapporto che Somerset Maugham intrattiene con la sessualità, fuori e dentro le relazioni di coppia, meriterebbe un approfondimento, certamente non moralistico, ma collegato piuttosto alla sua produzione artistica, nella quale lo scrittore ha ampiamente seminato tracce e indicazioni.

Un vuoto editoriale italiano
Purtroppo, in Italia, malgrado l’encomiabile lavoro di Adelphi, che continua a proporre nuove pubblicazioni delle opere narrative, sono ancora completamente assenti dai cataloghi volumi di letteratura critica, così come testi biografici, nonostante la presenza in lingua originale di volumi assolutamente esaustivi.
Nel romanzo in questione la scrittura di Maugham, seppur ancora in formazione, è uno degli esempi migliori della perfezione stilistica raggiunta dalla narrativa anglosassone tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Il fatto che sia un’opera considerata giovanile va sottolineato proprio alla luce del fatto che vi si possono individuare elementi e tematiche che hanno poi accompagnato l’autore per tutta la sua vita artistica. È d’altro canto anche vero che lo stesso autore, in una intervista di oltre cinquant’anni dopo, forse con una dose eccessiva di autocritica, lo ha definito un romanzo ampolloso e non si è riconosciuto nella sua stessa scrittura.

Paul Wegener nei panni di Oliver Haddo (dal film The Magiciam di Rex Ingram).

La qualità della scrittura si mostra pienamente già dal secondo capitolo, dove assistiamo alla presentazione della coppia protagonista – Arthur e Margaret – insieme a Susan Boyd, la seconda donna la cui storia attraversa il romanzo. I due sono a tavola a prendere il the, ovvero quanto di più semplice e poco affascinante possa capitare in un pomeriggio parigino d’estate, eppure la descrizione che ne fa l’autore, connessa con le considerazioni umane e psicologiche che gli sono facilitate dallo sguardo onnipotente del narratore, trasforma una situazione banale e scontata in una visione vivida e carica di aspettativa per quanto potrebbe seguirne.
Nel corso di poche decine di pagine difatti questa borghese tranquillità familiare si trasforma in una sorta di incubo sociale dove si realizzano i peggiori timori legati alla decadenza e alla crisi di un mondo illuminato e posto di fronte alla stessa scomparsa di Dio. È difatti la protagonista, nel corso della sua più profonda crisi interiore, a denunciare l’abbandono di Dio, la scomparsa di quel supporto e di quel piedistallo su cui si reggeva la società inglese, e ad ammettere senza alcuna remora la sconfitta subita dalla sua educazione, dalla sua cultura e dalla sua morale di fronte al mondo gratificante propostole in alternativa.

“Il suo cuore gridava che Dio l’aveva abbandonata. Era sola, in terra straniera. Il male era ovunque intorno a lei, e in quelle cerimonie non trovava alcun conforto. Cosa poteva aspettarsi quando il Dio dei suoi padri l’aveva abbandonata al suo destino? […] Si sentiva completamente perduta. Mentre percorreva la strada interminabile che la portava a casa, era scossa dai singhiozzi. «Dio mi ha abbandonato» ripeteva. «Dio mi ha abbandonato».”

Procedendo sempre più nella lettura, emerge come la dimensione psicologica, così come la lettura epistemologica, pur essendo presenti e chiaramente volute dall’autore, non sono le uniche possibili. I personaggi vengono surdeterminati, usando una sorta di chiave metaforica per cui gli eventi si aprono a una visione epocale.
Il personaggio del Dottor Porhoët, figura che resta sullo sfondo per buona parte del romanzo, è la personificazione di un sapere profondo e filosofico, che – passo dopo passo – si accosta e si addentra nell’abisso delle arti oscure praticate da Haddo. Medico come Arthur legge però Paracelso, conosce i mistici arabi e la cultura orientale, il mondo degli antichi e del passato, di cui lui è figlio, così come il lettore e l’intera cultura occidentale che lui incarna, e il suo sapere si rivela essenziale per affrontare il dramma in corso.

“Queste storie pian piano si ridussero a un’unica mostruosa affermazione: Haddo stava cercando di creare degli esseri viventi.”

La hybris di Haddo, qui svelata, è conosciuta sin dalle origini della storia umana, e rappresenta il più noto dei conflitti che si sono svolti sul confine tra i due mondi, la creazione dell’Homunculus, così come del Golem, e dello stesso Frankenstein, ovvero il sentirsi come dei. Porhoët, ovvero la filosofia, insieme a Burdon, la scienza, e a Margaret, ovvero l’arte, tentano di opporsi alla decadenza e alla fine di un mondo, alla catastrofe incombente che all’inizio del Novecento in molte nazioni d’Europa viene vista come una possibilità concreta, evidentemente nel romanzo personificata da Haddo e dal suo oscuro sapere.

La silhouette del mago Oliver Haddo.

Eppure, qui non si svela una finzione, non siamo nel mondo dell’illusione, del teatro, non siamo sulla scena. Haddo è osceno, è l’eccesso, è reale, così come il suo potere, ed in ciò stanno la sua forza e la sua vittoria, seppur nella sconfitta. La comprensione della buona volontà dei singoli, così come dell’inevitabilità del male, rendono perciò l’impasse etico di Somerset Maughan inevitabile, rinchiudendolo nella condizione dell’osservatore, da cui non uscirà mai, regalandoci però – dal suo punto di vista privilegiato – alcune visioni impareggiabili della bellezza raggiungibile da un essere umano.

Visioni
  • Rex Ingram, The Magician, MGM, 2011 (home video).