Studi e schizzi: come
nasce una cattedrale


Di Marcel Proust ci restano, tra le tante cose, anche dei bozzetti molto grossolani – non era certo portato per il disegno – delle persone che frequentava e che avrebbero prestato più di un tratto ai personaggi di quella cattedrale della storia della letteratura che è À la recherche du temps perdu. Uno per esempio è uno Studio per Montesquieu che ride, e cerca di fissare in un rapido schizzo la risata effeminata di Robert de Montesquieu, che sarebbe stata ereditata dal barone di Charlus, uno dei personaggi meglio riusciti dell’opera proustiana (cfr. Rey, De Maria, 1987). I sei brevi racconti raccolti dalle Edizioni Clichy nel volumetto Racconti potrebbero essere considerati, analogamente, degli studi preparatori, o meglio ancora, per usare il bel titolo di Jacques Rivière (non solo editore ma anche primo vero critico proustiano) Quelques progrès dans l’étude d’un coeur humain, “alcuni progressi nello studio del cuore umano” (Rivière, 2017).

Personaggi e interpreti
Cinque di questi racconti vennero pubblicati nell’unica opera che Proust fece uscire prima dei volumi di Alla ricerca del tempo perduto, ossia Les Plaisirs et les Jours, nel 1896, e furono scritti tra il 1892 e il 1895; il sesto, L’indifferente, scritto nel 1894, non vi fu incluso, perché effettivamente molto simile alla Malinconica villeggiatura di Madame de Breyves. A parte due racconti ripresi nella traduzione di Mariolina Bongiovanni Bertini, che tradusse e curò l’unica edizione integrale italiana dei Piaceri e i giorni nel 1988, gli altri quattro sono stati tutti ritradotti da Federica Di Lella, Giuseppe Grimonti Greco, Ezio Sinigaglia e Ornella Tajani, riuscendo a rendere nella sua freschezza la prosa limpida di Proust, qui ancora lontano dall’ipnotico periodare infinito che riempirà le pagine della Recherche.
Di fatto, se il magnum opus di Proust fu dall’autore stesso paragonato a una cattedrale, di quelle che egli ben conosceva attraverso lo studio e la traduzione di John Ruskin, questi racconti appaiono piuttosto chiesette di campagna, come quelle di Saint-Hilaire e di Saint-André-des Champs a Combray che il Narratore descrive nel dettaglio nel primo volume della Recherche: non certo all’altezza di Reims o di Chartres, ma nondimeno avvolte da un’atmosfera che spinge tanto il fedele quanto il viandante che vi s’imbatte durante una passeggiata ad attardarvisi volentieri.

Ben lontano dall’immaginare l’enorme sforzo architettonico che lo avrebbe prosciugato fino alla morte negli anni successivi, Proust qui si cimenta in piccole costruzioni, in studi minuziosi di personaggi e sentimenti: il personaggio eponimo di La morte di Baldassarre Silvande, tormentato dai piaceri destinati a essergli sottratti dalla malattia e dalla morte; Violante in Violante o la Mondanità che abbandona lo splendido isolamento del suo castello di campagna per la corte d’Austria e la vita mondana della quale non saprà più fare a meno (al contrario, per nostra fortuna, Proust vi rinunciò per scrivere il suo capolavoro); Françoise de Breyves, che nella Malinconica villeggiatura di Madame de Breyves si strazia per il giovane Laléande, che prima gli è del tutto indifferente finché la sua inafferrabilità lo renderà ai suoi occhi l’unico scopo della sua vita, senza che egli lo sappia; la narratrice della Confessione di una ragazza, unico dei sei racconti a essere scritto in prima persona e ad anticipare pertanto il Je della Recherche, che tenta il suicidio considerandosi responsabile della morte della madre, vittima di un colpo apoplettico dopo aver scorto la figlia in atteggiamenti lascivi con l’amante (c’è chi ha voluto vedervi un episodio autobiografico, la scoperta da parte della madre di Proust della sua omosessualità; ma la maggior parte dei biografi tende a escluderlo); Honoré che nella Fine della gelosia, in modo simile a Baldassarre Silvande, perso l’uso delle gambe in un incidente e prossimo alla morte soffre all’idea che la fidanzata lo tradisca; e la Madeleine di L’indifferente, che s’invaghisce del mediocre Lepré solo perché la sua partenza le impedirà di scoprire se il suo amore è corrisposto.

Esposizione del tema
Siamo, dunque, lontani dalla complessa orchestrazione della Recherche, dove alle vicissitudini del Narratore si affiancano e spesso si sostituiscono quelle di una moltitudine di personaggi indimenticabili, da Swann a Charlus, da Odette a Madame Verdurin, dai Guermantes a Saint-Loup, da Gilberte a Albertine. Ma, nella lunga preparazione inconsapevole di Proust verso il romanzo, questi studi preparatori, queste vere e proprie “monografie” sentimentali, acquistano un ruolo determinante.
Vi scorgiamo “in filigrana”, come scrisse André Gide (nel giudizio riportato anche nella quarta di copertina di quest’edizione), tutti i leitmotiv proustiani – che, non dimentichiamo, fu un grande estimatore di Wagner, e usò con sapienza i leitmotiv nella sua opera – e quelle stesse ossessioni che, prima di confluire nella Recherche, ritroveremo ancora nelle bozze del Jean Santeuil e del Contre Saint-Beuve.
Tra tutti, due temi dominanti: l’amore per il giovane “indifferente” che coglie Françoise e Madeleine, nelle quali l’infatuazione assume i caratteri dell’ossessione solo nel momento in cui l’oggetto del loro fino ad allora vago interesse è destinato a diventare inafferrabile, e che prelude alle esplosioni di possessività del Narratore per Albertine (ma anche Honoré, che si balocca con l’idea di lasciare Françoise, finché qualcuno non gli insinua il sospetto che la giovane lo tradisca, che “se la spassi” con altri); e, strettamente intrecciato al precedente, la sofferenza per i piaceri sensuali negati.
La Fine della gelosia mette in scena entrambi questi due temi portanti della poetica proustiana. Honoré, inizialmente, mentre già inizia ad accarezzare l’idea di sedurre altre donne, si dice che potrà tranquillamente accettare che Françoise abbia relazioni con altri:

“Non sarebbe stato geloso, le avrebbe indicato lui stesso gli uomini che gli sarebbero parsi in grado di renderle omaggio nel modo più decoroso o più onorevole. Più immaginava Françoise come un’altra donna, che non avrebbe amato, ma della quale avrebbe sapientemente assaporato tutte le seduzioni spirituali, più dividerla con altri gli pareva nobile e facile. Parole come amicizia tollerante e dolce, bella carità da fare ai più degni con quel che si possiede di meglio, venivano ad affluire mollemente alle sue labbra distese”.

Poi, tout d’un coup come sempre succede in Proust, le cose cambiano nel giro di due pagine. Basta la frase dell’amico Monsieur de Buivres – “stasera c’era qualcuno che con lei ne ha fatte di tutti i colori, credo sia incontestabile, il piccolo François de Gouvres” – per cambiare completamente il mondo in cui vive Honoré, portarlo a dubitare della sincerità di Françoise fino a decidere di non lasciarla più, unico modo per controllarla costantemente, come farà Swann con Odette e il Narratore con Albertine.

Ossessioni proustiane
Allettato e moribondo per un incidente, Honoré immagina il futuro di Françoise senza di lui. Cerca di immaginarsela con altri uomini e vorrebbe tornare a quella tranquillità con cui rifletteva su queste idee prima che la gelosia lo divorasse. Ma non ci riesce. Quello che non vuole non è vedere Françoise sposata, cosa che invece accetterebbe tranquillamente; quello che non vuole in realtà è “che i suoi sensi siano eccitati, non voglio che le venga dato più piacere di quanto gliene ho dato io, non voglio che gliene venga dato del tutto. Son d’accordo che le si dia la felicità, l’amore, ma non voglio che le si dia piacere. Sono geloso del piacere dell’altro, del piacere di lei”.
Mario Lavagetto, tra i critici nostrani forse quello che ha dedicato più ampia attenzione ai Piaceri e i giorni, ha sottolineato superbamente questo punto:

“Non è l’«anima» che è gelosa, è il corpo che produce la brutale realtà di altri corpi uniti dal piacere: corpi reali, fatti di carne, di sangue, di odori, di umori che si fondono e rendono impossibile qualsiasi terzo, distruggono ogni memoria di altri affetti, di diverse identità. È già il grido («Tu me mets aux anges») che esce dalla bocca di Albertine al momento dell’orgasmo e che, raccolto da Aimé sulle labbra di una giovane lavandaia, fornisce una garanzia oggettiva alle conclusioni dell’indagine che gli è stata affidata da Je” (Lavagetto, 2011).

Quest’ossessione per il piacere altrui che viene a noi precluso, queste emozioni possessive che creano un legame tra due persone oltre il quale nessuno ha più valore, ritorna costantemente nella Recherche: è il deliquio del Narratore bambino a cui la visita di Swann preclude il bacio della buonanotte della mamma, l’amore per Gilberte che lo porta a sperare che la nonna stia bene solo perché altrimenti non potrebbe uscire a vederla, il penoso sguardo di Swann che osserva Odette uscire felice da casa sua per una festa, il sogno di Swann in cui Odette lascia la sua comitiva insieme a Napoleone III per un incontro segreto, i (potenziali) tradimenti di Albertine, la delusione che uccide la Berna quando tutti gli ospiti del suo ricevimento hanno preferito andare ad ascoltare l’insignificante Rachel al ricevimento dei Guermantes. È già qui tutta la materia che Proust userà per dare forma e sostanza alle inconfessabili ossessioni umane attraverso l’edificio imponente della Recherche.

Letture
  • Mario Lavagetto, Quel Marcel! Frammenti di una biografia di Proust, Einaudi, Torino, 2011.
  • Marcel Proust, I piaceri e i giorni. Con 13 illustrazioni di Madeleine Lemaire, a cura di Mariolina Bongiovanni Bertini, Bollati Boringhieri, Torino, 1988.
  • Pierre-Louis Rey, Luciano De Maria (a cura di), Album Proust, Mondadori, Milano, 1987.
  • Jacques Rivière, Alcuni progressi nello studio del cuore umano. Proust e Freud, Medusa Edizioni, Milano, 2017.