Spettri digitali: storie
dal lato oscuro del web

Julian Assange. Satoshi Nakamoto. Ronnie Pinn. Una celebrità di rango planetario, il profeta di una nuova era, un’identità fittizia costruita ad hoc. Sono loro i profili scelti dallo scozzese Andrew O’Hagan (romanziere classe 1968, collaboratore della London Review of Books e di Esquire) per raccontarci l’epoca in cui viviamo. Come fa notare lui stesso nella prefazione, le loro storie, in cui il reale si fonde con la finzione a un livello di profondità tale da vanificare qualsiasi tentativo di separazione, non formano un canone e ci sono sicuramente casi virtuosi o comunque agli antipodi che racconterebbero esperienze diverse nella nostra interazione con la rete.
La scelta di questi tre soggetti particolari risponde però a un intento preciso: mostra infatti in controluce le sagome che si muovono sul grande quadro in continua evoluzione del web, un affresco luminoso, rischiarato dalle “costellazioni di dati” che risplendono sulle “linee di luci” (Gibson, 2017) di una città di radiose promesse e di accecante bellezza, le cui strade restano tuttavia immerse nell’oscurità più impenetrabile. Sono i bassifondi di internet, in cui spie e criminali sono liberi di muoversi, che offrono un sicuro rifugio per le ombre. Le nostre ombre.

Ci sarebbero quindi stati modi anche molto diversi per raccontare l’effetto di internet sulle nostre vite, ma O’Hagan ha scelto queste che, senza alcuna pretesa di universalità ma presentando delle caratteristiche comuni, alimentano una riflessione organica su temi come il potere, il controllo, la trasparenza e la manipolazione dell’identità e allo stesso tempo ritraggono persone (forse sarebbe più appropriato definirli, come fa l’autore a un certo punto, “digividui”) che sono al contempo padroni e vittime di internet. Tre storie di fantasmi dei nostri tempi, quindi. Niente di più lontano dai pirati della consolle in qualche modo mitizzati dalla letteratura cyberpunk ed entrati nel nostro immaginario: in un ribaltamento spietato degli stereotipi, le storie di Julian, Satoshi e Ronnie finiscono per annullare l’epopea degli eroi della frontiera di internet partoriti dall’immaginazione di William Gibson e soci. E sanciscono il superamento di un altro topos a cui la fantascienza ha dato molto, da Philip K. Dick a Ghost in the Shell, passando per Blade Runner (e Blade Runner 2049): ci siamo ormai addentrati in un’epoca in cui l’artificialità è prerogativa dell’essere umano.
Anche senza arrivare ai livelli patologici di un Assange o un Craig Wright, il presunto creatore della blockchain e dei bitcoin nascosto dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, la nostra presenza in rete è veicolata da creazioni fittizie, ri-costruzioni di noi stessi, in parte simulacri e in parte riflessi della nostra vera personalità, a seconda di una lunga serie di fattori derivati da predisposizione, circostanze, opportunità, intenzioni o, più banalmente, capricci. Scrive O’Hagan:

“Siamo diventati schiavi del web molto prima di capire in che misura la tecnologia avrebbe cambiato le nostre vite. In un certo senso internet ha fornito gli strumenti della creazione letteraria a chiunque avesse un computer e fosse disposto a nuotare in quel pozzo senza fondo di alterità che è la rete”.

Non c’è niente di più vero. L’identità, mandata in frantumi dall’esplosione delle possibilità, si ricompone in un’entità liquida, cangiante, mutevole. E se l’identità diventa inafferrabile, aumentano le difficoltà di discernere tra la realtà e l’invenzione. Chi è veramente Julian Assange? L’eroe della libertà di informazione dipinto dai suoi seguaci, il “fantasma nella macchina” con un ruolo di primo piano nella stagione delle primavere arabe, o un egocentrico narcisista e autocompiaciuto, incline all’odio, incapace di distinguere i nemici veri da quelli inventati, irresponsabile e paranoico, quando non proprio sgradevole e socialmente pericoloso? E Craig Wright? Se è davvero lui Satoshi Nakamoto, come ha accettato di rivelare al mondo intero nell’ambito di un accordo multimilionario per salvare le società del suo gruppo braccate dall’Australian Taxation Office, come può fallire proprio la prova decisiva? Quale misto di autodissimulazione e desiderio di celebrazione lo spingevano a ritrarsi ogni volta che si scopriva nei confronti dell’autore e degli altri sviluppatori della comunità di bitcoin, portandoli un po’ più vicino alla verità quel tanto da dargli l’illusione di avercela ormai a portata di mano, per poi strappargliela da sotto il naso con la futile soddisfazione di un ragazzino interiore sopravvissuto alla propria infanzia? E chi è davvero Ronnie Pinn: il ragazzo morto per overdose a Londra più di vent’anni fa o l’entità digitale assemblata da O’Hagan sulla scorta di alcune informazioni anagrafiche essenziali e di un corredo del tutto arbitrario di scelte, gusti, preferenze e orientamenti?

Interrogativi permanenti
Le domande sollevate da questo libro restano spesso senza risposte, perché spesso una risposta univoca è impossibile. Vale per questi tre casi in particolare con la loro eccezionalità, ma proprio il loro racconto ci costringe a riconoscere che a maggior ragione si applica a noi stessi, nella dimensione ordinaria dei nostri rapporti con l’universo digitale. Narrando la parabola di questi spettri della nostra era digitale, O’Hagan riesce a coglierne lo Zeitgeist con rara profondità.

Per riuscirci, deve però prima addentrarsi nei meandri della rete, penetrare nei sotterranei in cui si nascondono le storie più interessanti, che siano gli hackeraggi compiuti da WikiLeaks per contrastare gli hacker al servizio del regime di Mubarak, i sessantasette milioni di nomi ritenuti falsi registrati su Facebook (“Ci sono più fantasmi sui social media, più persone che sono degli alias o che vivono una vita inventata come doppelgänger, che abitanti nel Regno Unito”) o le minacce che si annidano nel deep web. E sporcarsi le mani con i protagonisti di queste storie, cercando allo stesso tempo di non rimanere invischiato nelle loro trappole psicologiche. Perché gli abissi (una parola ricorrente nel libro) che s’intravedono nelle profondità buie della rete riescono a dirci molto anche su un altro tipo di oscurità di cui non ci piace parlare molto, quella dell’animo umano, che alberga in ognuno di noi.
La tentazione è di descrivere le storie segrete di O’Hagan, raccontate con il passo del reporter e l’estro del romanziere, come delle istantanee del mondo in cui viviamo, ma non sarebbe corretto. Il suo lavoro ha più il taglio del documentario, se non altro per il dinamismo della materia, per i cambiamenti che interessano l’ecosistema informatico globale e le sue interazioni con quello che una volta potevamo chiamare “mondo reale”.

“Quelli della generazione di Wright, tra i quarantacinque e i cinquanta, si trovano davanti un mondo in cui le loro fisse adolescenziali sono diventate realtà […] «La persona che sperimenta la grandezza deve percepire il mito che la circonda» scrisse Frank Herbert in Dune, il romanzo preferito di Wright da ragazzo. «Dune parla innanzitutto dell’uomo» mi disse. «Del fatto che non dovremmo lasciare il mondo alle macchine ma [piuttosto] svilupparci come esseri umani. Io però la vedo in maniera un po’ diversa da Herbert. Per me non si tratta di dover scegliere tra le due cose – l’uomo o la macchina – ma di una simbiosi, un modo per diventare qualcosa di completamente diverso». È questa sorta di energia cyberpunk – cosa ben diversa dal cypherpunk, una forma di attivismo nata in seguito, con un interesse specifico per la crittografia – che ha garantito un futuro radioso agli informatici in erba della generazione di Wright”.

Come tale, e grazie alla padronanza di O’Hagan, alle sue doti di giornalista e alla freschezza della sua penna, La vita segreta stacca di netto altri lavori incentrati sullo stesso tema, come il contemporaneo Lo and Behold diretto da Werner Herzog.
Una cosa interessante che si percepisce leggendo queste pagine, e il brano citato poco sopra ne è la prova più lampante, è inoltre proprio come il linguaggio della fantascienza abbia plasmato il mondo in cui viviamo, dando forma ai sogni e agli incubi di decine di romanzi e racconti. In qualche modo La vita segreta fa da contraltare all’epocale reportage Giro di vite contro gli hacker di Bruce Sterling, che nel 1992 per la prima volta descriveva la sottocultura hacker in relazione ai crimini informatici perpetrati agli albori del cyberspazio. Ma qui, nel lato oscuro della rete, più che sulla frontiera elettronica di un Eldorado ancora tutto da scoprire, la sensazione è di trovarsi in una puntata di Mr. Robot scritta da Thomas Ligotti, per la regia di David Cronenberg.

Letture
  • Philip K. Dick, I simulacri, Fanucci, Roma, 2016.
  • Philip K. Dick, L’androide Abramo Lincoln, Fanucci, Roma, 2017.
  • Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Fanucci, Roma, 2017.
  • William Gibson, Neuromante, Mondadori, Milano, 2017.
  • Masamune Shirow, The Ghost in the Shell, Star Comics, Perugia, 2017.
  • Masamune Shirow, Ghost in the Shell 2: Man Machine Interface, Star Comics, Perugia, 2004.
  • Bruce Sterling, Giro di vite contro gli hacker, Mondadori, Milano, 2004.
Visioni
  • Ridley Scott, Blade Runner, Warner Bros, 2011 (home video).
  • Mamoru Oshii, Ghost in the Shell, Dynit, 2017 (home video).
  • Mamoru Oshii, Ghost in the Shell – Innocence, Terminal Video Italia, 2012 (home video).
  • Werner Herzog, Lo and Behold – Internet: Il future è oggi, Mustang Entertainment, 2017 (home video).
  • Sam Esmail, Mr. Robot, NBCUniversal, 2015-2017.