In viaggio da James Ballard
allo spazio interiore


Tutto e il contrario di tutto in un solo libro: questo è Ballardismo applicato di Simon Sellars da Melbourne, Australia. Personaggio fuori dagli schemi con alle spalle una carriera accademica fallita sul nascere, anelando invano un dottorato, un lavoro per riviste di viaggi in qualità di reporter letterario, un nido di passioni covate tuttora, ovvero il blog ballardian.com, qualche lavoretto di breve durata e, fine ingloriosa, una vita segnata dalla lettura delle storie di James Ballard con tutte le controindicazioni che comportano le ossessioni.
Non ci si lasci ingannare dal titolo che suona così simile a quelli dei classici manuali di educazione tecnica. Tantomeno ci si aspetti di trovarvi istruzioni per l’uso di qualsivoglia dottrina o credo filosofico e men che mai di ritrovarsi tra le mani un bignami di critica letteraria o una guida alla lettura. Non lo si eviti ritenendolo adatto alla sola cerchia degli appassionati, al circolo degli avidi lettori delle storie scritte da Ballard. Non occorre averle lette tutte, e quelle che si conoscono, tutto sommato, non è necessario neanche averle lette di recente.
Ci pensa Sellars a rinfrescarci la memoria accompagnandoci in quelle pagine visionarie con fare sicuro, con una prosa dal tono confidenziale e allucinato, lucido e febbricitante al tempo stesso, tornando a più riprese soprattutto su Crash, su La mostra delle atrocità, su L’impero del sole e sull’ultima quadrilogia composta da Cocaine Nights, Super Cannes, Millennium People e Regno a venire, nonché un nugolo di racconti, in primis Terapia intensiva, noto anche con il titolo Riunione di famiglia.
Tutto e il contrario di tutto e in fondo anche l’autore è un anti-autore, che mette nero su bianco indizi, correlazioni, suggestioni, congetture che sorgono di continuo dalla sua osservazione del reale passato sotto la lente della pagina ballardiana più idonea a seconda delle circostanze, vuoi che si tratti di un bunker residuo dell’ultimo conflitto mondiale, sia che si tratti dell’illuminazione di un parcheggio sotterraneo.

Questo libro è un memoir, è un diario di viaggio e del suo doppio, da un punto all’altro del pianeta e da un angolo a un altro della mente; è un atto d’amore, una confessione disperata, uno studio, critica letteraria, un racconto di racconti, il tanto agognato romanzo-saggio inseguito dai mitteleuropei novecenteschi; è la cronaca di una singolare autoterapia, uno zibaldone di visioni pericolose. È un libro senza precedenti, o quasi. Per trovare qualcosa di analogo ci si deve spostare di oltre un secolo indietro, alle celeberrime Memorie di un malato di nervi scritte dal presidente della Corte d’Appello di Dresda, Daniel Paul Schreber e pubblicate nel 1903. Un altro oggetto misterioso, al tempo stesso diario clinico lucidissimo, mitopoiesi in chiave fisiologico-teologica, delirio paranoico, narrazione avvincente che mescola denuncia all’istituzione psichiatrica, visioni, ripetute dichiarazione d’amore (alla moglie), controllo cosmico, mutazioni e fantasmi. Si noti che, sul finire di Ballardismo applicato, l’ex supervisore del progetto di ricerca all’università (su Ballard, ovviamente) di Sellars, gli dirà con estrema franchezza:

“Ascolta, non credo che tu stia bene. Perdonami se te lo dico. Ho parlato con una collega di psicologia. Pensa che tu stia sviluppando una forma grave di comportamento apofenico- schizofrenico”.

Ballardismo applicato nasce da una relazione maniacale, quella tra il suo autore e l’opera di James Ballard, una relazione triangolare che vede le zone, i paesaggi, i tòpoi come porte d’accesso, anzi di passaggio da una dimensione all’altra: dalla vita di Sellars alle storie di Ballard e viceversa. Vie d’accesso rese possibili grazie ad anni e anni di sprofondamento di Sellars nelle pagine ballardiane, ponendosi in un perenne quanto instabile equilibrio su una fragilissima immedesimazione nel tentativo di cogliere l’intima essenza, il messaggio recondito, la visione definitiva celata tra le pagine di Ballard.

L’emulazione è una tentazione fortissima e fatale che Sellars ha sfidato, anche se non è chiaro quanto fosse cosciente dei rischi. Non si è suicidato, anche se ci è andato vicino, come tanti giovani d’animo sensibile che si tolsero la vita leggendo I dolori del giovane Werther o Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Il percorso iniziatico di Sellars non è neanche una versione contemporanea della via all’evasione nel segno del bovarismo e al tempo stesso è qualcosa del genere, quasi ne fosse un’edizione del XXI secolo. A tratti ricorda altre magnifiche ossessioni, come quella nutrita da Steve Lacy per le musiche di Thelonious Monk, o quella di Philip José Farmer per le gesta di Tarzan/Lord Greystoke, autentiche relazioni monogamiche che si rigenerano di continuo in un eterno lavoro di rielaborazione.
Tutto iniziò negli anni Novanta quando Sellars si imbatté in un’intervista a Ballard rilasciata al rotocalco i-D, rimanendo stravolto da un insolito destino:

“L’intervista era incendiaria: metteva in mostra tutta l’abilità di Ballard nell’individuare con esattezza il momento in cui la tecnologia penetra la zona del perturbante. Descriveva nei minimi dettagli la forma che i social media avrebbero assunto quando sarebbero stati inventati vent’anni più tardi, senza sorvolare sulla devastazione psichica che il loro utilizzo avrebbe causato”.

Fu amore a prima vista. Un colpo di fulmine e un tiro mancino inferto direttamente alle zone più oscure della mente. Causando non pochi turbamenti, perché a ben vedere quella di Sellars è anche una discesa all’inferno, nei vari gironi che la mitologia ballardiana ha inciso nella sua mente (e in quella di tutti i lettori delle sue storie, per la verità): le rovine, la carne, le telecamere di sorveglianza, il metallo, le cicatrici, le automobili, i media, le protesi, le autostrade, le piscine abbandonate, gli ufo e via di questo passo. Lo stesso Ballard ne estrasse una sorta di bussola mentale dei tempi a venire (in Zodiaco 2000) e Sellars ruminando e rimasticando ne scodella una propria versione attraverso i cinque capitoli del libro: Macchine, Zone, Specchi, Impianti, Cloni. 
In questa selva oscura ci sono non uno ma più Virgilio, (Philip, Charles, Arthur, Brian, ma non solo), e c’è anche l’analogo della figura di Beatrice, la ex e mai dimenticata Catherine, fantasmatica presenza femminile che a più riprese appare nel corso del racconto. Dentro si trova di tutto, dalle statistiche sugli incidenti automobilistici mortali, a rimandi colti ed eterogenei: citazioni di Jean Baudrillard e Paul Virilio, Rimandi a Jorge Luis Borges, la musica del sound artist Alan Lamb, le visioni di Chris Marker. Pagina dopo pagina scorrono visite e congetture sulle micronazioni, alla luce della trasfigurazione operata da Ballard:

“Negli ultimi quattro romanzi di Ballard, è in simili contesti che prepotente irrompe il micronazionalismo. Fermentato nei residence autosufficienti e nei villaggi d’affari di Cocaine Nights e Super-Cannes, il fenomeno approda alla secessione totale in Millennium People, con la sua «enclave anomala» di borghesi insoddisfatti, e in Regno a venire, con la sua rivoluzione consumo-diretta”.

Sellars si sposta per il mondo finendo in luoghi ai confini della realtà come l’hotel abbandonato Nikko Palau nel cuore della giungla nel bel mezzo del Pacifico, oppure le rovine lovecraftiane di Nan Madol a Pohnpei, un’isola della Micronesia. Fa una capatina al tumulo nucleare noto come “La Tomba” a Runit nell’atollo di Enewetak, un tappo per tonnellate di scorie di plutonio frutto del test nucleare Cactus (1958), e si infila nelle case cubiche di Rotterdam. Se ne va parecchio in giro anche su Second Life, mentre ci si imbatte un po’ ovunque in uno sciame di suggestioni filmiche che gli danno una mano per rendere appieno la situazione che si trova a descrivere. Cita i film tratti dai romanzi di Ballard, Crash e L’impero del sole e un bel mucchio di altre storie per il grande schermo come Mad Max e la sci-fi di Paul Verhoeven. Tutto condito con micidiali cocktail dallo sballo garantito, i reiterati assalti alla rispettabilità accademica e impietose scene di violenza di cui è vittima anche egli stesso:

“Un ometto tarchiato spuntò fuori dall’ombra e mi spaccò una bottiglia di birra in faccia. Caddi all’indietro, sbattendo la testa sul selciato. Ero ricoperto di frammenti di vetro. Mi toccai la faccia: un fiotto di sangue mi scivolò tra le dita”.

Tutto e il contrario di tutto, preziosa raccolta di riflessioni letterarie, o meglio critica letteraria sopra le righe, e anche opera di finzione composta da un susseguirsi di avventure in territori mentali. Come accade nelle storie di Ballard, qui si è stabilmente con un piede nell’incerto, in una posizione che rende sempre lecito pensare di assistere a fatti reali oppure a feedback mentali, a reazioni al flusso dei segnali proveniente dall’esterno; dall’esterno della mente di Sellars, che qui si comporta davvero come un altro, inedito, personaggio ballardiano. In fondo, questo è un libro che non sarebbe potuto esistere senza Ballard, senza l’orizzonte paranoico che circonda i suoi personaggi.


È anche un libro che non potrebbe esistere al di fuori di un preciso scenario, il contemporaneo, segnato da un lato da emorragia di microstorie nel presunto reale, complici i media e in prima fila i social, e dall’altro dalle trasfusioni di teorie d’ogni fatta nel tessuto più intimo della finzione. Per tentare di inquadrare il fenomeno e lo stesso testo di Sellars si è parlato da più parti di theory fiction, innalzando al quadrato il concetto di metaletteratura, ma una fumosità in più non rende più salda la presa. Ballardismo applicato non è la forma di narrazione più adatta ai tempi nostri: è una delle forme migliori accanto ad altre, a meno di non volerci sbarazzare del post-esotismo di Antoine Volodine e dei suoi eteronimi, oppure del neo weird di Jeff VanderMeer (ah, le etichette!), giusto per snocciolare un paio di nomi. Oltre tutto, non c’è di peggio che correre ai ripari con una nuova etichetta per rimediare al disordine prodotto da opere del genere. Insomma, emunctae naris, qui c’è odor di posticcio ed è forte il sospetto che la theory fiction sia un’elegante astruseria radicale di sicuro effetto, con il suo piccolo pantheon di riferimento localizzato nella Cybernetic Culture Research Unit di stanza all’Università di Warwick (qui c’era Nick Land e il suo allievo Robin Mackay in seguito fondatore di Urbanomic, la casa editrice del libro di Sellars), ma in sostanza artificiosa, fabbricata un po’ come descritto da un altro irregolare della sci-fi, Raphael Aloysius Lafferty, nel racconto La lunga notte di martedì:

“Per scrivere lavori di filosofia si usavano gli abbozzi flessibili e gli indici delle idee; si regolava l’attivatore perché distribuisse la terminologia desiderata in ciascuna sottosezione; si ricorreva all’inseritore dì paradossi e al miscelatore di analogie sorprendenti; si calibrava il taglio particolare dell’opera e l’impronta della personalità”
(Lafferty, 2019).

In ogni caso, l’inafferrabilità di Ballardismo applicato prevede altre opzioni altrettanto fallimentari. Forse tutto quello che vi leggiamo è opera di fantasia, scrittura fantastica con al centro un personaggio, James Ballard, scrittore di professione, autore di finzioni che fanno largo e vago impiego della fantascienza in senso stretto: “la fantascienza era diventata l’aria che respiravamo, ed era stato Ballard a preannunciarlo”, si legge a un certo punto. Uno scrittore, Ballard, inventato da uno scrittore alla maniera di Borges, uno scrittore inventato sulle cui tracce si incammina l’autore fingendosene fan accanito. Memorie da un universo parallelo? In fondo il sottotitolo originale è questo? Se così fosse o se così non fosse, al termine ci porremmo la medesima domanda: che cosa abbiamo letto? Tutto e il contrario di tutto.

Letture
  • Raphael Aloysius Lafferty, La lunga notte di martedì, in Storie di altri universi, Mondadori, 2019.
  • Daniel Paul Schreber, Memorie di un malato di nervi, Adelphi, Milano, 2007.