Vite rischiose
quelle che non si sa mai

Il rischio è uno dei temi principali della sociologia e dell’antropologia di David Le Breton, e in particolar modo, come mostrano molti suoi lavori (cfr. Le Breton, 2000, 2013, 2015) il rapporto che le giovani generazioni intrattengono con questa categoria dell’esperienza umana.
In Sociologia del rischio, l’autore ci offre un’analisi complessiva e complessa del rischio condotta da diverse prospettive, che non si limita a presentarlo come campo di applicazione di corrispondenti settori della sociologia a esso dedicati: la sociologia del rischio, intesa come studio delle possibili politiche di gestione e controllo, e come complementare e contigua ai Sustainability Studies; oppure la comunicazione del rischio, sia per quanto riguarda la dimensione della prevenzione, che quella della gestione delle emergenze. Né lo confina agli ambiti ai quali è più comunemente associato: ambiente, salute, economia, criminalità.
Con lo stile di scrittura, ma anche con il metodo d’indagine che gli sono propri, Le Breton non solo estende gli ambiti del rischio, ma ne indaga in profondità anche la dimensione esistenziale.
Detto altrimenti, il rischio non è soltanto una condizione da prevenire, un effetto da limitare o un processo da controllare, al contrario il rischio si presenta spesso come sfida e possibilità per le azioni umane, in un linguaggio più antropologico, come uno strumento per l’attribuzione di senso, un rinforzo per il sentimento di appartenenza e di identità. Infatti, c’è una sociologia del rischio, diventata negli ultimi anni un tema privilegiato nelle scienze sociali che ha come oggetto di indagine le implicazioni politiche e sociali del rischio, le sue emergenze, il suo controllo e prevenzione nonché la sua percezione.
C’è anche un’altra sociologia del rischio che vi si interessa in quanto componente della precarietà umana dalla quale proteggersi o a cui andare incontro, da un punto di vista sia fisico che simbolico, che riguarda tanto l’incolumità fisica dell’individuo rispetto alle malattie, agli incidenti, quanto l’integrità della sua identità e della sua autostima. Ma il rischio è anche uno strumento di sfida che i giovani usano, scrive Le Breton, “per estirparsi da una sofferenza, mettersi al mondo, partorire sé stessi nella sofferenza per accedere infine a un significato di sé e riprendere la propria vita in mano”.

Le condotte a rischio, praticate dai giovani e fonte di inquietudine, quando non di censura sociale, sono una sfida reale con la morte che è anche simbolica: mettere in gioco sé stessi a rischio della propria vita, non per morire, ma per vivere.
In altri termini, come recita il sottotitolo di Conduites à risque, forse il libro più importante di Le Breton consacrato all’argomento, si tratta “Des jeux de mort au jeu de vivre” (Le Breton, 2013). Ed è anche e soprattutto in questo campo che l’autore va oltre la sociologia del rischio, estendendo la sua analisi all’antropologia, allo studio del corpo, dei giovani, dell’adolescenza.

Una relazione privilegiata con la Modernità
In Sociologia del rischio, omonima e diversa di quella di Niklas Luhmann (Luhmann, 1996), non manca una ricostruzione precisa dell’origine e delle trasformazioni del concetto, in primis del suo legame, ma potremmo osare della sua dipendenza dalla Modernità, benché di una Modernità altra, riflessiva, rispetto alla prima. La società del rischio, secondo il classico di Ulrich Beck del 1986, è un prodotto moderno in cui il rischio è diventato una categoria sociale sociologicamente analizzabile generata da diversi fattori, tra i quali globalizzazione, trasformazione del lavoro, sviluppo tecnologico e scientifico (cfr. Beck, 2017).
In questa prospettiva, nel testo di Le Breton il riferimento ad altri autori, divenuti ormai dei classici, non è semplice citazione, ma occasione di riflessione che offre al lettore tutte le parole chiave per cogliere l’ampiezza e la complessità del tema.
Il rischio allora non può essere separato dall’incertezza che Zygmunt Bauman attribuisce ad un aumento delle libertà caratteristico della Modernità nella sua declinazione contemporanea e che genera un preciso “catalogo di paure postmoderne”, che accompagnano l’uomo in tutte le sfere della sua esistenza (cfr. Bauman, 1988).
Come osserva Le Breton, l’incertezza, il rischio, il pericolo, sono tre estensioni diverse della medesima fragilità, tale per cui l’incertezza “riflette una reale mancanza di conoscenza” rispetto al pericolo, che può esserci, ma non è identificato; molto simile all’incertezza “il rischio è la conseguenza aleatoria di una situazione, ma in termini di una minaccia, di un danno possibile”, in altri termini il rischio è “un’incertezza quantificata”; mentre “il pericolo è un’altra modalità dell’esperienza in quanto non è sotto il controllo dell’uomo e s’impone a lui contro la sua volontà, là dove il rischio lascia ancora un’iniziativa, una responsabilità”.
Sono condizioni di fragilità, tutte, che mostrano come il rischio sia legato ad un’altra categoria fondamentale delle società attuali: la fiducia, necessaria alla possibilità delle relazioni e del rapporto al mondo nella vita quotidiana, in questo caso la fiducia nei sistemi astratti analizzata da Anthony Giddens che consente di conoscere e scegliere è controparte del rischio (cfr. Giddens, 1994), ma anche elemento problematico, che entra in crisi quando i sistemi astratti, soprattutto i sistemi esperti, falliscono il proprio compito o semplicemente moltiplicano in maniera esponenziale i propri centri di autorità.

Alla ricerca di un significato meno incerto
Uno degli aspetti più interessanti del libro risiede nella capacità di Le Breton di sottoporre il rischio stesso al vaglio dell’incertezza: nella società dell’incertezza anche il rischio e il suo significato sono incerti. L’autore scava al di sotto della rigidità semantica con sui si tende a presentare il rischio, restituendoci la molteplicità dei suoi significati.
Indubbiamente esso è una condizione negativa contrastata con programmi positivi di prevenzione e controllo; tuttavia, privo di un’oggettività razionalmente inconfutabile, è il risultato di una costruzione sociale e in quanto tale variabile e in misura di produrre soluzioni contrastanti a un’identica minaccia (cfr. Adams, 1995), ma è anche il risultato di molteplici variabili culturali (cfr. Douglas, Wildavsky, 1983), che infine ogni individuo seleziona, assembla, interpreta e può usare di volta in volta in maniera autonoma.
La rassegna di tutti gli aspetti problematici a esso connesso va dall’illusione del rischio zero, ovvero il controllo totale dei rischi, messo drammaticamente in luce dai diffusi attacchi terroristi aventi come oggetto la gente comune, riunita in luoghi pubblici, che risulta impossibile da proteggere, allo sfruttamento economico del rischio (cfr. Klein, 2007); dall’euristica della paura, strumento del principio responsabilità di Hans Jonas (cfr. Jonas, 2009) al controverso principio di precauzione, un’intensificazione dell’attenzione e dell’azione, in primo luogo politica, a garanzia delle popolazioni nei confronti di quei pericoli la cui conoscenza scientifica degli effetti è ancora insufficiente o nulla.
L’ampia panoramica che Le Breton dedica alla dimensione sociale e collettiva del rischio non implica la rinuncia all’analisi dei suoi aspetti individuali, nella quale sottolinea come nel rapportarsi a esso l’uomo non si limiti alla valutazione razionale dei suoi possibili effetti, ma faccia intervenire anche significati propri che nulla hanno a che fare con l’irrazionalità. Ma oltre a questo, Le Breton considera il rischio anche come uno strumento di affermazione della propria identità, le discontinuità che provoca, verso le abitudini, la noia, le routine, sono aperture che vanno nella direzione di un progetto di scoperta del mondo, degli altri e di una realizzazione di sé stesso:

“Il rischio deliberatamente scelto è una scuola di carattere. In esso si nasconde un’intensità di vivere, un’attesa appassionata. Culmina nelle attività fisiche e sportive dette ad alto rischio, ma si trova anche in numerose circostanze della vita quotidiana, quando l’individuo rimette in discussione le sue abitudini personali o professionali. Il rischio è uno strumento per capovolgere la fissità delle cose, le posizioni stabilite, per aprire nuove piste”.

Per concludere, la Sociologia del rischio di Le Breton non solo va oltre i temi abituali, ma ci obbliga al confronto con la complessità, non solo del rischio ma anche della nostra epoca, ci allontana dalla tentazione di qualsiasi semplificazione, poiché, come dice l’autore “il rischio è una «parola macedonia», un crocevia dove s’incontrano delle preoccupazioni che non lasciano nessuno indifferente tanto esse sono inerenti alla vita delle nostre società”.

Letture
  • John Adams, Risk, Routledge, Londra, 1995.
  • Ulrich Beck, La società del rischio, Carocci, Roma, 2017.
  • Zygmunt Bauman, La società dell’incertezza, il Mulino, Bologna, 1988.
  • Mary Douglas, Aaron Wildavsky, Risk and Culture: An Essay on the Selection of Technical and Environmental Dangers, Berkeley, University of California Press, 1983.
  • Anthony Giddens, Le conseguenze della modernità. Fiducia e rischio, sicurezza e pericolo, il Mulino, Bologna, 1994.
  • Hans Jonas, Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino, 2009.
  • Naomi Klein, The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism, Picador, New York, 2007.
  • David Le Breton, Passion du risque, Métailié, Paris, 2000.
  • David Le Breton, Conduites à risque. Des jeux de mort au jeu de vivre, PUF, Paris, 2013.
  • David Le Breton, Adolescence et conduites à risque, Fabert, Paris, 2015.
  • Niklas Luhmann, Sociologia del rischio, Mondadori, Milano, 1996.