Storia di un rabdomante d’autori

Scrivere una biografia di Roberto Bazlen, che con parola molto in voga oggi potremmo definire uno dei più grandi influencer della cultura e dell’editoria del Novecento italiano (fondò Adelphi nel 1962 con Luciano Foà), è come gestire e dirigere una partitura per grande orchestra, visto il numero di personaggi, scrittori, intellettuali, e vicende a essi legati, che direttamente o meno hanno incrociato la vita di Bazlen; il quale fu, oltretutto, promotore di autori, libri e culture extra nazionali, dagli autori della Mitteleuropa (Franz Kafka e Robert Musil, in primis) alle filosofie orientali, I Ching inclusi. Ma quanti, fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori, conoscono Roberto “Bobi” Bazlen? Come scrive Cristina Battocletti nella biografia che gli ha dedicato, recentemente pubblicata da La Nave di Teseo:

“Bobi Bazlen è un nome astruso, sconosciuto ai più, e pur con quel cognome poco italiano, è stato uno degli uomini che maggiormente hanno influenzato la cultura italiana nel dopoguerra. Sfuggente, misterioso, è rimasto un’icona nell’ombra, cui sono state appiccicate tante etichette: fondatore di Adelphi, come si è detto, scopritore di Italo Svevo, consigliere di Eugenio Montale e Umberto Saba, traghettatore della cultura mitteleuropea con Kafka e Musil, pioniere della psicoanalisi. Ma anche fracassatore di unioni e matrimoni, inzighino, feroce, francescano, rabdomante di talenti. Sicuramente carismatico, indecifrabile, uno sciamano di cui l’editore Giulio Einaudi aveva paura e stima e insieme, perché le indovinava tutte e perché, stando a Ernesto Ferrero, «considerava una specie di mago, uno che sapeva leggere in fondo all’anima»”.

Professionalità poliedrica
Nella figura di Roberto Bazlen si concentrarono le caratteristiche e le qualità di diverse professioni dell’editoria: fu infatti talent scout, mentore e suggeritore, consulente e fondatore di case editrici (prima dell’Adelphi, aveva creato la Nei-Nuova editrice Ivrea con Adriano Olivetti), direttore editoriale (non ufficiale), persino editor, dal momento che gli piaceva intervenire sullo stile dei suoi autori prediletti, da Svevo a Pier Antonio Quarantotti Gambini, lo scrittore istriano nato a Pisino d’Istria, oggi Pazin in Croazia, sotto l’impero austroungarico, nel 1910, autore fra l’altro de L’Onda dell’incrociatore, e Primavera a Trieste, sui quaranta giorni dell’occupazione delle truppe di Tito, uscito solo nel 1951. Rapporto complesso, come scrive Battocletti:

“Bobi rimase sempre il primo lettore di Quarantotti Gambini, il suo primo ammiratore e per questo anche il suo critico più feroce. […]. I suoi consigli, crudi ma mai violenti, ricorrenti anche nei commenti alle produzioni successive, erano di «sfrondare», tenere viva «la dimensione del ricordo» […]. Era per lui un editor di contenuti, ma anche di segni grafici e correzioni: non li fece mancare mai”.

Una rete di relazioni intellettuali e sentimentali
Intorno alla personalità bazleniana si dirama un’intricata ragnatela di fili-rimandi a persone, luoghi, libri, protagonisti della cultura novecentesca e numerosi amanti; uno di questi fili è rappresentato da Eugenio Montale e la sua poesia (A Liuba che parte, contenuta nella sua seconda raccolta Le occasioni del 1939):

Non il grillo ma il gatto
del focolare
or ti consiglia, splendido
lare della dispersa tua famiglia.
La casa che tu rechi
con te ravvolta, gabbia o cappelliera?,
sovrasta i ciechi tempi come il flutto
arca leggera -e basta al tuo riscatto.
(Montale, 2011)

È una delle poesie più note di Montale: è ispirata a Ljuba Blumenthal, sua amica e ultima compagna di Bobi Bazlen; la sua figura compare anche alla fine del romanzo di Daniele Del Giudice (Lo stadio di Wimbledon), uno degli scrittori contemporanei ispirato dal mito-mistero di Bazlen.
Un’altra musa montaliana richiama, per vie più o meno dirette, il nome di Bazlen: Gertrude (Gerti, nomignolo amicale) Frankl, un’ebrea austriaca di Graz, stabilitasi a Trieste nel 1925. Qui fece la conoscenza di Italo Svevo, Giani Stuparich, Silvio Benco e Bazlen; e fu quest’ultimo a introdurla nella cerchia dei suoi amici fiorentini dove Gerti conobbe Montale, che le intitolò una poesia, Il Carnevale di Gerti, pubblicata, come la precedente, in Le occasioni.

Di chi erano quelle “gambe meravigliose”?
E non è ancora chiaro se le bellissime gambe di Dora Markus – che Montale contemplò a distanza guardando una foto inviatagli da Bobi Bazlen nel 1928 – appartenessero a Gerti Frankl o a una sua connazionale chiamata Dora Markus; sta di fatto che Bobi Bazlen invitò Montale a scrivere dei versi dedicati alle “gambe meravigliose” di questa creatura femminile, ispirata a una giovane donna austriaca di origini ebraiche, mai conosciuta dal poeta genovese; al quale queste mitiche gambe suggerirono una delle sue migliori poesie:

La tua irrequietudine mi fa pensare
agli uccelli di passo che urtano ai fari
nelle sere tempestose:
è una tempesta anche la tua dolcezza,
turbina e non appare,
e i suoi riposi sono anche più rari.
Non so come stremata tu resisti
in questo lago
d’indifferenza ch’è il tuo cuore; forse
ti salva un amuleto che tu tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino, alla lima; un topo bianco,
d’avorio; e così esisti!
(ibidem)

L’amicizia tra Montale e Bazlen, al quale è dedicata la sezione Mediterraneo di Ossi di seppia, la prima raccolta di versi del poeta ligure, è cruciale per il lancio definitivo di Italo Svevo. Montale leggerà i tre romanzi (Una vita, Senilità e La coscienza di Zeno) dello scrittore triestino e li recensirà nel 1925 e nel 1926, prima su L’Esame, poi sulla rivista milanese Il Quindicinale. Come racconta Battocletti:

“Il poeta stesso raccontò sul Corriere della Sera, a pochi giorni di distanza dalla morte di Bazlen, che Bobi era «una finestra spalancata su un mondo nuovo. Ci vedevamo ogni giorno […]. Mi parlò di Svevo, facendomi poi pervenire i tre romanzi dell’autore stesso», riferendosi al periodo giovanile in cui Bazlen lavorava a Genova e frequentava Montale quotidianamente nei sotterranei del caffè Carlo Felice. Bobi era affezionato e stimava Eusebius al punto di fare un gran battage tra gli amici triestini perché prenotassero una copia dei suoi Ossi di seppia: l’editore, nientemeno che Piero Gobetti, il giornalista e politico che pagò con l’esilio in Francia le sue convinzioni socialiste e antifasciste, avrebbe pubblicato i suoi versi, infatti, solo dietro congruo numero di prenotazioni […]”.

Con il capitolo intitolato Bobi, Linuccia e Saba, la parte dedicata all’autore della Coscienza di Zeno (Bobi e Svevo) è una delle più magnetiche di questa biografia bazleniana tutta elettrizzante, insieme ai capitoli successivi, Bobi e le conseguenze di Svevo, Bobi e la psicanalisi, e Bobi e Quarantotti Gambini nei quali si entra nel vivo dell’impegno editoriale e culturale di Bazlen.

 La città e l’ingegno: Trieste
È impossibile non accennare alla città dove Bazlen nacque e visse fino all’età di 32 anni. È a Trieste che si formò culturalmente, vi sviluppò le amicizie e i rapporti più importanti.
Trieste come città di frontiera anche sul piano psichico e spirituale, “città atta agli eroi e ai suicidi” (Mughini, 2011), città poliglotta e multietnica, crocevia di tre grandi culture, quella italiana, quella slovena-jugoslava e quella mitteleuropea, allora poco nota, se non ignorata, nel resto d’Italia.

“A Trieste si potevano leggere libri che nel resto d’Italia erano proibiti perché la pattuglia giuliana a Firenze, alla ricerca di una perfezione linguistica e stilistica, si era sparpagliata nell’Est Europa, da cui aveva iniziato l’opera di diffusione dei testi mitteleuropei e scandinavi, la cui ferocia era nuovissima per lo stivale, abituato alle rotondità della retorica italiana o alla muscolarità di D’Annunzio. I triestini, dopo la laurea, si divisero tra Praga, Vienna, Graz, Innsbruck, Budapest. In questo modo giunsero a Trieste, ormai italiana, anche se il fascismo tendeva a far barriera a qualsiasi istanza culturale che non fosse italiana, Knut Hamsun, Heinrich Von Kleist, Henrik Ibsen, su cui Slataper fece la tesi, Friedrich Hebbel, August Strindberg, Sigmund Freud, Rainer Maria Rilke, che di Trieste fece il suo rifugio. Lo scrittore, esponente del futurismo, Italo Tavolato, si accorse di Karl Kraus. In quel terreno Bobi si preparava ad importare Robert Musil, Hugo von Hofmannsthal, Peter Altenberg”
(Battocletti, 2017).

Trieste, come scrisse lo stesso Bazlen “aveva una delle percentuali più alte di pazzie e suicidi d’Europa” (cit. ibidem). Non è un caso che Alfonso Nitti, il protagonista del primo romanzo di Svevo, Una vita, pubblicato nel 1892, a coronamento di un’esistenza vissuta da inetto, da impiegato disadattato con ambizioni letterarie inibite e coartate dai doveri sociali e professionali, si toglie la vita. Fra gli intellettuali giuliano-triestini, uno dei suicidi più famosi è quello, nel 1910 (il 17 ottobre) dello scrittore e filosofo Carlo Michelstaedter, di cui Bazlen sentirà l’influsso: pur giovanissimo e vitalissimo, si sparò un colpo di pistola, nella sua casa di Gorizia (che a meno di 50 km da Trieste, era considerata un’appendice della città) prima di discutere la tesi di laurea in filosofia all’Università.

Un non autore in ordine alfabetico
La biografia scritta da Cristina Battocletti si chiude con un capitolo molto utile (Legenda) dove si riassume il ritratto di Bazlen per voci chiave, in rigoroso ordine alfabetico: Adelphi, Astrologia e superstizioni, Ebraismo (Bobi cadde vittima delle persecuzioni razziali, nonostante fosse battezzato e nonostante avesse ottenuto un decreto nel 1944 che lo dichiarava “non appartenente alla razza ebraica”) – e si continua con Editoria, Film (Bazlen corteggiò molto il cinema, ma con poco successo), Incapacità pratica, Interessi esoterici, Italiano:

“Bobi a volte incespicava in errori di italiano, mi ho fatto dare è una tipica traduzione dal tedesco. Bazlen non amava l’italiano, soprattutto nel periodo della giovinezza, come spiegò a Montale il 26 dicembre 1926 quando gli inviò una missiva entusiastica sulle Occasioni” (ibidem).

E poi ancora Kafka, Ljuba, Michelstaedter, Nomadismo, Oriente, Roma (dove visse stabilmente dal 1939), e Scoppiatore di coppie, a proposito delle sue avventure sentimentali, cui si accennava sopra:

“Il fascino intellettuale che Bobi esercitava sulle donne intelligenti era ritenuto pericoloso dai maschi, ma anche dalle femmine che ritenevano nefasta la sua influenza sui compagni. La scrittrice e traduttrice Renata Debenedetti, moglie di Giacomo, lo aveva soprannominato «il nemico delle mogli»” (ibidem).

Resta da aggiungere che Bazlen non pubblicò nulla in vita e lasciò soltanto un esiguo numero di scritti (tutti pubblicati da Adelphi, ma non tutti attualmente disponibili), cosicché questa biografia sembra consegnarcelo definitivamente anche come un personaggio letterario, una finzione ricca di testimonianze.

Letture
  • Roberto Bazlen, Scritti, Adelphi, Milano, 1984.
  • Roberto Bazlen, Il capitano di lungo corso, Adelphi, Milano, 1973.
  • Roberto Bazlen, Note senza testo, Adelphi, Milano, 1970.
  • Mauro Covacich, Trieste sottosopra, quindici passeggiate nella città del vento, Laterza, Bari, 2011.
  • Giampiero Mughini, In una città atta agli eroi e ai suicidi, Trieste e il “caso Svevo” Bompiani, Milano, 2011.
  • Daniele Del Giudice, Lo stadio di Wimbledon, Mondadori, Milano, 2016.
  • Claudio Magris, Angelo Ara, Trieste, un’identità di frontiera, Einaudi, Torino, 1982.
  • Eugenio Montale, Le occasioni, Mondadori, Milano, 2011.